dimenticanze

Dimentico spesso il cellulare a casa, il mattino, così poi, mentre vado a lavorare, son costretto a fare retromarcia. Almeno una volta a settimana.

Una volta, dopo aver bevuto un aperitivo, faceva un caldo boia, me ne andai senza pagare, e la cameriera mi inseguì (ero giustificato però: stavo leggendo l’sm di una mia amica che diceva: Domani vengo sola, Lui mi ha lasciato, si è innamorato di una psicologa in chat)

due volte, solo due volte, mi è successo di cercare disperatamente gli occhiali che erano… ai miei occhi.

persi il floppy, forse in una birreria, del libro Dicono di Clelia; fortuna che avevo un’altra copia (poi, era su star office, quindi chi l’ha trovato mi sa tanto che non è riuscito nemmeno ad aprire il file).

quando scrissi Dicono di Clelia dimenticavo di mangiare, a volte, e questo era bene.
quando scrissi La donna che parlava con i morti dimenticai (o forse no) che non si mangia alle 4 di notte, e questo non era bene.

ho perso un assegno, nel casino della mia scrivania, in ufficio. Lo sto ancora cercando, da sette, otto mesi. Temo che sia finito in qualche cassonetto.

e dimentico le chiavi di casa mia: le lascio appese alla serratura, così evito eventuali scassi in caso di eventuali furti.
(quache mese fa, mi telefona mio padre, e mi dice: Va bene che sei incasinato e che hai tanto da fare, ma sei uscito di casa e hai lasciato la porta spalancata).

quando ero caporedattore dovevo chiudere le pagine di Vercelli. Una sera, prima di mandare il giornale in tipografia, ci accorgemmo che le pagine del giornale anziché 48 erano 47: avevo dimenticato di farne una.
Mi avrebbero ucciso, gli altri.

però compensai: due, tre mesi dopo, al momento di spedire le 48 pagine ci accorgiamo che sono 49; ne avevo fatta una in più.
Risero, gli altri.

la più grossa, però, è questa. Una volta ho fatto il prelievo al bankomat, 300 euro (e il bankomat della Popolare di Milano è nella seconda piazza di Vercelli).  Faccio tutto, ma dimentico una cosa: i soldi. Me ne accordo la sera. Il giorno dopo – botta di culo – vado in banca, controllano, e vedono che il bankomat ha risucchiato le banconote prché nessuno era passato di lì (il santo dei disordinati che santo è?).

poi una dimenticanza classica, di chi dimentica tutto. Avrò avuto trent’anni (le altre elencate sono recenti), ero solo in casa. Mi telefonano dall’asilo di mia figlia (che è nata quando io avevo 22 anni e mezzo): Si è dimenticato di venire a prendere sua figlia.

quando avevo 26 anni – tanto per restare al passato – mi operarono ai calcoli alla cistifellea. Avevo un amico infermiere. La notte pima dell’operazione ci dimenticammo che dovevo stare senza cibo (o forse no, non è che ci dimenticammo veramente), e ci facemmo un bel piatto di pastasciutta. L’intervento è riuscito bene.

dimentico le password, così poi le scrivo da qualche parte, ma dimentico dove si trova “da qualche parte”.

a volte faccio la doccia senza avere biancheria o pigiama e senza l’asciugumano (perché quando lo metto a lavare penso, Tanto c’è tempo per metterne uno pulito). Quando la doccia è finita, dal momento che la faccio sempre di notte, poi son cazzi.

di sicuro ne ho dimenticate un po’, ecco.

(a natale ho dimenticato di fare gli auguri ad alcune persone, due in particolare,  a cui dovevo farli; mi spiace).

(e poi ci sono le dimenticanze classiche, che condivido con tanti:  come non trovare la macchina parcheggiata chissà dove).

E infine.
Avevo sei anni, facevo prima elementare e andavo al doposcuola: triste, per i più poveri. I figli di operai venuti del sud, i ragazzi del’ospizio, quelli dei quartieri poveri peveri (col cazzo che erano i favolosi anni Sessanta, scusate).
Un giorno succede che mi rubano una biro, o che la dimentico.
A Casa.
– Mamma ho perso la biro.
– Tieni i soldi.
Il giorno dopo riperdo la biro.
– Mamma, ho perso la biro.
– Ancora, tieni ti do i soldi ma fai attenzione.
Il giorno dopo ancora.
– Mamma ho…
– Hai perso la biro? Allora, io ti do i soldi ma se domani  la perdi ancora non farti vedere.
Il giorno dopo non mi feci vedere. Avevo perso per la quarta volta consecutiva una biro. Mi trovarono verso le 10 di sera. Rivedo mia madre, che non piange mai, con gli occhi rossi, che mi abbraccia.
Si arrese.

avere paura non serve a non morire

Il mio cane è bloccato sul tavolo del veterinario. Devo tenergli la testa, devo parlargli mentre lo rasano, perché debbono fargli l’ecografia.
Si sente tradito da me, trema.
Il suo sguardo cerca qualcosa di lontano.
Forse il senso di morte, l’angoscia di morte.
Per Melania Klein noi, quando nasciamo, soprattutto nelle prime fasi della vita e poi c’è il pericolo anche dopo, ci portiamo appresso l’angoscia di morte.
Non è vero che i bimbi ed i cani sono esseri spensierati.

Poi però il mio cane ha festeggiato il ritorno alla vita.

Ma l’urlo incombe sempre.

urlo-di-munch

Anni fa a Firenze arrivò un allenatore turco. A prescindere dalle mie simpatie calcistiche, ricordo una su frase:
Avere paura non serve a non morire (Fatih Terim)
Ecco, io penso che vada recitata come un mantra.
Paura e angoscia di morte fanno morire prima. Rubano il tempo, cioè, alla vita.
La strada maestra è nel coraggio, insomma.

Buone cose

(ma dal momento che morire bisogna, e quando si crepa non ci portiamo dietro né soldi né libri pubblicati o da pubblicare, né ripicche o piccole vendette da consumare, io, poche ora fa, in birreria mentre finivo di leggere Nero marsiglia, di Réne Frégni, piacevole e veloce lettura, mi sono fatto una birra media e tre panini, ovvio, era la mia cena.
Il panino numero uno era con bresaola e formaggio; il secondo, con peperoni, acciughe e cipolle; il terzo, un hot dog alla diavola; ho chiesto di esagerare col peperencino, perché per me, alla diavola, significa mangiare piangendo, ma mica di dolore.
Alla faccia, anche dell’angoscia di morte).
(Dimenticavo: comprendendo il caffè ho speso 12 euro e 40. Buon prezzo, no?)

Per parte di questo post (sull’angoscia di morte) devo ringraziare la psicologa e giornalista Marina Di Pasquale. Ha fatto sì che io rispolverassi qualcosa che avevo rimosso. Le chiedo scusa, ché io ho banalizzato.
(Un contato, questo, che mi ha regalato comunque-Face).
Poi.
Vi segnalo questa intervista al mio amico Alessandro Zannoni. Ho scritto amico, che è parola grossa. In effetti non ci conosciamo. Ma è scrittore che stimo ed è anche persona che viene spesso, qui, firmandosi, semplicemente, alessandro. Su tante argomenti la pensiamo allo stesso modo.
Poi.
Parole, sotto forma di post, e soprattutto domande sulla morte: di tiptop.
Infine.
Su Facebook questo post è replicato; ci sono altri commenti. Da Sabrina Manfredi ho ricevuto questa poesia.
Prospero / il mio gatto grigio / ha lasciato questo mondo / con la zampina che si è raffreddata / nella mia mano.
L’urlo, il mio / è sopraggiunto dopo

(questi sono aggiornamenti nella pausa panino, con verdure oggi, delle 14)

scrivere nella mente

Davanti a me, alcune fotografie. Dalla mia stanza, stasera, vedo un pezzo di luna. Sulla scrivania il disordine è comunque contenuto. Libri, bloc notes zeppi di appunti oppure no, sigari, un vecchio Diabolik. Ha una storia particolare, quel vecchio fumetto.

oppure (l’esercizio)

Davanti a lui, alcune fotografie. Dalla sua stanza, era una sera di gennaio, fredda, vide un pezzo di luna. Vide anche, sulla sua scrivania, il disordine di sempre; e lo sguardo, tra bloc notes fitti di appunti,  sigari e libri, si posò, quasi con insistenza, su un vecchio Diabolik, che non era solo un fumetto:  era una storia, di quelle vere, da ricordare.

Un esercizio banale. Ho scritto quello che faccio spesso mentalmente.
Pensare come se scrivessi.
Mi capita spesso di farlo: soprattutto quando mi vengono in mente storie, che sono prese dalla realtà ma che poi diventeranno altro. Storie che arrivano, così, all’improvviso.
Mi è successo due settimane fa, a Torino,  mi è successo ieri sera, a un corso di yoga.
Storie che non so se diventeranno racconti, che poi mi succede spesso di dimenticare, di lasciar perdere.
Ma torno indietro.
La scrittura, un po’ come lo yoga, mi ha insegnato a vivere il presente.
Vedo qualcosa, lo trasformo in storia, lo scrivo mentalmente.
Oppure, non vedo una storia ma vedo solo una strada: e la descrivo, co se fosse la pagina di un libro.

Do insomma un consiglio a tutti quelli che si cimentano con la scrittura.
Se non avete tempo pensate:  ma da scrittori.
Sarà più facile poi descrivere una strada: e fare in modo che un lettore la veda.
Con le auto in sosta, le fognature, i balconi, i gatti che si rincorrono…
Perché scrivere significa anche far vedere, far sentire, trasmettere “cose”: e questo avviene solo se si è allenati alla descrizione, per esempio, dei particolari.
Raccontare cose complicate con semplicità, credetemi, è un’arte non da poco.
E’ talento: che si acqusisce. Giorno dopo giorno. Lggendo, anche. Oppure così. Scrivendo nella mente, soprattutto se il tempo manca.

Questa cosa l’ho raccontata sabato a Bologna, a Francesca Bonafini, scrittrice di belle speranze.
Le ho detto che quando non ho tempo faccio così: scrivo nella mia mente. Sporcandola, però.

E poi vi segnalo una recensione, questa, sul libro di Renato Bergonzi, Nulla sanno.
Io non l’ho letto,  ancora. Ma ho chiesto a una mia lettrice, che conosce Sanremo. E mi ha detto, questa mia lettrice, più o meno le stesse cose lette nella recensione. E che Bergonzi (ciao Renato) ha una bella scrittura.

il tempo solo di notte

ci sono giorni in cui la sfiga ti si accanisce contro, s’appiccica quasi.
problemi di denti, problemi di auto da far vedere, problemi di cane…
(stamattina, mentre sto per uscire, educatamente lo saluto: Ciao Toby. E lui, invece di rispondere, mi viene incontro e mi fa capire che vuole uscire. Gli dico, Col cavolo, e lo mando in giardino. Ci va, mogio mogio, e vedo che si mette sull’erba, ma in modo innaturale, e poi vedo che le sue zampe tremano, allora dico, Dai Toby, andiamo, e andiamo per lui è la parola magica, sembra miracolato, sta bene, invece la prima volta che si ferma a far pipì lancia un guaito, così osservo e vedo che ha orinato sangue…).
e non è tutto.
Arrivo al giornale, solite mail solite casini, solite cose (anche i ringraziamenti per come è andata la presentazione sabato a Bologna, che a me – per principio – le presentazioni stanno un po’ sui maroni, però succede che solitamente vanno tutte bene e, non solo, alcune vanno benissimo, ma mica perché parli di libri e di quanto sei bravo tu, ma perché ti ritrovi a parlare, ridere, scherzare con della bella gente) e poi anche una telefonata.
Un amico, di una vita fa.
Scusa se ti chiamo, mi dice.
E’ in ospedale. L’elenco dei suoi guai è impressionante, però lui, che è tosto, mi dice cosa vuol fare da grande, perché a quaranta e passa anni si deve pensare a cosa fare quando verrà primavera, e poi mi lascia andare, e mi dice Scusa se ti ho portato via del tempo).
Devo andare dal dentista, dal meccanico, anche in banca, ecco ora, in questo momento mi sto ricordando che devo ancora pagare l’abbonamento tv e la tassa dell’ordine dei giornalisti, devo vedere gente, fare telefonate, però vorrei, e non so quando, portare il cane dal veterinario prima possibile e trovare almeno mezz’ora, cazzo, per andare a trovare quel mio amico.
E invece il tempo io trovo tempo solo di notte, quando tutti dormono, anche dentisti, veterinari, ospedali…

Di notte, stanotte, scriverò. Ho in mente dei racconti. Se aspetto mi so tanto che scappano e se poi scappano mi sa tanto che non li trovo più, poi.

scrivere è: di deborah gambetta

E’ notte, non ancora fonda.
Invece di scrivere vi propongo il frammento – ma in realtà è l’essenza – di un post.
Leggete un po’, parla di scrittura, questo frammento-essenza di Deborah Gambetta.

Scrivere è fatica. Scrivere non significa accostare parole e raccontare una storia. Scrivere significa montare e smontare quello che si è scritto, avere il coraggio di tagliare l’inutile, significa anche impiegare interi pomeriggi su una frase, significa perdere il sonno perchè quella cosa non torna e se non torna i casi sono due: o non serve o non è stata sviluppata. Scrivere significa andare il più a fondo possibile, non solo dentro il nocciolo della storia ma anche dentro ogni singola scena che si racconta. Scrivere significa leggere e rileggere quello che si è scritto, tornarci su di continuo, aggiustare e poi vedere come questa cosa su cui ci perdiamo sonno si combina col resto. Se quello che stiamo scrivendo non produce sofferenza, se quello che stiamo scrivendo non ci occupa la mente giorno e notte, se quello che stiamo scrivendo non ci obbliga a lavorare sul testo, sulle parole, sulle frasi, sulla struttura, su ogni singolo personaggio, se non ci fa incazzare o gioire quando tutti i fili che sembravano slegati finalmente si riannodano, se non succede tutto questo, quello che stiamo scrivendo, allora, sappiatelo, è una merda.

Il resto del post (che sottoscrivo, e che mi ricorda quanto andava dicendo Fenoglio slla sua scrittura) lo trovate qua.

Oggi sono a Bologna, liberia Zammù, ore 19,30; Francesca Bonafini mi farà un po’ di domande su La donna che parlava con i morti e su altro.
Buone cose

di solo posta elettronica

Son giorni, questi, di sola posta elettronica (ed sms).
La scorsa notte: ho acceso il pc che saranno state le 3 di notte, ho risposto ad alcune mail, poi son venuto qui: il tempo di collegarmi e son crollato.
Mi succede spesso di addormentarmi davanti al pc.
Poi stamani, al risveglio.
Come tutte le mattine, posta elettronica e caffè, ma in fretta. E adesso eccomi, per cinque minuti – questi.
Sono giorni, insomma, di lontananza dalla rete, intensi (diciamo di casini e di lavoro e di incontri e di telefonate).
E devo dire che un po’ mi spiace, perché è piacevole dire, ora mi metto davanti al pc e mi distraggo, e un po’ no. Ché si sta bene, a volte, lontani.
Fine dei cinque minuti.
Torno stanotte, se la testa non s’abbassa.
(Però la notte scorsa l’ho impiegata a lavorare su Bastardo posto; il libro fatto e finito è in redazione, alla Newton Compton. E’ che…. ho visto un finale diverso. Lo chiamano “ripensamento d’autore”, mi pare).
Altro da dire non ho: non per altro: mi manca il tempo che i 5 minuti sono passati. Buona serata.

No, ancora due minuti due.
Devo segnalare due cose.
Due libri.
Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono, Perrone editore.
(se ne parla qui).
Toghe rosse sangue, di Paride Leporace, Newton Compton.
(Le informazioni sul sito della Newton, qui).
Un romanzo il primo, un saggio il secondo.
Due amici, due scrittore del sud; credo che per entrambi sia l’esordio.
Son belle scritture; siciliana e “colorata” quella di Simona, asciutta quello di Paride, che è giornalista (e se ne vanta), direttore de Il quotidiano della Basilicata.
(Simona, qualche volta, ha commentato, qui. Paride, addirittura, scrisse un post. Li conosco entrambi e son contento di conoscerli).
E basta, ora, che ho impiegato altri 5 minuti, per via dei link (maledetti).

ho un’idea molto romantica…

Forse ho un’idea molto romantica degli zingari.
Ieri mattina ce n’era una, di zingara, faceva freddo e lei, seduta per terra, a pochi centimetri dalla neve, suonava divinamente una fisarmonica.
Aveva però una sciarpa che le proteggeva il viso.
Le ho dato tutta la moneta che avevo, penso un paio di euro, non so nemmeno se mi ha sorriso. Ma posso immaginarlo.
Quando ero piccolo mia madre diceva che era un senza famiglia, uno zingaro.
Forze è vero.
Rubano, dicono bugie, sono sporchi e fetenti, già.
Anni fa presero dei bimbi zingari, alcune educatrici. C’era un progetto comunale non-mi-ricordo. So che si stupirono, però, queste educatrici. Non avevano letto né Marx né il Vangelo (che è un gran testo comunista) ma, videro le educatrici, questi bambini dividevano tutto.
Ecco, io non ho il senso del possesso.
Anni fa, tanti anni fa (primo matrimonio) comperai una casa. Che aveva una particolarità: era in uno stabile dove vivevano altre famiglie ed aveva un giardino, ma che era solo mio.
Mi sentivo, diciamo, a disagio.
Fosse dipeso solo da me avrei detto agli altri, Usatelo tanto è grande (era grande, sui 200 metri quadri).
Fui dissuaso dal farlo e non lo feci.
Un paio di anni dopo un mio vicino di casa uccise un topo che era grande come un gatto o forse più: lo videro che, con una pala, lo lanciava nel giardino.
Dissi, Cosa, nel “mio” giardino?
Ho però un forte senso di possesso. I libri.
Non li voglio in comproprietà nessuno, mogli, figli, padri, amici. O sono miei, i libri, oppure niente.

Il tempo passa, si invecchia quando si ha trent’anni, si invecchia un po’ di più sui quaranta, a cinquanta il tempo vola e ci si interroga sul tempo che vola.
E ci si chiede: son sempre io?
A volte, spesso, dico sì.
Stanotte ho detto no.
I libri. Negli ultimi anni troppi traslochi.
Sono lontani io tempi in cui sapevo, nelle diverse librerie, dov’era questo o quello.
Ho libri dappertutto, ora, anche prestati a non so chi anche in cantina.
E soprattutto ho perso un po’ il senso di possesso.
(Quando troverò qualche giorno per catalogarli – si ma come? – e riordinarli?).
Ecco, sui libri mi sono sempre vantato di non essere zingaro.
Sono una proprietà privata, che va difesa.
Che andrebbe.

Buona giornata e, come al solito, scusate per questi pensieri in libertà ma stanotte pensavo fosse presto: e invece il primo sbadiglio è arrivato alle 6.
Stavo leggendo un buon libro ambientato a Marsiglia (di cui ora non ricordo né il titolo né il nome dell’autore; sento però un profondo senso di rincoglionimento).

in ginocchio da te…

Ha lavorato ogni sera, tutte le sere eccetto il lunedì, l’estate di due anni fa, Guido.
Trenta euro a sera, quaranta la domenica.
Dalle 18, orario di apertura, alle 2 di note, il sabato fino le 3, anche le 4 a volte.
In nero, ma ve bene così, ché i tempi son neri.
Dopo la morte di suo padre c’era bisogno di quei soldi in famiglia. Sua madre, poi, non li ha voluti tutti tutti; gli ha detto, Ti tieni cinque euro al giorno, la domenica invece ti tieni la metà.
E così hanno fatto, e così lui ha racimolato un gruzzolo, arricchito da qualche rara mancia, perché è raro che ti diano la mancia in una birreria, anche se è grande, anche se c’è una cucina, una buona cucina. Con piatti niente male.
Una mancia, però, non la dimenticherà mai, Guido.
Per tutta la vita.

Una sera, mentre stava apparecchiando, sente un urlo dalla cucina. Il padrone, che fa anche il cuoco, dice Mamma mia.
Mamma mia: stanno per arrivare quaranta persone, bisogna metterle tutte nella sala grande, dove devono stare bene e isolate, solo loro.
Ma non è tanto per le quaranta persone, che il padrone cuoco ha detto Mamma mia. E’ per il fatto che, insieme ai quaranta, ci sarà lui, il Personaggio.
Minchia – dice il padrone che è anche cuoco – mi fa effetto, ieri l’ho visto in televisione e oggi è qui…
Non c’è tempo da perdere. L’occasione è storica. Alla fine i cuoco padrone chiederà al Personaggio di posare accanto a lui per una foto, da esibire ai clienti. Che diranno: Minchia, qui è venuto?

Guido, ora, ricorda quella sera. Con un certo disgusto.
Vede che arrivano. In tanti. Rivede le donne: dagli abiti trasparenti, eleganti, s’intravvedono corpi che emanano sensualità e sudori.
Invece dei soliti urlatori (terroni, albanesi e tamarri o, peggio del peggio, figli di papà) ci sono queste donne, che ridacchiano e gracchiano, anche, attorno al Personaggio.

Che sta leggendo qualcosa nel poster della birra Carlsberg: si vede che è uno che c’ha cultura, lui.
Comunque. Delle tre ore di quella sera, ora Guido ricorda soprattutto quattro cose. Gli sbadigli del personaggio, annoiato, Ma come fa uno ad annoiarsi in mezzo a queste donne bellissime pensava Guido, con gli occhi incollati su scollature e spacchi e culetti impertinenti.
E questa era la prima (cosa).
Poi ricorda la mancia: 200 euro per i tre camerieri, insieme ai caffè e del conto; il l’han pagato altri, la mancia no, e sua, del Personaggio.
E questa era la seconda (cosa).
E’ la terza (cosa) però la più importante.
Che è una scena da film, che Guido ha visto, stropicciandosi gli occhi, incredulo. A un certo punto il Personaggio dice, dopo l’ennesimo sbadiglio, Sono stufo, vado.
Mentre si sta per alzare una ragazza, bella, decisamente bella, sembra meno zoccola delle altre, e pure questo vuol dire, si alza pure lei, raggiunge il Personaggio e, guardandolo con aria di sfida, gli dice: E se te la faccio passare io la noia?
E’ rimasto ancora un po’ il personaggio. Lui si è seduto, e la ragazza, invece, si è abbassata sotto il tavolo. Qualcuno ha urlato Monica, Monica, ma è stato azzittito. Sta di fatto che il Personaggio, anziché sbadigliare, ha chiuso gli occhi, aperto la bocca, mugulato e… e poi basta, perché è arrivato il cuoco padrone che ha fatto un cenno, esplicito, ai tre camerieri: Fuori dalle palle.
Insomma, questa era la terza (cosa).
Ci sarebbe ora la quarta (cosa), che in realtà è poca cosa.
Ma Guido ci ripensa, spesso.
Il salone è vuoto. Stanno pulendo. Il Personaggio e il suo codazzo sono lontani ma il clima è diverso stasera.
A lavare il pavimento dove c’è, e si vede, dello sperma, ci pensa la mamma del cuoco padrone.
E’ una donna del sud. Saggia e amara.
Vede che Guido è triste.
Gli dice: Le donne sbavano per quelli famosi, gli uomini sbavano per le donne belle e senza cervello, che ci vuoi fare?

Guido non sa come fossero gli occhi della ragazza, dopo che ha fatto il servizio, inginocchiandosi.
Lui, Guido, i suoi occhi li ha abbassati, quando lei gli è passata davanti, guadagnando l’uscita.

pensieri sciolti. e il grande attacco

la scrittura più vera?
quella del “qui e ora”.
Insomma: dove sono e cosa faccio e se non faccio cosa mi passa per il cervello.
Tante cose passano, vanno di fretta, veloci veloci veloci, faccio fatica a fermarne una.
Certo: potrei raccontare quello che ho pensato dieci minuti fa. No, non vale: qui e ora.

Allora penso al mio giornale. Stampato.
Domani nelle 12500 copie stampate c’è – prima pagina – un mio articolo, che è la seconda puntata di un altro articolo, già uscito giorni fa.
Ho detto cose spiacevoli giorni fa le ho ridette, riscritte oggi.
Vediamo domani. Telefonate, lettere di protesta, lettere di solidarietà.
Piccole cose di una città di provincia, un centesimo d’Italia.
Ma in questa città se dicon qualcosa i direttori del Corriere della Sera o di Repubblica nessuno se ne accorge, se dico io è diverso.
La gente che prende il mio giornale – non tutti certo ma tanti – mi credono.
Mi credono quando scrivo che dirigo il giornale a modo mio e che se questo non dovesse avvenire io me ne andrei.
Mi credono hanno visto che, più o meno, mi hanno attaccato tutte le forze politiche: ché certe cose a nessun politico piacciono.
E mi credono perché quando sbaglio chiedo scusa.
E mi credono perché sanno che sono a scadenza: dirigo il giornale ma ogni mese che passa dico, Ho resistito un altro mese, miracolo.
Ma succederà, lo sento, che arriverà il grande attacco.
Ne vissi già uno nel 1991.
Degli anonimi confezionarono un dossier su di me.
Fu il periodo peggiore della mia vita. Rimpiansi di non essere ancora un operaio, un portiere di notte che di notte incontrava carabinieri e puttane e intanto studiava Machiavelli, Guicciardini, ascoltava jazz, e Lola, quando arrivava, guardando i libri che avevo appresso mi diceva Certo che sei proprio strano.
Come a dire: guardi loro e non me?
Ecco nel 1991 non so cosa avrei dato per lavorare ancora di notte in albergo, che poi notte non era mica: iniziavo alle 18 e 30 minuti della sera e tornavo a casa alle 9 del mattino: 14 ore e mezzo, che però passavano veloci veloci veloci, come i pensieri, cinque minuti fa.
1991, allora. Attacco il potere.
La pago.
C’è un dossier su di me. Hanno preso cose vere mescolandole con falsità.
Per esempio: han saputo che ci fu un furto anni prima, dove lavoravo. Han ricostruito: ero il palo di una banda.
Non mi restava che cercare di difendermi. Cercare chi aveva saputo del furto, chiedere solidarietà, testimonianze. Ricostruire.

Imparai una cosa.
Che quando sei nella merda assoluta, anzi no, che quando sei minacciato da qualcuno che fa paura a tutti gli amici che credevi amici si rivelano dei vigliacchi.
E quelli che ritenevi dei gran pezzi di merda, invece, si schierano dalla tua parte.
E qualcuno che ti dà una mano, cazzo, è pure fascista, oppure puzza, o è uno che…
Ma ti senti amaro amaro amaro dentro: hai letto la paura negli sguardi di chi pensavi amico, fratello.

Fu una grande lezione di vita, insomma.
E forse fu da allora che diventai anarco disfattista.
Come finì.
Bene per me.
Stava per scoppiare tangentopoli, al mio fianco mi ritrovai nientepopodimeno che Marco Travaglio, che allora era un illustre sconosciuto, mio ex compagno di università ma anche inviato del Giornale di Montanelli.
Certo, era dalla mia parte lui. Con altri.
Però successe questo.
Avevo attaccato il Potere, ho detto prima, e il Potere un giorno mi telefona e mi dice: Devo parlarti, ti prego.
Come?, penso, prima mi scanni con quel dossier e poi mi dici Ti prego?

Mi rivedo nella stanza del Potere.
Il Potere mi guarda. Mi dice: Hanno fatto una porcata, io non c’entro.
Poi mi fa anche un complimento il Potere: Tu sei uno dei pochi che non mi ha mai chiesto un favore.
(Ripenso ai miei amici…).
Poi esco. Il Potere mi ha spiegato. I suoi servi, pur di farsi belli, volevano fargli un regalo: Un falso dossier.
Lui però disse, No grazie.
E ora mi fermo, che ho scritto troppo.
Dico solo – pubblicità – che qualcosa, di quell’esperienza, ne scrissi ne Lo scommettitore; aggiungo adesso che, sempre di quell’esperienza, ora ne ho scritto ancora, arricchendola, con il noir Bastardo posto, che esce in primavera
Ho fatto una certa fatica a scrivere questo post, sgorgato così, all’improvviso, come acqua che cola da un tubo che perde.
E ho fatto fatica a scrivere Bastardo posto.
A volte scrivere fa anche male.

(E questo post, che ha raccontato in diretta quel che ho pensato, mi è venuto in mente oggi quando mi son detto, Ci risiamo. Qualche servo dei servi di un qualche potere sta preparando un attacco).

guarda che luna

… anna che vorrebbe andar via, ma l’america è lontana

Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato. Dice vieni in Tunisia C’è un mare di velluto ed una palma. E tu che sogni di fuggire via. E andare lontano …

Mi scrive un’amica e mi chiede (ho appena letto) come va?
Le ho risposto che adesso andrò a camminare per le strade della mia città, mezz’ora, e poi andrò a farmi bombardare di telefonate e mail (fino alle 23).
Dopo che mi ha scritto mi sono venute in mente – già – due canzonette (Dalla e Baglioni).
Stasera, alle 23, mi verrà in mente Ernesto Ragazzoni:
il giornale è stampato / la rotativa s’affretta / me ne vado col bavero alzato / dietro il fumo della sigaretta.

Poi. Ieri sera a Torino ho visto la Banda Osiris che, con Testa e Bollani e Rava propongono Guarda che luna, spettacolo ispirato a Fred Buscaglione. Era pieno zeppo il teatro Nuovo. Tanti ragazzi, anche: che non guardano le minchiate televisive, in un giorno infrasettimanale, e che hanno applaudito, giustamente.
(Complimenti ai miei amici della Banda Osiris: il palco mantiene giovani. Fanno gli acrobati come vent’anni fa….)

Poi: Guarda che luna

Ore 14,49 (pausa panino):
Su Gaza, segnalo questa poesia di Filippo Tuena.
Bella, la citazione di Camus (ricordata da Serino):
Quando tutti saranno colpevoli allora sarà la democrazia

brel e battiato e i due amanti

ma dimmi c’è peggior inisidia
che amarsi con monotonia….

La versione per chi conosce il francese, di Jacque Brel
(Brel ha scritto le più belle canzoni d’amore, disse una volta Ornella Vanoni durante un concerto con Gino Paoli; ho una cassetta di quel concerto, sepolta chissà dove.
Mi fa un certo effetto rivedere le cassette.
Ce n’è una, pure lei sepolta, di Guccini mi pare si intitoli Via Paolo Fabbri; dentro c’è una dedica, per me.
A Remo Bassini per i suoi vent’anni.
Silvana).
Comunque… ecco Brel

E quella “italiana”, comunque splendida, di Battiato

Mica vero che i gatti sono teste di minchia e i cani sono buoni e fedeli.
Mentre riascoltavo Battiato dal portafinistra vedo che, sul pezzo di giardino che c’è sulla mia sinistra, il mio cane, un pastore tedesco un po’ bastardo (ha le orecchie piccole, quindi) ma comunque buono buono e giocherellone, dopo aver abbaiato (lo fa sempre di notte) rincorre qualcosa. Sento un “maooo”, e penso: avrà cacciato qualche gatto zingaro. Macchè, vedo, questione di un attimo, che ha dato una morsicata al mio gatto.
E pensare che quando sa di essere visto gli si avvicina buono buono, e il gatto infastidito a volte soffia persino.
Le soprese son come gli esami: finiscono mai.
Notte (sono le 2 e 36 minuti e per ora non nevica) oppure buon giorno.

Segnalazioni
Uno. Sono due belle persone Laura e Lory. Ho letto un loro libro, ho letto le bozze di un altro libro, appena avrò tempo leggerò questo loro libro, che è il loro primo noir.

Due. Una bella intervista sulla storia di un amore tra alfredo e una trans: ne La jatta, di Cinzia Pierangelini.

Tre. Sta per uscire il libro “Davide” di Carlo Coccioli. Lo pubblica Sironi. Meglio: lo ri-pubblica. Perché “Davide”, che nel 1978 era nella cinquina finalista del Campiello, nonostante una ristampa negli Oscar Mondadori non si trova più. Nè si trovano, se non nelle bancarelle, gli altri libri di Coccioli.
Per chi vuole saperne di più c’è questo sito: http://www.carlococcioli.com/it/.

un diverso male di vivere

ci son momenti in cui nessuna storia mi appassiona, nessun libro.
li sento falsi.
tutti.
i peggiori sono i miei, son cacca.
ma non reggo nemmeno quelli che sono definiti (e sono) capolavori.
sfoglio La strada di Cormac McCarthy.
non provo né angoscia né senso di morte né nulla: ma vedo solo la tecnica: delle parole che uno scrittore ha sapientamente dosato per stupire, stupirci, e invece di vedere il libro vedo lo scrittore.
(succede come mei film: quando invece del personaggio si vede l’attore che recita).

ci sono eccezioni: e non sono storie.
in questi momenti ci sono comunque pagine che mi colpiscono sempre.
scritte per gli altri oppure dialoghi tra sé?
non lo so, ma so che sempre, almeno queste, le leggo e ri-leggo con piacere.

le trovo comunque vere.

Non riesco ancora a scrivere con naturalezza nella mia stanza nuova perché il tavolo non èall’altezza giusta e per scaldami le mani devo chinarmi. Bisogna che ogni cosa sia conforme alle mia abitudini.
Dimenticao di dire che facendo il bilancio semestrale abbiamo scoperto che l’anno scorso ho guadagnato circa 3020 sterline, lo stipendio di un impiegato statale; una sopresa per me che mi sono accontentata per tanti anni di 200 sterline. Ma credo che calerò di molto. Le onde non venderà più di 2000 copie.

… dubito di poter scrivere con qualche profitto. Nella mia mente fluttua una nube. Sono troppo cosciente del mio corpo e sbalzata fuori dal solco della vita per tornare al romanzo.

… dio come vorrei sapere se riuscirò a portare a fondo questo libro. Fin’ora è un’accozzaglia di frammenti.

pagina 210 e 211 di Diario di una scrittrice, Virginia Wolf (Minimum Fax).

Diario?
Lotto strenuamente contro la tentazione di cominciare un diario. Non che agli altri, non servirebbe neanche a me, probabilmente. Meglio, molto meglio lasciare che ogni giorno scompaia senza memoria, come se ognuno fosse un bimbo nato morto.

Autocritica.
Riletto la Malora. Mi pare di aver piantato i paracarri e non aver fatto la strada.

Ageing.
Invecchio: lo deduco da tanti fatti, il più importante dei quali è quello che mi piacciono forsennatamente le sedicenni.

Morte sul lavoro.
Ieri pomeriggio, un urlo m’ha rigato il cuore: la tebbia si è arrestata, un manovale ci ha lasciata una gamba, a quattro dita sopra il ginocchio. Trasportato all’ospedale di Ceva, ci è morto nela serata, per il tetano che il pulviscolo ha iniettato nella ferita.
L’ho visto caricare: il bavaglio che portava contro la polvere e che non gli avevano tolto era un presagio del lenzuolo che a sera gli hanno tirato sul volto grigio.

Fascino.
Conosciuta, a distanza, la giovane signora Prandi. Essa è l’amante di un prete. Personaggio.

da Tutti i raccontidi Beppe Fenoglio, Einaudi

Hanno, la Woolf e Fenoglio, in comune un (diverso) male di vivere.
Quello della Wooolf è dento di lei; quello di Fenoglio va e viene, dalle strade delle laghe al suo sguardo triste, ma non solo.

buona giornata