o che sarà che sarà

reduce da san galgano (le foto è di una blogger, Spuma)

galgano-spuma

sto respirando, ora, l’aria del posto dove son nato; e che ha ispirato uno dei brani più noti della canzone italiana
(Migliacci, che l’ha scritta, è di Cortona, come me. Quando la scrise era una Cortona povera, con tanti che partirono, come partì mio padre).

Già che sarà

Buone cose a tutti in queste ore, insomma.
E in quelle prossime.

… tu sei un universo e stai in uno sguardo

sappi che tutte le strade, anche le più sole
hanno un vento che le accompagna

e che il gomitolo, forse
non ha voluto diventar maglione

che preferisco non imparare la rotta
per ricordarmi il mare

Questa (splendida, per me) poesia è di Pier Mario Giovannone, giovane poeta (è nato a Cuneo è del 1974), chitarrista e arrangiatore dei testi di Gianmaria Testa.

Su Youtube ho trovato un’altra sua poesia, musicata
da CarloPestelli
(… tu sei un universo e stai in uno sguardo…)

… mela e cannella

un grande blog?

Ogni tanto succede e, quando succede, solitamente faccio finta di niente (e ringrazio).
Li ringrazio a Contaminazioni (LorenzaBoninu) e a Mauro Gasparini, però chiedo scusa, ma la catena non la continuo.
A volte (diciamo almeno due volte al giorno, prima o dopo i pasti, è indifferente) penso di chiudere con questo blog, conface, splinder, anobii. Penso di chiudere con tutto, ma non perché mi senta oberato: per scrivere un post impiego pochi minuti, solitamente dico la prima cosa che mi viene in mente,quasi mai faccio il controllo ortografico.
Insomma, improvviso, a seconda.
Se mangio il panino durante il lavoro magari posto una storia arrivata al giornale (quella della signora sulla sedia a rotelle che cerca sigarette, oppure quella della ex mondina che ritrova il suo ex moroso dopo quarant’anni), se invece posto dopo il terzo caffè, magari racconto delle persone incontrate, per strada, nel tragitto, con tappe al bar e dal tabaccaio e dal panettiere, che porta da casa mia alla redazione de La Sesia.
So che in tanti han storto il naso per l’impostazione di questo blog, altri invece l’han capita che è così: che è anche, insomma, una questione di tempo.
Io posto quando ho tempo e quando ho tempo mi vien da scrivere o del libro che sto leggendo o delle bestemmie che mio padre ha ripreso a dire approfittando del fatto che mia madre è diventata sorda e non lo cazzia, come succedeva invece fino pochi anni fa.
Sto tergiversando (è notte, e io di notte, tergiverso. Oppure no: di notte tiro fuori i ricordi, è il tempo dei ricordi, la notte, o ei pensieri poco belli, tipo morte, suicidi, malattie. Ma anche amori, pensiamo agli amori, oggi, di sempre…)
No, non è il blog che mi porta via del tempo, né facebook, né splinder.
E’ la posta elettronica. Certi giorni scoppia.
E a me sta bene che scoppi.
Nel rapporto uno a uno si è più schietti, non c’è la mediazione di una scrittura che viene letta anche da altri.
Si litiga magari di più ma si è anche meno permalosi.
Allora, quando certi giorni son preso da cento cose, e magari qualcuno si offende con me perché tardo a rispondere o non leggo una sinossi, dico: cominciamo col chiudere il blog, venti minuti risparmiati.
In realtà la voglia di chiudere i blog viene anche perché spesso (anche qui,  ogni giorno direi) penso di non avere più nulla da dire.
E allora penso a questo.
Penso che mi piacerebbe coordinare un bel blog collettivo (tipo Habanera, o La poesia e lo spirito) ed invitare un bel po’ di gente, in pratica un bel po’ di gente linkata (o che magari mi scrive della mail), a farne parte. E coordinare.
Sì, ma quanti?
Ecco, a questa risposta si ricollega quanto ho scritto sopra sulla catena: non ho quindici blog da segnalare, ma almeno cinquanta.
E mi piacerebbe, giuro che mi piacerebbe, coordinare un blog collettivo di cinquanta teste. Che conosco e stimo.
Tempo verrà, spero.
Buona giornata

un uomo che, lento, sale per la mulattiera

Quando percorro l’autostrada del sole – e vedo l’indicazione Pian del voglio – vedo anche un’immagine, la stessa: un uomo che si ferma ad asciugarsi il sudore della fronte, si accende un pezzo di toscano, e poi, lento, riprende a salire per la mulattiera.
C’è tanto verde attorno a lui. Ha fame, vede in lontananza, lui, una locanda, che conosce. Prosegue.

Mi sorella Silvia forse si ricorderà. Quando io ero ragazzo e lei bambina, e si faceva l’autostrada del sole da Vercelli a Cortona, appena si vedevano le indicazioni Pano del voglio ci toccava sempre la stessa litania: mio padre che, solitamente dopo un ah, esclamava: I buoi sono a pian del voglio.
Pensavamo, E’ scemo.

Chiesi a mio padre, anni dopo.
Mi disse che suo padre, mio nonno Beppe, andava a comprare i buoi a Pian del voglio; e che, giorni prima di partire, andava cantilenando in casa la stessa identica litania: I buoi sono a piandelvoglio.
Poi saliva sul mulo, si accendeva il toscano o la pipa, salutava e, lento lento lento, si allontanava.
Oggi ci si dilegua, allora no: ci si allontanava con lentezza.
Impiegava tre giorni per andare e tre per tornare, mio nonno, per percorrere tra strade e sentieri percorsi sconosciuti.
Oggi, da Cortona a Piano del voglio, tra strada e autostrada ci sono 174 chilometri.
Quando percorro l’autosole e vedo l’indicazione Piano del voglio penso: tra meno di due ore sono a Cortona.

Ieri su Facebook ho letto – casualmente – questa frase.
la nostra cultura funziona così: abbiamo mille strumenti per velocizzare vertiginosamente ogni nostra attività. possiamo fare cose fulmineamente, c’è un’enorme differenza già rispetto ai nostri genitori. eppure non abbiamo mai tempo.

(non sono d’accordo d’accordo… sul tempo).
(però di sicuro andiamo di fretta).

Piano del voglio
Piano del voglio


Io, tutte le volte che vedo l’indicazione Piano del voglio penso a quante strade, quanti incontri, quanti boschi, quante trattorie e quanti bicchieri di vino buono, e quanta neve o sole, e quanti sorrisi di donna o di bambino mia nonno abbia incontrato nei tre giorni che, allora, occorrevano, in groppa a uno stupido mulo, per andare da Cortona a Piano del voglio, o piandelvoglio, unica parola, come dice il mio vecchio.

buona domenica

dimenticavo: grazie Davide.

odio e amore (no potho riposare)

Hesse:
Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi.
Per me questa è una grande frase.
(Giustamente, Martin Luther King diceva che l’odio è il peggior stato d’animo, stupido anche: chi oda regala io suo tempo alla persona che odiamo).

E questa (parto con questa versione, perché in sovraimpressione c’è la traduzione) è una grande canzone, d’amore e sarda.

L’ho sentita per la prima volta a Vercelli, durante un concerto del coro di Nuoro, penso una quindicina d’anni fa.
L’ho risentita qualche estate fa, in Sardegna, d’estate, e rimasi colpito dall’intensità con cui veniva cantata, eravamo solo un gruppo di persone che aspettava la notte.
L’amico sardo che la cantò la cantò ad occhi chiusi, commosso.
E l’ho risentita un’ora fa, vedendo il video che Paola Pace (attrice che ama poeti come Esenin e Campana e che ama savare tra i ricordi) ha proposto su facebook: nell’interpretazione – l’ultima – di Andrea Parodi.

buon sabato

che è piccolo e che tutto si sa

Nel paese – che è piccolo e che tutto si sa – è successo questo nei giorni scorsi.
Il postino l’ha vista in giro, sulla sedia a rotelle, che sfrecciava.
E si è preoccupato, il postino: metti che attraversi, sbadata, la strada.
E si è chiesto, il postino, se l’han lasciata uscire dalla casa di riposo oppure se è lei che, svelta, esce e va a spasso, e poi, ma con delicatezza, si è anche interrogato, sempre lui, il postino, se per caso la signora, visti gli anni, non abbia magari qualche disturbo senile…
Fanno brutti scherzi certi disturbi: si sa da una vecchia maestra che, in un paese non vicino, va in giro e dice cose sconce e parolacce…
E io quando ho sentito il racconto ho ri-pensato a Il piano finito della Allende: il vecchio che, quando viene prelevato per essere rinchiuso,  si sbottona i calzoni e prende a masturbarsi…
E son ricordi, pensieri, questi, che ne trascinano dietro altri mille…
(Mia zia, demenza senile, ricoverata in istituto non riconosce nemeno mia madre; le dice Buongiorno, oppre, Cosa vuole?; mia madre, che un giorno, va da lei, ed è di fretta; è morto il fratello più piccolo; mia zia è agitata, dicono le suore a mia madre che sono ore che chiede, Dov’è Quinto?, appunto, il fratello che è morto, a 500 chilometri di distanza).
Comunque.
Succede che poi – nel paese che è piccolo e che tutto si sa – una ragazza veda, pure lei, la signora che, sedia a rotelle, sfreccia.
Guarda la ragazza e dice: Il tabacchino, ha già chiuso il tabacchino, e adesso dove le trovo le sigarette?
E torna, piuttosto incavolata, me veloce, verso la casa di riposo.
(Ed è successo per davvero. Postino e ragazza, ora, son tranquilli).
Buona giornata

che natale è

Sono in redazione, solo, rispondo agli auguri, sms o mail o telefonate che siano.
E’ da una vita che certe giornate le passo al giornale. Anni fa, c’era un motivo vero: non avevo a casa il computer e quindi, per scrivere, venivo qui.
Se ripenso al mio primo libro, Il quaderno delle voci rubate, mi rivedo qui. E se invece ripenso a Lo scommettitore mi rivedo ancora qui e poi in un albergo, a Cortona, di notte, nella stanza delle prime colazioni.
Insomma, per scrivere ho rubato tempo a tutto: a una passeggiata, agli affetti, a momenti insomma.
(Certe volte faccio il gioco dei rimpianti: se avessi creduto un po’ di più nella mia scrittura avrei perso meno tempo a cazzeggiare, per esempio giocando a bowling, sport che ho praticato a livello agonistico.
E anche: se avessi dedicato meno tempo alla scrittura avrei, ora, qualche ricordo in più di mia figlia, Sonia).
Torno, perché la mente è tornata lì, al Quaderno.
Lo iniziai a Pasqua e lo finii in quindici giorni, sarà stata l’estate di tredici, quattordici anni fa: niente ferie, quell’anno, niente Cortona, ma solo la scrittura, poi le passeggiate al fiume con il cane che avevo allora, Barone, poi il cinema la sera.
(Non è facile, quindi, la vita per chi vive con me.
Mia moglie Francesca (seconda moglie), quando siamo in ferie e mi fa da autista e vede che sbadiglio e che mi abbiocco, dice, E’ un piacere fare le ferie con te).
Ma è anche vero che non devo piangermi addosso.
Preferisco stare qui, anche oggi che ho ben poco da fare, che in mezzo alla pazza folla.
Però, però, sul Natale vedo giudizi.
Ora mi sta bene tutto, ed è giusto che ci sia gente che dica, del Natale.
Ma le lezioni dall’alto, grande festa, festa borghese, festa del cazzo, non mi piacciono.
Ognuno di noi ha i suoi ricordi, le sue percezioni.
Per me è una bella festa. Ricorda i momenti più belli della mia infanzia. Mi ricorda anche gli amori passati a presenti, il Natale, un po’ come la primavera.
Ma è anche un momento, dico per me, solo per me, sempre e solo per me, di tristezza: al tavolo, stasera, mancherà qualcuno.
E’ così dappertutto, certo, dappertutto si dice che la vita va avanti.
I bambini, per esempio, devono sorridere.
Ma amo e voglio anche ricordare, io, e mi sento affine a chi ricorda.
Buon natale a tutti, soprattutto a quelli che non sono riuscito a salutare.

gli auguri scomodi

Copio e incollo un post, di Stefania Mola, che apparve un anno fa su La Poesia e lo spirito.
Penso vada bene e andrà bene: anche tra uno e più anni.
Va bene per chi crede, va bene per chi non crede.
Buona lettura, buona vigilia.

Natale 1985

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire.
Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce”, dovete partire dagli ultimi.

Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.
don Tonino Bello

natale

Natale 1926, Antonia Pozzi
(dal sito http://www.antoniapozzi.it)


Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia

Natale (Fernando Pessoa)

Nasce un Dio. Altri muiono. Non ci è giunta
né ci ha lasciato la verità: muta l’Errore.
Abbiamo ora un’altra Eternità,
e ciò che è passato in fondo era migliore.

Cieca, la Scienza ara gleba vana.
Folle, la Fede vive il sogno del suo culto.
Un nuovo Dio è solo una parola.
Non credere o cercare: tutto è occulto.

Il Natale è il 24 (Piero Ciampi)

È Natale il 24.
Non riesco più a contare,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di fermarmi a una stazione,
senza amici e senza amore.
Mio fratello è all’ospedale,
sono giorni che sta male,
la madre non l’ha più.
Anche Pino è separato,
Elio al gioco si è sparato,
mi stupisco sempre più.
Io vado,
quando sono abbandonato
vado in cerca di una donna,
senza danni.
Sento,
quelle volte che non pago,
che rimane pure amore
per un’ora.
Ma il mattino mi consegna
Francescangelo drogato,
non mi conosce più.
Per vederci un poco chiaro
bevo un litro molto amaro,
sono dentro a un’osteria.
Il Natale è il 24,
Gianna ha un cuore molto strano,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di rifermarmi a una stazione,
senza amici e senza amore.
Il Natale è il 24.

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Di Natale, comunque io, ho un buon ricordo. Profumi,  in particolare. Di cibo buono che, soprattutto se vivi in una famiglia povera, operaia com’era la mia, assaporavi di più, e di carta anche, sapevano che mi piacevano i libri e li annusavo, accarezzandoli, quei libri che i regalavano anche perché un trenino costava troppo, ricordo alcuni titoli, Pellerosse in armi, La ferrovia del pacifico, Passaggio a Nord Ovest, Betty Zane, e mi portavano lontano, e Zanna bianca, e Il richiamo della foresta e poi, anni dopo, diciamo una ventina,  ricordo invece, ricordo nitido era il 1983,  La psicologia dei bambini, che lessi tra la vigilia e il natale (mentre c’era il solito insopportabile, noioso, dopo pranzo in famiglia).
Ecco, da bambino sognavo di diventare adulto e poi da adulto, sebbene avessi meno di trent’anni, imparai, leggendo appunto la Klein, che si resta sempre bambini.
Ma ci si arriva da soli, a questo.
Buona giornata


È Natale il 24.



il dono di Monia (e altro)

questa poesia correva il rischio inosservata, tra i commenti; è un dono di Monia (che la scorsa estate, ricordo, mi diede una grossa mano per i Raccontiaquattromani).

No, non c’è la morte.
Neppure questa pietra è morta.
E non è morto il frutto che è caduto:
tutto in vita ritorna al tocco delle dita,
tutto respira al ritmo del mio sangue,
del soffio che lo sfiora.
Così, quand’anche la mia mano seccherà,
nel ricordo vivrà d’un altra mano,
e tacita la bocca serberà
il gusto delle bocche che ha baciato.

( José Saramago )

Poi, vi segnalo questa recensione.
E’ sul nuovo libro di Alessandro Zannoni, che è bravo, credetemi, che in questo blog a volte interviene firmandosi Alessandro, che ora fa parte di una casa editrice che mi piace (la cui “anima”, se non sbaglio è Luigi Bernardi), e che in passato, sto parlando sempre di Alessandro Zannoni, con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi aveva pubblicato libri autoprodotti, autopromuovendoli e facendosi apprezzare.

Su Facebook (e su Nazione Indiana, ma non ho seguito bene) c’è stato uno scontro, tra due persone che conosco e stimo, Eva Carriego e Franz Krauspenhaar. Sarei voluto intervenire, ma non l’ho fatto. A volte nella rete non è possibile capirsi e scattano così le imncomprensioni e anche le offese.
Nella rete non si può discutere come si potrebba fare davanti a un caffè, un bicchiere di vino.
La discussione, comunque, era questa.

Chi sono gli scrittori, oggi?
Io so che, a prescindere, vengo visto con sospetto da chi non ha pubblicato, e con sufficienza, da altri.
E qui mi fermo, augurando buona giornata.

non è triste la morte, sa?

Ricami di rami sul bianco silenzio del cielo.
Nidi vuoti su sostegni assopiti,
guardo e sento che ci sarà un nuovo inizio

L’ha scritta Morena Fanti, è nel suo romanzo, Orfana di mia figlia.

Mi è venuta in mente, rileggendola, un’immagine, un ricordo.
Sono in università, Palazzo nuovo, Torino.
Sono davanti a Gian Renzo Morteo.
Parliamo di teatro, di poesia, della mia tei di laurea.
A un certo punto si blocca, lui, e non mi ascolta più. Sta guardando fuori, vedo, sta guardando un albero.
Era malato, sarebbe morto di lì a pochi mesi.
Importava quell’albero, in quel momento, quell’albero che, vivendo, non sappiamo guardare.

Siamo stupidi quando, di fronte alla morte, torniamo bambini e ci sentiamo indifesi e vediamo cose che non vedevamo o siamo stupidi vivendo
tutti chiusi in tante celle
fanno a chi parla più forte
dice Guccini
(ne ho parlato l’altra sera, alla presentazione del mio ultimo libro, a Villata; mi han chiesto dela morte….
alla fine si è avvicinata una persona che mi ha detto: Lo sa che ha ragione? Non è un argomento triste la morte, è triste se ci dimentichiamo di lei…)

Mio padre fa lo sbruffone quando parla della morte. Dice, chissà se tra due mesi sarò ancora vivo, oppure va a vedere la tomba che ha comprato al camposanto, per lui e per mia madre.

Ieri sera raccontava di quando si è sposato, il letto matrimoniale lo pagai 24 mila lire, il vetito da sposo 6mila lire, ha detto.
Poi è tornato indietro, sempre più sempre più.
A quando andava a scuola, un’unica classe per tre classi elementari, alle botte della maestra, poi, sorridendo, ha detto, E quando si doveva andare alla Dottrina (catechismo) mica ci s’andava, s’andava a rubare le mele.
Sembra ieri, ha detto.
L’ho visto triste, non era mai successo.

Suonano le campane, la giornata è fredda ma bella, vado a spasso per Vercelli, vi lascio queste parole con refusi incorporati, come sempre, sono appunti, del resto, questi, e io ho fretta di andare a camminare
buona domenica

Tamarri è uscito, ma io, ancora, non ho visto le mie copie omaggio; c’è, però, già questa recensione di Gordiano Lupi.

viole(n)t red

le conobbi a genova un paio di anni fa.
passammo una bella serata, che finì in bellezza alla Vegia Zena, trattoria del porto antico di Genova, e finì a Boccadasse, solito locale (solito percorso, ripetuto domenica scorsa insieme a mia moglie e alla mia  giovane amica, Chiara Daino, attrice e scrittrice).
le conobbi, dicevo a genova, Laura e Lory, erano in trasferta per presentare un libro, ma la conoscenza diretta di una sera, per quanto piacevole, è diventata poca cosa o nulla rispetto al rapporto che s’è instaurato poi, con telefonate e mail.
le stimo come persone, mi piace come scrivono.
di un loro libro, che ha, credo, l’unico grosso handicap di essere troppo voluminoso, ho letto i primi capitoli e penso che prima o poi (lo spero, anche) abbia fortuna.
ha anche un bel titolo, Il puzzle di dio.
Comunque.
Ho scoperto or ora che Laura e Lory hanno pubblicato un libro per la casa editrice che pubblica anche Enrico Gregori, che di questo blog, insieme ad un’altra decina di persone, è come se fosse coautore.
comunque la copoertina del libro è questa, quel po’ d’altro che si sa è qui, nel loro blog.

laura-e-lory