il post che dovevo scrivere

Avevo scritto cose, stanotte, due cose diverse.
La prima. Considerazioni sui giovani, raccontando le mie serate in birreria o le mie lezioni nelle scuole.
La seconda. Lunedì in redazione, con birra, aranciata, archidi e patatine abbiamo festeggiato (dieci minuti, di più non si poteva) i miei primi tre anni di direzione.
Alla fine, però, rileggendo i post, mi dicevo che qualcosa non andava. E, senza capire perché, li distruggevo.
Mi sembravano stupidi. Lo erano.

Vedete, un conto è fare il giornalista di una grande testata. O da lontano. Ma quando sei l’album fotografico di una piccola città è diverso.
Poche ore prima che scrivessi quei post, hanno sepolto una ragazzina, di sedici anni, morta in un incidente. Ho visto le foto di lei, sorridente, ho letto il biglietto che le ha scritto il fratellino, di 11 anni. Il biglietto era accanto a un pupazzetto, che è stato messo, insieme ai fiori, sul luogo dell’incidente.
C’era questo che non andava nei miei post.
Era questo il post che chiedeva di essere scritto.
So chi è il padre. Un mio giornalista lo conosce bene. Penso a come possano sentirsi, in queste ore, il padre e la madre della ragazza.
Dire penso a come possano sentirsi i genitori della ragazza è facile dirsi.
(Bion: Un conto è mettesi nei panni degli altri. Altra cosa è mettersi i panni degli altri…)
A immedesimarsi, per davvero, c’è da avere male, dalle budella all’anima.
(E penso al nostro mestiere di giornalisti, anche: siam tristi e parenti stretti dei becchini, in fondo in fondo).

C’è il sole, oggi.
Si nasce e si muore, oggi, si piange e si ride, come sempre.

13 pensieri su “il post che dovevo scrivere

  1. Alla fine ci accorgiamo che siamo polvere, polvere nella polvere. Ma orami è troppo tardi… e la vita passa tra un grido e un altro.

    Rino, riflettendo sul tuo post.

  2. dietro ad ogni notizia di cronaca ci sono esseri umani.
    la differenza tra un giornalista e un buon giornalista sta nel ricordarselo.
    e se alle volte il pudore della compassione (intesa come condivisione e comprensione piena del dolore altrui) vince sul cinismo del mestiere, allora si è sulla strada della grandezza.

  3. Non ci riesco, Remo. Da anni, da che sono in cura, ogni volta la mia terapeuta mi dice che non posso entrare nei panni degli altri, che devo imparare la solidarietà, la compassione, la condivisione… tutto quello che vuoi, ma stando fuori. Non sentendomi dilaniare come se chi se n’è andato fosse mio figlio, o figlia, o amore.
    Ma io non ci riesco, Remo. Questa ragazzina, e suo fratello rimasto solo (chè il dolore di un bambino… posso regegre tutto, ma nn il dolore di un bambino) si sono aggiunti ala schiera dei miei figli. Non è questione di essere giornalisti, o impiegati o commesse. E’ essere quello che siamo, gente che ama, e che quindi sa del dolore inestinguibile, senza ritorno.

  4. Non è facile per nulla mettersi nei panni degli altri, ancor meno mettersi i panni degli altri.
    Nessuno potrà mai sapere il dolore di quella famiglia, e ancor meno lo potrà paragonare a storie e dolori vissuti.
    Ma, per quanto orrendo, la vita continua…è la piccola anima che non avrà la possibilità di viverla fino in fondo.
    Mi piace questa tua nuova veste.
    una carezza
    katia

  5. ha l’età di mia figlia quella ragazzina… mia figlia è stata investita da un furgone ma siamo stati carezzati da Dio, credo. Giulia è qui con me.
    non si può dire niente nè proferire parola alcuna innanzi ad una tragedia immane come questa.
    non si deve neanche tacere però, credo.
    almeno la solidarietà, per questa famiglia, che ci sia !

    rossa

  6. spesso purtroppo,i giornalisti non hanno la delicatezza che hai avuto tu nel dare questo tipo di notizia,e aggiungono dolore al dolore.

  7. Eppure Remo c’è tanta gente che il mestiere tuo lo fa e non se ne preoccupa dell’umanità di chi c’è dietro la notizia. Che voglio dire? che la sensibilità è questione indipendente…è questione di cuore, e c’è chi ce l’ha e chi non sa cosa sia. Non è il caso dei presenti…anche se tutta la delicatezza del caso non rinfrancherà i parenti di chi non c’è più, ma quantomeno non li ferirà ulteriormente.
    Un caro saluto

  8. pispa, è per tutti

    e poi guardate: giornalisti sensibili ne ho conosciuti, soprattutto giovani, soprattutto donne.
    la vecchia scuola, credo, non era una bella scuola.
    scrivi e basta.

  9. Chi si occuperà dei genitori di questa ragazza morta investita? Manderanno a casa dei sopravvissuti del personale specializzato che si farà carico di loro? Verrano seguiti in tutte le fasi dell’elaborazione del lutto? Verranno aiutati a svuotare e/o ordinare ai fini di farne un museo la camera della ragazza? Dei genitori non si occuperà nessuno, non esistono strutture, non esiste nulla. ve lo assicuro. è una vergogna che i familiari delle vittime della strada vengono lasciati in balia di loro stessi. a.

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