scrivere

Solimano, in un commento, scrive

faccio una osservazione, che non ritengo banale: per chi scrivono gli scrittori? Per gli altri scrittori? Anche, ma soprattutto per i lettori.

E per chi scrivono i blog? Per gli altri blog? Se è solo così, forse c’è qualcosa che non va nell’approccio. Sarebbe bello discuterne en plein air, perché gente che gira in rete ce n’è tanta, e non è detto che siano sfigati solo perché non hanno un blog.

Allora. Per chi si scrive.
Io scrivo per un’ombra, un volto che non conosco. Mentre scrivo mi chiedo chi sia, mi chiedo insomma.
Ma scrivo anche per le persone a cui tengo. O che ho incontrato.
Per esempio, non quando scrivo ma quando rivedo quello che ho scritto penso spesso alla fabbrica, o alle persone semplici.
So che non hanno tempo, loro, per certi orpelli. E quindi bado al sodo, o cerco di.

Questo condiziona, mi condiziona, soprattutto nella scelta dei registri linguistici. Non nei contenuti. Chi legge poco, io credo, non perde il bandolo della matassa di certe storie complesse.
Il grande poeta russo Esenin diceva se lui era diventato un poeta lo doveva a sua nonna analfabeta, che gli aveva raccontato, quando era piccolo, le fiabe della mitologia russa.

Buona domenica E poi c’è chi dice, in questo caso canta, che scrivere serve a sentirsi meno fragili.

Autore: remo

Scrivo, ma in vita mia ho fatto di tutto: cameriere, operaio, portiere di notte. Sono stato anche disoccupato. Mi mi sono laureato lavorando. Poi ho fatto il giornalista e scrivo anche libri

15 pensieri riguardo “scrivere”

  1. Pingback: Libru » scrivere
  2. può succedere t.
    ma può succedere anche che si scriva per non impazzire.
    fenoglio: scrivo per una infinità di motivi….

    a chi si scrive è la variante.
    a chi pensa uno scrittore, un blogger?
    pensa a qualcuno?

    io posso dire che la prima vera volta (primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate) scrissi per me.
    dissi, mi dissi.
    raccontami una storia.
    ciao t.

  3. io scrivo spessissimo per me.
    per dar forma ai troppi pensieri.
    altrimenti soffocherei.

    ed una volta che i pensieri sono diventati parole
    li guardo, strizzo l’occhio…
    e dico…
    beh… non erano poi così male…
    certo da pensieri ancor prima di parole…
    erano ancora meglio…

  4. Io la penso così: se ti cominci a fare certe domande, se arrivi a stabilire per chi e perché scrivere, ti limiti a fare semplice “comunicazione”.
    Quello che scrivi, nei casi in cui la scrittura non è professionale e può essere libera (esattamente come può accadere su un blog, piuttosto che in un romanzo/racconto/poesia/…) deve essere scritto esattamente come soddisfa te in quel momento, e non come ritieni debba essere opportuno farlo… altrimenti diviene “produzione”; e non so, così mi sembra che si finisca col tradire l’arte.
    Saluti D

  5. che bel commento, vado a fare un giro a leggere qualcos’altro di solimano.

    comunque il vero problema e’ che se ci si chiede troppo per chi si scrive si finisce con smettere di essere se stessi. in qualche modo pensando al lettore si cerca sempre di compiacerlo almeno un po’, no?

    io cerco di non pensarci mai.

  6. chi parla lo fa con la voce del suo vissuto, chi ascolta ha le orecchie del suo. in mezzo ci può stare tutto il mondo.
    o anche il nulla, chissà.

    io credo che si scriva nella speranza che qualcuno un giorno capisca.
    per un lettore ideale, che probabilmente non c’è.
    e quello che è buffo è che qualche volta accade che invece una lettura ”altra” stia bene con la tua scrittura, e in un certo senso la completi.
    e allora è proprio bello, perchè dall’incontro può nascere un qualcosa di nuovo, e forse più vero.
    una ricchezza da condividere.

  7. “Scrivere per sé”, secondo me è una balla.
    Se uno scrivesse per sé terrebbe un diario privato.
    Penso che si scriva sempre per qualcuno, che sia inevitabile, a prescindere dallo scrivere per lavoro o per diletto. Nel caso dei blog, sulla base di discussioni che sono seguite per esempio alle mie affermazioni circa la necessità di definire un target, penso che – realmente – inizialmente non si riesca a definire un target (o se si odia questo termine, un lettore tipo). Inizialmente si scrive “a braccio” per far nascere una qualche discussione. Poi, inevitabilmente, si finisce con lo scrivere per gli abitudinari (i lettori). Sia perché vi è una evidente affinità, sia perché vi è un evidente punto di vista contrastante. Non è raro, infatti, che un blog sia frequentato assiduamente da blogger “in contrasto”. Per quanto sembri strano, si scrive anche per lui. Non per compiacerlo, forse, semmai per “provare a convincerlo”.

    La particolarità del blog è che si conoscono i propri lettori. Questo è facilmente riscontrabile, per esempio, osservando i blogger che scrivono su più blog: pur mantenendo il proprio stile (quando si tratta di scrittori/blogger di una certa esperienza), si può facilmente constatare che variano i contenuti, i toni, le atmosfere. Questo, che piaccia o no, significa che si scrive per un target specifico. Sempre.

    Personalmente, per lavoro, scrivo, ovviamente, per target ben definiti. Sul blog no. Sul blog sperimento. Ultimamente, per quanto banale, scrivo per mia figlia, affinché mi conosca, anche, attraverso un punto di vista differente: la scrittura personale, che è sempre stata (la mia) il canale di comunicazione più spigoloso, forse anche perché vi faccio confluire stati d’animo, pensieri, talvolta urli che – nonostante il mio pessimo carattere – resterebbero altrimenti soffocati.

    assu

  8. Ogni volta che mi interrogo sul perché io scriva mi ritrovo a formulare una risposta nuova e diversa dalle precedenti che non rinnega ciò che si è pensato, soltanto si modifica.

    Ma ciò che ho capito di questa mia esigenza essenziale è che scrivere mi serve per riflettere sul presente, sulla mia vita ma soprattutto sul mondo in cui vivo.

    La scrittura è uno sguardo e una voce.

    Ho prestato la mia voce a persone che l’avevano smarrita o che hanno una voce talmente fioca da essere sopraffatta dai rumori del mondo.

    Una voce carica di dolore ma anche di gioia.

    A volte penso che è una condanna avere lo sguardo che ho, uno sguardo che si riempie di meraviglia di fronte alla bellezza e che assorbe il dolore degli altri come una spugna facendolo proprio, questo mettersi sempre nei panni degli altri.

    A volte penso che è la cosa più bella che io possegga.

    Sono nata nel dubbio e vivo nel dubbio.

    Perennemente tesa a interrogarmi sul senso delle cose, della vita, su “dove stiamo andando” e non so mai cosa rispondermi.

    E poi ho aperto un blog.

    Un diario? O un blog di racconti? O scritture varie?

    A chi mai potrebbe interessare la mia vita? A nessuno. Mi rispondo.

    I miei racconti? Ci sono centinaia di racconti sulla rete. Sono come fili d’erba in un campo sterminato. Nessuno ha bisogno di un filo d’erba in più che cresce. Mi rispondo.

    Forse scrivere un blog o scrivere su carta o anche sulla sabbia è un modo come un altro di lasciare delle impronte, delle orme, che ci danno l’illusione di non essere ombre.

    Forse scrivere oltre a lasciare orme sulla sabbia destinate a una rapida quanto effimera illusione di lasciare una traccia di sé è anche qualcosa d’altro.

    Forse scrivere per prestare la propria voce a chi una voce non ce l’ha non è l’unica molla che mi spinge a farlo.

    Forse tutto sta nella forza creativa dello scrivere. E questo concetto di forza creativa l’espressi un giorno al mio amico Francesco con queste parole

    “Io penso che quando si scrive una storia, una qualsiasi storia, è sempre qualcosa al di fuori di noi ma anche dentro di noi. E che nel momento che scriviamo anche se scriviamo di noi diviene altro da noi. E che comunque io quando scrivo mi sento, sono, sempre in un luogo altro dove è difficile raggiungermi, un luogo che sebbene abbia tutte le cose che sempre mi circondano queste cose e me stessa sono altro dal mio mondo e da me. In estate, quando ero piccola, vivevo in campagna, davanti alla masseria, sotto uno dei due alberi di gelso c’era un rudimentale tavolo di legno, un tavolaccio con quattro gambe storte, fatto da mio padre, spesso ci si appoggiava sopra una grossa coperta di tela mezza lisa, io mi infilavo sotto, tiravo ben bene la coperta e spiavo dai buchi: vedevo spezzoni di casa, sassi, piedi di gallina e altro, guardando immaginavo dove la gallina fosse andata, o di chi erano le scarpe, poi mi perdevo dietro le mie fantasie, fantasie che avevano piedi di gallina, scarpe, pezzi di cielo, di casa. Lo stesso gioco lo facevo quando ero in braccio a mia madre che mi copriva la testa col suo scialle pensando stessi dormendo.
    Copio incollo ciò che ho scritto nelle pagina informazioni del mio blog:
    “Quando scrivo sono sempre lì sotto il tavolaccio di legno o sotto lo scialle di mia madre, da lì osservo il mondo e lo trasformo, trasformandomi”
    Forse questo blog alla fine è il tavolo di mio padre e lo scialle di mia madre.
    Forse questo blog alla fine è solo un mezzo per continuare a fare quello che faccio da sempre: scrivere ma rendendolo pubblico coltivo l’illusione di poter condividere ciò che scrivo con gli altri”
    Scusate la lungaggine. Ciao Lucia

  9. copio incollo doveva essere in cima al commento, devo aver sbagliato qualcosa, insomma tutto lo scritto è nella pagina informazioni del mio blog. Buona serata. Lucia

  10. Scrivo perché mi dà piacere scrivere.
    Scrivo perché scrivendo mi esprimo, a me stesso anzitutto, poi anche ad altri.
    Scrivo perchè per trentacinque anni non ho scritto nulla per diletto, ma solo per lavoro. Scrivo perché sono costretto a pensare a quello che sto scrivendo così capisco ed imparo di più.
    Scrivo perché piacere mi piace, e mi capita che quello che scrivo a qualcuno piaccia.
    Per scrivere ci vuole forza, non fragilità. Infine scrivo perché, due o tre volte l’anno, in modo del tutto inaspettato e non cercato, mi capita non di prima pensare e poi scrivere, ma prima di scrivere e poi pensare: è lo stesso scrivere che comanda il cervello, non il contrario.
    Molti, quest’ultima cosa non la capiranno, ma alcuni certamente sì, perché è successo anche a loro: allora, senza fatica, si scrivono le cose migliori. In questo non c’è nulla di misterioso, siamo fatti così e basta.

    grazie Remo e saluti
    Solimano

  11. Scrivo, sempre, anche quando il computer si e’ rotto. Scrivo e, lo dico con sincerita’, non mi chiedo mai il perche’ o il per chi. Scrivo perche’ devo. Una pulsione, si dice. Qualcuno mi ha consigliato di controllare la pulsione con qualche pastiglia di Imodium. Potrei rispondere cio’ che dice sempre la mia dottoressa new age: le cose che devono uscire (dal corpo o dalla mente) meglio fuori che dentro. Ecco, la mia scrittura deve uscire. Tutto qui.
    Laura

  12. Solimano,
    capisco perfettamente quest’ultima cosa.
    E’ una cosa che capita anche a me.

    E approvo tutto quello che hai scritto, tranne che per quanto riguarda la fragilità…

  13. scrivo sul blog per coltivare la mia biografia. ma lo faccio con gusto per correre il rischio di avere almeno un lettore. perchè come tu sai è anche il lettore che produce qualsiasi testo.
    in proposito mi è molto caro questo pensiero:

    in Lucio Lombardo Radice, Elogio del gioco,

    in Il giocattolo più grande, Giunti Marzocco, 1979, p. 104

    ——————————————————————————–

    Questa pagina finale è scritta non per chi gioca, ma piuttosto per chi, tradizionalmente, non gioca: le madri, i padri, i nonni, le zie e gli zii, i fratelli e le sorelle maggiori, le maestre, i professori…

    Cari amici e colleghi, se avete un atteggiamento di ‘sufficienza’ rispetto al gioco, se contrapponete ‘per gioco’ e ‘sul serio’, riflettete un poco, vi prego, su questo mio «elogio del gioco».

    Una delle minacce più gravi che incombe sulla nostra «civiltà occidentale», anzi uno dei fenomeni che già la corrode e la guasta, è il consumismo, è la passività, è la non partecipazione. Viviamo in una società troppo ricca, ma malamente ricca, che fa tutto lei, che ti fa trovare tutto bello e pronto e impacchettato: i giochi colle loro regole prestabilite, gli spettacoli sempre e soltanto da vedere, le trasmissioni della TV preparate da altri, i viaggi organizzati, le partite di scacchi tra Karpov e Korchnoj da rifare sulla base delle tabelle che trovi sui settimanali, la musica da asportare, i film da guardare…

    Viviamo in una società che non ci chiede di inventare, che non ci stimola a creare. Viviamo in una società nella quale c’è ben poco spazio per «giocare».

    Recuperiamo la gioia, il gusto, di suonare (male), di dipingere (peggio), di recitare (da cani), di fare film (pessimi)… ma di suonare, dipingere, recitare, fare film noi. Ebbene, il gioco intelligente collettivo è una delle forme più semplici, e secondo me più efficaci, per recuperare la creatività nella passiva e passivizzante società dei consumi.

    Ma ci sono molte altre ragioni di elogio del gioco.

    La cultura di base, quella senza la quale si è un pover’uomo, è fatta anche di una serie di regole, nozioni, nomi che è molto noioso imparare sui libri o sui banchi di scuola. Parlo delle regole della ortografia, di certe abilità di calcolo mentale, dei nomi degli Stati e delle loro capitali, di fiumi e laghi e località varie. Ebbene: sciarade figurate, gioco dello ‘spelling’, gioco degli uomini celebri, cruciverba una lettera per uno, sono, tra l’altro, eccezionali esercizi di ortografia (di nomi italiani, e anche stranieri); «fiori, frutta e città» è un ottimo controllo di nozioni acquisite; la camiciaia, ancora gli uomini celebri, il gioco dei matti sono un modo semplice divertente per ampliare le conoscenze, e con ciò se pure indirettamente, la propria cultura; il gioco dei ‘sì’ e dei ‘no’ impone la sistematicità logica; alcune varianti del «gioco di Carlotta» sono un ottimo esercizio per fare divisioni a mente.

    Domanda (molto seria, vi prego di credere, cari colleghi insegnanti): ma perché qualche volta, per controllare quello che i vostri allievi hanno imparato, non fate in classe un’ora di palestra di giochi intelligenti, invece di interrogare?

    Imparare a giocare, stabilendo e rispettando regole oneste, crea l’abitudine a una convivenza civile molto di più che non lunghe prediche di ‘educazione civica’.

    II gioco a squadre ‘socializza’, insegna ad aiutare e a rispettare i più piccoli e i più deboli, a bilanciare equamente le forze. I giochi che proponiamo sono anche un mezzo, non facilmente sostituibile, per il «recupero» dello stare insieme gioioso tra grandi e piccoli, tra genitori e figli, tra maestri e allievi.

    Giocare bene significa avere gusto per la precisione, amore per la lingua, capacità di esprimersi con linguaggi non verbali; significa acquisire insieme intuizione e razionalità, abitudine alla lealtà e alla collaborazione. E l’elogio del gioco potrebbe continuare. Ma mi fermo qui. Ho cominciato a scrivere questo libro per spasso, ma, via via che andavo avanti, pur continuando a divertirmi, mi rendevo conto sempre più chiaramente che stavo scrivendo un libro serio. Forse il più serio di tutti quelli che ho scritto

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