zingari di merda

È lì che ci porta il viaggio di Moresco, sulla soglia del silenzio e della morte. Dove arrivano anche le fotografie di Giovanni Giovannetti, che chiudono il libro (leggo su Orasesta)
Ringrazio Aitan per la segnalazione di questo post.

Estate 2006. Sono a Ravenna per presentare Lo scommettitore.
Pernotto in una bella pensione, la prenotazione l’ha fatta Fernandel, la casa editrice.
Ne approfitto, Ravenna è bella, la Romagna è bella; è vivace. Mi fermo due giorni e due notti, quella di venerdì e quella di sabato.
Sabato, mentre faccio colazione, parlo con il marito della signora che gestisce la pensione. Fa il fotografo, lui. Mi dice che ha una passione, Posso farle vedere, mi fa?
Ma certo, dico, e lui arriva con degli album, mi pare di ricordare.
Di scuro erano tutte fotografie che lui aveva scattato tra i rom. Vorrei che la gente sapesse che questo popolo è un popolo dignitoso come lo erano i pellerossa d’amercica, mi disse.
Guardi qua, non le sembra un’indiana?
Mi fece vedere una foto di una bellissima ragazza, Avrà vent’anni, mi disse lui, Vede come mi guarda, un po’ fiera e un po’ arrabbiata? I Rom non amano essere fotografati, ma i bambini sì.
Erano infatti foto soprattutto di bambini.
In Europa, mi disse, sono milioni e milioni, quanti uno stato della comunità europea, solo che noon hanno voce, né al parlamento né da nessuna parte. E l’ingiustizia, nei loro confronti, si perpetua.
Quel fotografo, poi, mi dice un’altra cosa. Mi dice: Ho imparato a conoscerli, e solo quando li conosci li capisci.
Era commosso. Ricordo che guardai sua moglie che a sua volta lo guardava, sorridendogli, come a dire Ti capisco, io ti capisco.

Non è facile parlare degli zingari. Nella mia città, alcuni sinti, soprattutto la sera, entrano nei bar di periferia e fanno paura, soprattutto quando bevono (e bevono: non c’è sera).
Sonospacconi, cercano la rissa. E contro di loro si scatena la rabbia delle periferie, e non solo. Anche di chi non li ha mai visti.
A volte sembra che il male peggore non siano corruzione, smog, il lavoro che non c’è, lo spaccio di droga che aumenta. Il male peggiore sono loro, che davanti ai supermercati e alle chiese chiedono l’elemosina.
Poi rubano, certo.
Ma come vivono? Come sono nati, cresciuti?

Quando frequentai per due anni un locale della periferia, che mi ispirò il racconto Tamarri, avrò avuto una quarantina d’anni. C’era qualche pensionato senza pensione, un paio di miei coetanei che la sera non sapevano dove sbattere la testa, e c’erano tanti ragazzi, dai quattordici e diciott’anni. Figli della disperazione. Alcuni erano zingari. Bevevano birra, certo. Una, due, tre Moretti. Ma non erano interessati né alle canne né alle pasticche che, sapevo, giravano alla grande, lì.

Credo ci sia un problema, serio, in Italia: a differenza di altri paesi europei, come la Germania, spendiamo tanti soldi per la repressione e pochi per l’integrazione.
Zingari di merda, appunto.
(Quando, domenica scorsa, al Salone del libro sono andato allo stand di Effigie, Giovanni Giovannetti, spiaciuto, Mi ha detto che Zingari di merda era ormai esaurito, – ma io son contento per lui, Moresco e il libro).

Poi, vi prego, leggete questa poesia di Mariella Mehr sul blog di Lino Di Gianni.
Faccio che incollare le note biografiche di questa poetessa (pubblicata da Effigie).
Mariella Mehr è stata vittima della persecuzione del suo popolo in Svizzera (il famigerato programma “Kinder der Landstrasse”, del quale poco o niente si sapeva fino a una ventina di anni fa): tolta alla madre nella primissima infanzia, passata per famiglie affidatarie, orfanotrofi e istituti psichiatrici, è stata soggetta a violenze di ogni genere, compreso l’elettroshock, e, come già successo a sua madre, a diciotto anni l’hanno sterilizzata e le hanno tolto il figlio. Autrice di romanzi, opere per il teatro e poesie, dal 1996 vive in Toscana.
La sua letteratura è una lotta permanente contro l’intolleranza, il razzismo e la discriminazione.

Fabio Turchetti – Mariella Mehr: Mio angelo di cenere

poi invece ho letto Elys

Dopo il caffè al solito bar, mentre camminavo pensavo che, oggi, avrei avuto due cose da scrivere.
Una storia di sguardi: persone che rivedo, ogni tanto mentre cammino, per esempio dopo il primo caffè, e che mi sembra siano rimaste ferme nel tempo: a uno sguardo, triste, di anni fa, che si portano sempre appresso.
Però avrei voluto scrivere anche di politica. Ieri sera, casualmente, vedo su un’emittente televisiva piemontese una sorta di Porta Porta alla buona. C’è il leader della Destra, Storace. Che, rivolgendosi a una ex parlamentare di Rifondazione ha, più o meno, detto: Il governo Prodi l’ha fatto cadere Mastella per una questione di malaffare, mentre voi invece avete fatto i soldatini, e avete tradito i vostri principi e i vostri valori. Eravate voi che dovevate far cadere il Governo Prodi, l’aveste fatto il vostro elettorato non vi avrebbe girato le spalle.
Grosso modo: condivido.
Il governo Prodi ha risanato il debito, ma ha fatto finta di non vedere che per le fasce più deboli la vita diventava sempre più difficile.
Avrei voluto, insomma, scrivere sulla sinistra italiana: che ha perso la sua identità, che è diventata casta, che abbassa la testa e non sa avvicinare i nuovi poveri.
Lo farò, forse, oppure no. Anche perché un po’, mentre ci penso e scrivo, m’arrabbio.

E invece apro il blog e vedo che l’ultimo commento è di Elys, Deserti di cioccolato. Era già intervenuta altre volte e quando qualcuno interviene, qui, poi io vado a vedere. Per curiosità, per scambiare il link (che giudico un puro gesto di cortesi), per leggere.
Ho letto.
Elys scrive
se penso all’impossibilità attuale di arrivare a ricevere un “sì” da un editore, mi prende un nodo allo stomaco
E poi dice anche:
mi viene l’irrefrenabile istinto di distruggere ogni cosa creata fino ad ora. Racconti, blog, romanzo.
Tutto. Mi viene voglia di DIMENTICARLA la scrittura. Mi viene voglia d’inventarmi una nuova identità. Che ne so, una senza aspirazioni. Una che non vuole niente. Si vivrebbe meglio. Io, vivrei meglio? Forse no.

Allora.
A volte lo penso anche io. Anzi: a volte quasi rimpiango quando scrivevo e non avevo trovato un editore. L’ho pensato anche nei giorni scorsi, e pensare che, nei giorni scorsi, per la prima volta – mai successo prima – un editore, incontrato al salone del libro, mi ha detto che un mio libro sta vendendo, sta insomma andando bene.
L’ho pensato perché si vive male – e ne conosco, io, di gente che vive male – dopo aver pubblicato un libro. Quello che era un sogno diventa poca cosa. Qualcosa da esibire, altrimenti gli altri nemmeno se ne accorgono. E si diventa patetici. O almeno: io così mi sento.
Ma ora mi fermo. Perché il post di Elys merita attenzioni.
(Anche perché, cara Elys, ti capisco: erano i miei pensieri quando scrivevo i miei primi libri. Ne vale la pena?, mi chiedevo. Ne vale la pena?, mi chiedo. Tu scrivi, e basta. Pubblicare o non pubblicare spesso dipende dal caso).
Buon sabato
Qui il cielo è grigio grigio

Dimenticavo, al Salone del libro di Torino mi ha fatto piacere rivedere alcuni amici blogger. In particolare Viridian (non me ne vogliano gli altri dieci, quindici che ho visto).
E ho avuto il piacere di conoscere personalmente Giovanni Giovannetti, che nella vita fa il fotografo e l’editore. E poi fa altro, per complicarsi l’esistenza.
In questo blog ci sono segnalate le case editrici che mi hanno pubblicato e alcune case editrici di cui ho sentito dire bene (per esempio da Barbara Garlaschelli). C’era anche quella di Giovannetti. Ora c’è: a maggior ragione.