6 – Cercare gli spunti

Raccontami una storia chiede remobassini-lettore a remobassini-scrittore la prima sera.
Il primo capitolo, anche parte del secondo sono così.
Ma poi mi accorgo che
… raccontami una storia
oppure
… presentami un personaggio
oppure
… sorprendimi
non è così facile.
Per raccontarmi storie ho bisogno di storie e così, nel quaderno delle voci rubate, succede che io inserisco storie.
Ed è il libro che più di ogni altro contraddice l’assunto di partenza
… raccontami una storia.
Mi racconterò una storia ne La donna che parlava con i morti, così come me l’ero raccontata ne Lo scommettitore, ma quando scrissi il quaderno delle voci rubate no, non ne avevo, e sapete perché?
Ero stato disattento.
In fabbrica, o quando di notte avevo lavorato in un albergo, avevo visto o sentito storie, ma senza attenzione.
Mentre scrivo Il quaderno, quando vado oltre il quarto capitolo, mi accorgo che vivo osservando.
Stazione di Torino Susa.
Vedo un uomo e un bambino, per mano. A un certo punto non li vedo più. Erano vestiti con abiti consunti, ma dignitosi.
Dove erano finiti, chi erano?
Non importa: salgo sul treno, imbastisco una storia “minima”.
Le storie diventano una ossessione, e la scrittura anche.
Sono le cinque di mattino di un giorno del mese di agosto del 1995, vedo, dal portafinestra, che si sta alzando un bel sole. Ho gli occhi che si incrociano, io, ché sto scrivendo su un piccolo mac.
E mi dico: ma non avrei fatto meglio ad andare a Cortona?, sto rinunciando alle ferie per scrivere.
Scrivere è anche una scelta: da un lato ti porta a rinunciare a vivere, perché scrivere e leggere e riscrivere e leggere a fondo la scrittura altrui porta via tempo, tanto tempo, ma dall’altro lato ti rende più attento.
Vedi cose che prima non vedevi. Cose vere e visioni, insieme.
Le vedi, le cose, e ti soffermi a scrutarle: così da coglierne i particolari e, se sei bravo o fortunato, l’essenza.
In un gioco continuo di immaginazione e realtà.
Se vedo due ragazzi litigare in un bar non mi interessa come andrà a finire, non li pedinerò, non chiederò di loro (o magari sì) il giorno dopo al barista.
Ho lo spunto, tanto basta,
Raccontami una storia diventa
…guarda e cerca storie.
O spunti.

5 – Il dosaggio

Allora, è bene che io faccia una sorta di riassunto delle puntate precedenti.
Una sera del 1995 inizio a scrivere Il quaderno delle voci rubate.
Per la prima volta scrivo in modo diverso: forse perché scrivo sollecitato da una frase, che dico tra me e me.
Raccontami una storia.
Poi, nei giorni successivi vado avanti. Quattro capitoli. Poi metto nel cassetto, quasi dimentico, per diverse settimane. Finché un giorno rileggo: e – non erra mai accaduto prima – invece di distruggere penso di andare avanti.
Perché – è la prima volta che accade – quei quattro capitoli mi provocano qualcosa dentro, come se fossero scritti da un’altra persona.
Fine del riassunto delle precedenti puntate.

Allora, mi ritrovo con questi quattro capitoli e con la voglia di procedere. Fa da contraltare la voglia di sistemare i quattro capitoli.
E’ sempre quella domanda
…. raccontami una storia
che mi condiziona.

Provo a spiegare, ora.
Può sembrare banale ma c’è un abisso (almeno per me) tra il mettersi a scrivere e dire
ora racconto una storia
e mettersi a scrivere e dire
ora mi racconto una storia.
Praticamente diventi due persone: quello che scrive, quello che legge e fa domande.
Importantissimo: se quello che legge non fa domande e dice Bravo, sei fottuto.
Se quello che legge dice
Remo che cazzo hai scritto?
forse ci siamo

Raccontami una storia
dice lo scrittore a se stesso.
E va bene.
Poi aggiunge: Ma raccontamela bene.
E qui…. cambia tutto.

Il primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate è ambientato in un bar.
Io quel bar l’ho visto.
Quanti tavolini, quante persone, ho visto le pareti, le ragnatele sfuggite al nonno di Luca Baldelli, il mio protagonista, i quadri appesi al muro, ecco, Remobassini-scrivente queste cose le ha viste sollecitato dal remobassini-lettore, ma poi, Remobassini-scrivente non ha scritto tutto tutto.
Ha dosato.
Alcune cose sì, altre no.
E questa “arte del dosaggio” s’impara in un solo modo: leggendo.
Leggendo altri libri altri autori si capisce che scelte hanno fatto.
C’è un altro aspetto
…. raccontami una storia
… ma raccontamela bene
ecco, io ricordo questo: nei giorni successivi alla prima stesura de Il quaderno delle voci rubate io cercavo vecchi bar; entravo dentro, e li scrutavo come non li avevo mai scrutati; e mentalmente de-scrivevo.
Feci così allora e faccio così oggi.
Uso gli occhi per vedere e mentre vedo, a volte, mentalmente de-scrivo.

Impiegai giorni e giorni a riscrivere quei primi quattro capitoli.
…. raccontami una storia
… ma raccontamela bene

Ho impiegato più di un anno a scrivere Il quaderno delle voci rubate, ma quando scrivevo un nuovo capitolo sapevo che i capitoli precedenti erano corretti, a posto.
Con gli altri libri no.
Ogni libro ha una sua storia.
Lo scommettitore: lo scrissi in 18 giorni. Poi, per mesi e mesi riscrissi.
Ma restiamo al Quaderno, a quei primi quattro capitoli.
E buona giornata

4 – Quell’articolo di Beniamino Placido

Allora, nei primi mesi del 1995 ho scritto quattro capitoli di quello che diventerà Il quaderno delle voci rubate.
Avevo 38 anni (39 a settembre) ed ero, come ho già detto, rassegnato a non diventare scrittore, a non pubblicare, insomma.
Ma la scrittura era comunque un tarlo: leggevo Tuttolibri e Millelibri, ho ancora, nella cassettiera dei ricordi e delle cianfrusaglie, un articolo degli anni Ottanta dove si legge che GLI EDITORI LEGGONO TUTTO, ma il problema sono i govani, non sanno scrivere e pretendono di pubblicare e poi non leggono.
Invece, ben conservato in testa avevo un altro articolo: del 1988, di Beniamino Placido.
L’avevo letto in treno, andando da Vercelli a Torino, e non l’avevo dimenticato.
Placido, in quel pezzo, parlava di una trasmissione televisiva condota da Enza Sampò, Io confesso.
Dietro un vetro opaco, o comunque lavorato in modo tale da impedire ai telespettatori di identificare chi si “confessava”, ogni sera c’era un ospite che raccontava, anche la voce era resa irriconosibile, la propria storia.

Placido scrisse
Prendiamo questa settimana. Lunedì abbiamo ascoltato il segreto di un ex prete. Che si spretò vent’ anni fa, per sposarsi e avere due figli. E che adesso vorrebbe tornara al sacerdozio. Ha capito che era (che è) quella la sua vocazione vera. Ogni tanto lo fa. Che cosa? Prende un treno e va in un’ altra città. Qui si traveste da sacerdote, e va in giro fingendo di esserlo.

Io lessi e lo vidi quel prete spretato: salire su un treno, cambiarsi in bagno, scndere in un paesino, scambiar due chiacchiere orgoglioso del suo abito talare, poi risalire sul treno, vstire di nuovo gli abiti borghesi e, come un amante infedele, tornare dalla moglie e dai propri figli.
A parte questo, Placido scrisse anche una cosa che, dal 1988 a quella sera in cui iniziai a scrivere Il quaderno, ma anche ancora adesso, è rimasta scolpita nella mia mente.
Questa.

I nostri giovani narratori ansiosi (giustamente) di successo diano un’ occhiata a queste trasmissioni di segreti: quella radiofonica di Ciampa, questa televisiva della Sampò. Capiranno perché non riusciamo a leggere fino in fondo i loro romanzi. Pur sollevandone la copertina sempre con tanta buona volontà. Sentiamo confusamente (anzi sappiamo, adesso) che il mondo è pieno di storie straordinarie. Perché non ce le raccontano loro? Perché ci costringono a sintonizzarci sul televisore, ad accendere la radio?

A me era servita questa riflessione: per riflettere.
Per vedere con “occhi diversi”.
Cercare storie: per poi ri-modellarle (o anche no: ma questo è un problema di “dosaggio” di cui magari diremo)

E buona giornata
(PS: della trasmissione radiofonica di Ciampa io so niente)

3 – Vedere con “altri occhi”

Una sera d’inverno del 1995.
Da quando mi sono laureato (lavorando), e quindi da quattro anni, mi sono messo a giocare a bowling, ma a livello agonistico. Mi alleno almeno tre sere a settimana, faccio tornei in giro per l’Italia o all’estero.
Le sere che non mi alleno vado in redazione: o lavoro, o scrivo cose mie, sul mac.All’abitudine di uscire tutte, ma proprio tutte le sere, non avevo mai rinunciato, nemmeno quando ai tempi dell’università: mi concedevo mezz’ora, per un caffè, un giro in macchina quando la città dorme.
Una sorta di “premio”.
Quella sera del 1995 però ho un mal di denti fortissimo. E quando arriva mezzanotte, e in casa, ancora svegli, non ci siamo che io, Barone (il mio primo cane), Lilli (la gatta che mi faceva bestemmiare), anziché uscire decido di… guardare la televisione non se ne parla, leggere non ne avevo voglia, scrivere?…
Su una cassettiera tutta mia, di cianfrusaglie, foto, articoli di giornale e chincaglierie varie, scovo un bloc notes nuovo nuovo.
Tra me e me penso: ho peso l’abitudine, oramai, a scrivere, ché al giornale, da un bel po’ di tempo, usavamo i mac. Pensi: Voglio scrivere qualcosa, come facevo una volta.
Traduzione:  più o meno consciamente sapevo che avrei iniziato a scrivere qualcosa per poi distruggerlo.
Con l’auslio di una overdose di novalgina e sciacqui vari, il mal di denti intanto si era un po’ chetato, così dissi che sì, potevo scrivere, va a sapere cosa.
Cosa scrivo?, pensai, non so per quanti minuti.
La fabbrica? Le cose viste facendo il portiere di notte? Un copione?
No, sono i tentativi di sempre, pensai, e intanto la bic (ricordo: era nera) restava sospesa.
A un certo punto mi dico: Raccontami una storia.
Mi sento un po’ scemo, ma dura poco: ché, nel frattempo, la biro ha cominciato a scrivere e io ho quasi la sensazione che non sia il mio cervello a scrivere ma sia la mano.

Sa di antico il mio piccolo bar…

Vedo che scrivo e mi piace non tanto scrivere ma stupirmi di ciò che scrivo; e dopo due, tre ore, o finito di scrivere il primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate (che non aveva nessun titolo).
Provai a rileggere. Ho una pessima grafia, io. Certe parole erano ghirigori. Feci delle correzioni, subito.
Poi pensai: domani ricopio sul mac.
E così fu; e nei giorni successivi andai avanti, ma con il mac, secondo capitolo, poi terzo, poi quarto, poi… basta.
Una voce mi stava dicendo: Cazzo stai facendo Remo? Lascia perdere.

Lasciai perdere per qualche mese. Ma il file con quei quattro capitoli non lo distrussi, anzi: ne stampai addirittura una copia e lo infilai in un cassetto.

Mesi dopo, una domenica pomeriggio.
Odio ed ho sempre odiato le domeniche pomeriggio. Hanno un po’ di senso se leggi, o se vai via, se, insomma, fai qualcosa.
Mi ritrovo in redazione, solo. E non ho niente da fare. Ne approfitto per mettere a posto la scrivania e i cassetti. Anche i cassetti, già: dove, e quasi quasi non me ne rammentavo più, trovo i primi quattro capitoli del romanzo.
Penso: Ma come, non li ho ancora buttati via? E penso anche: chissà dove li ho registrati sul computer…
Ma intanto comincio a leggere e, mentre leggo, anzi no mentre rileggo, percepisco una grande novità: mentre in passato provavo una grande noia nel rileggere le cose mie, stavolta no, provo piacere (lo dico ancora con timidezza, credetemi) e ho la sensazione, quasi, che quei quattro capitoli siano cosa scritta da altri.
Non metterti in testa bischerate, Remo.
Ne vedevo di gente che veniva al giornale e diceva: Ho scritto questo, ho scritto quest’altro, ma nessuno che mi pubblichi (qualcuno veniva al giornale dal momento che il giornale, allora, era anche una casa editrice).
Però continuai.
Prima di continuare, però, ripensai a quel sera col mal di denti, alla frase “Raccontami una storia”.
Dovevo raccontarne altre.
Poi ripensi che forse, quella frase, la dovevo a qualcosa e a qualcuno.
Sì, la dovevo a un articolo su Repubblica di Beniamino Placido.
Grazie a quell’articolo avevo capito che quel che più conta per uno scrittore sono gli occhi: il saper vedere la vita degli altri con “altri occhi”.
Ne dirò presto, spero.

2 – Pensavo a uno scrittore…

Tra il primo romanzo interrotto, scritto a 23 anni, e l’inizio della stesura de Il quaderno delle voci rubate, pallottoliere alla mano, corrono quindici anni.
Per quindici anni il sogno di diventare uno scrittore io l’ho abbandonato.  Scrivevo e distruggevo copioni teatrali, poesie, un’infinità di primi capitoli di possibili romanzi. Poi scrivevo lettere agli amici. E avevo (ho ancora) agende piene zeppe di appunti con, anche, brani ricopiati da alcuni libri (Pratolini, la Allende, una pagina di Un uomo della Fallaci, tanto Pirandello, Artaud, Berto…).
Rifiutavo di leggere i contemporanei, forse perché volevo pensare a cose passate. Però scoprii Bukowski, quando ancora non era un’icona da quattro soldi dei compagni di sbronza.
Era, a mio avviso, altro: l’erede dei poeti maledetti o della scapigliatura.
Scandalizzare i buoni borghesi, insomma, ma non solo: meglio l schifezze, che si vedono, di un barbone rispetto alle schifezze, nascoste e mascherate, dei buoni americani.

Comunque: addio sogni di gloria letteraria, per anni e anni. Che poi: gloria letteraria, allora, per me significava una sola cosa: pubblicare un libro, non importa(va) con chi.
Insomma, quando a Vercelli vidi Lalla Romano e Vincenzo Consolo e Manlio Cancogni pensai che fosse gente fortunata. Scrivevano storie. Erano quello che io avrei voluto diventare,  ma senza riuscire.

… ma nella mia testa la figura dello scrittore non coincideva con le immagini di Lalla Romano, Consolo, Cancogni….

Ho una quindicina d’anni. Guardo la televisione insieme a mia madre che guarda e cuce.
C’è un film americano di cui, ora, non rammento, né l’inizio né la fine Nè il titolo.
Ma rammento – e bene – alcune immagini: dello scrittore che, ogni mattina, va a controllare la cassetta della posta per vedere se una casa editrice ha preso in considerazione un suo manoscritto.
Vede che non c’è nulla, guarda il vuoto, ma poi torna in casa: e continua a scrivere, lui.
Ecco, quello era per me lo scrittore. Nella mia testa lo è ancora.
Uno che aspetta. Uno che sogna. Uno che scrive.

E quando, avevo 38 anni giorno più giorno meno, comincio a scrivere Il quaderno delle voci rubate, non penso che lo finirò.
Non mi sentivo nemmeno all’altezza dell’aspirante scrittore che, ogni mattina, aspetta.
E’ per caso che iniziai a scrivere Il quaderno, che, ricordo, è un libro messo in vendita solo a Vercelli e che io ho regalato a tanto amici blogger. E’ per caso e non per caso, anche.
Ma di questo ne dirò, spero presto.

1 – I miei libri [minchiate giovanili]

Voglio, o vorrei, ché ci sto ancora pensando, raccontare, qui, a puntate (ma cose brevi, cinque, sei capitoletti) la storia dei miei libri, come sono nati, a chi li ho fatti leggere, gli editing e i non editing, i grandi mal di pancia, quanti soldi ho guadagnato e quanti soldi ci ho rimesso, alcuni retroscena.
Magari senza fare nomi, non per altro: ho già tante altre grane di mio e poi l’iportante, in alcuni casi, è il problema; dire un nome e un cognome, spesso, serve a niente.
Magari serve a chi vuole scrivere, magari interessa.

Parto da lontano.
E’ il 1979.
Ho ventitré anni. Mia moglie (ora ex, sono risposato) è incinta. Io ho qualche problema di salute. Lavoro in fabbrica. Sono un sindacalista Cisl (metalmeccanico, carnitiano. Ho messo da parte l’idea di lavorare e studiare.
Una domenica prendo la macchina da scrivere Olivetti e inizio a scrivere una storia che non ho mai finito.

A settembre, svegliarsi alle cinque del mattino non è più piacevole degli altri mesi dell’anno, ma questo viale lungo lungo che conduce all’entrata della fabbrica è così pieno di foglie secche che, quando le calpesti, non ti fanno passare il sonno ma, almeno, ti fanno apprezzare un po’ la vita. Chissà, forse sto pensando così perché sta albeggiando, e poi mi sento allegro perché oggi è giorno di paga, e poi mi piace guardare il cielo quando in cielo ci sono, insieme, ancora per un po’, il sole e la luna… ma meglio non esagerare con queste felicità mattutine: il cancello d’entrata della fabbrica ormai è vicino

…. sono undici cartelle, in tutto, spazio uno. Con correzioni a penna biro.
Non continuai, non ricordo perché lo misi da parte, quell’abbozzo di racconto, ma non ricordo nemmeno perché non lo distrussi, perché io, dai venti ai trentott’anni, quando iniziai a scrivere “Il quaderno delle voci rubate” non ho fatto altro che scrivere e distruggere, scrivere e distruggere.

Da ragazzo, e anche poi, avevo scritto poesie, orribili.
Una di queste è citata nel romanzo interrotto dei miei vent’anni.
Ma risaliva a tre anni prima, quando di anni ne avevo diciassette (siate benevoli, quindi).

I miei occhi hanno pianto e le mie mani tremavano
ma a loro questo non importava
ed hanno preso la mia valigia, ed hanno preso i miei ricordi.
Il mio cuore palpitava di rabbia
ma loro hanno riso
ed hanno letto per la strada, deridendole, le mie poesie.
Il mio biondo amore mi è passato vicino
ma non mi ha riconosciuto
ed ho implorato sette volte la morte.
Poi un mio compagno è accorso in mio aiuto
ma anche lui è stato umiliato
e dalle mia lacrime e dal suo sangue è nato un fiume.
E i miei occhi piangevano e le mie mani tremavano
e loro ridevano di noi
e ci hanno insultati, denudati, picchiati
Ma dal sangue nasce un pugno
che è giustizia, vendetta e amore
e nulla, nemmeno loro
lo fermeranno.

Insomma, in quel libro interrotto, scritto a vent’anni, avevo riesumato una poesia scritta a diciassette, nel mio momento “comunista”.
Ricordo ancora che la scrissi e poi andai al bar, frequentato da ragazzi che militavano nel Movimento studentesco (erano stalinisti, quindi; io no, sempre stato antistalinista).
Comunque.
Dissi loro.
Scommetto che non la conoscete questa, è di Pablo Neruda.
La lessi.
Bella cazzo, disse uno di loro, con cui litigavo spesso (io gli dicevo, Viva gli anarchici e i trotzkisti, abbasso Stalin).
Sorridendo, gli dissi: L’ho scritta io.
Gli piacque lo stesso.
A vent’anni, certe minchiate piacciono.

Stesso anno. Sono a Cortona. Ammazzano il maiale. E’ inverno, fa u freddo infame. Siamo tutti davanti al camino, che riscalda. A un certo punto mi bruciano gli occhi, così esco e vado in aperta campagna.
Fa freddo, sì, ma mi piace sentire il vento sulla faccia, e penso una cosa, che scriverò quel giorno stesso

Se il vento fosse nero, io l’amerei lo stesso
se invece fosse rosso, l’ammirerei per ore
se il vento fosse piccolo me lo porterei appresso
e se fosse una donna io ci farei l’amore.

Minchiate giovanili, insomma.
Di cui però ero consapevole.
Solo una ventina d’anni dopo, nel 1994, decido di provare a scrivere una storia.
Il quaderno delle voci rubate, insomma.
Il mio libro quasi fantasma, che è uscito solo a Vercelli.
Ma ne dirò tra qualche giorno, se interessa.

e quando (anche) Face sarà archeologia?

Sulle mie pagine e sui miei post, il contatore interno di wordpress mi dà questa classifica:

1495 visitatori a FOTO
1460 a MIEI LIBRI
1400 a SILENZIO PER MARIASTROFA
1371 a INCIPIT DI CUI NON SI SA
1290 a SU DI ME
1036 a VITA, AMORI, RICORDI: OGGI INSOMMA
872 a LO SPECCHIO
849 a RACCONTI A QUATTROMANI SI VOTA.

Allora, come sapete sono anche su Face (dove i post del blog vanno in automatico, vengono replicati, quindi). E da Face, vedo sempre dal contatore, arrivano visitatori, qui, che vanno a vedere soprattutto la pagina delle mie Foto.
Da quando c’è Face, comunque, il numero dei visitatori del blog è… indecifrabile.
Di sicuro è sceso.
A voltre però ci sono picchi superiori al passato (con 800 visitatori al giorno), ma son più i giorni in cui viaggio al di sotto dei 400.
Prima di Face avevo una media di 600.
Che i network stiano, uccidendo, poco a poco i blog?
Io preferisco lo strumento blog. Ma sapete qual è – a mio avviso, certo – il grande vantaggio che ha Face?
La velocità.
C’è chi su Face passa le sue giornate, che è come una chat di gruppo folle, dove c’è gente che dice di tutto e mescola la politica ai bisogni corporali.
Ma su Face basta poco per “esserci”.

Mercoledì, sono su Face. Ricevo un messaggio. Da Marialuisa Giordano, conduttrice di Radio onda d’urto. Che è a Brescia, ma in rete è dovunque. Si parla di De Andrè. Intervengo, dico due cose. Poi ascolto: autori siciliani e sardi che hanno rielaborato De André in, appunto, siciliano e sardo.
Tutto questo in tre quarti d’ora.
Cosa vedremo tra due anni in rete quando anche Face sarà archeologia?

son giorni così, questi

I giorni di pioggia insistente son giorni brutti.
Il disagio del freddo alle caviglie sale su e raggiunge gli occhi, avvolti dal grigio.
Ma i giorni in cui non ci si può ribellare al tempo – dire: questi cinque minuti sono per o per o per – sono i peggio giorni.
Ti svegli con un senso di pesantezza, t’addormenti e non t’importa se sognerai.
Son giorni, così, questi.
Di corse e rincorse: sulle cose non fatte, e che sono da fare.
E poi.
C’è un proverbio cinese che dice: Il cacciatore che insegue due prede le perderà antrambe.
Ne sto inseguendo tre, quattro, cinque.
Farei bene ad ascoltare quel proverbio. Fermarmi.
Solo che – almeno stavolta – fermarsi è facile: da dire.
E poi c’è questo lavoro che è come la pioggia, o almeno.
Anni fa odiavo andare dal dentista.
Ora no, meno: so che se vado dal dentista avrò almeno mezz’ora di anticamera in cui potrò leggere. A meno che non squilli il cellulare.
(Succedono giorni così, e son “grappoli” di giorni, mica uno solo. E non va bene, non va bene).
Buona giornata, comunque

e mi scusino tutti quelli a cui non ho risposto alle mail

e lei piangendo gli regalò parole

Scriveva poesie, racconti.
Le e li regalava agli amici, alle persone che le piacevano.
E le piaceva tanto sentire che le sue parole, quando venivano lette, ad alta voce o in silenzio, arrivavano al cuore.
Regalava parole, lei, le sue parole.
E aveva un diario segreto: di lacrime e amori.
Un giorno – pensava – vorrei regalare anche queste pagine.
Aveva – poi – un dubbio: sulle lettere che scriveva agli amici; lettere che, ma era un segreto solo suo, prima di affrancare e spedire, fotocopiava così da conservarne un’altra copia;  potrò, si chiedeva, regalarle un giorno ad altri?
Pensava: le tengo, così le regalerò quando sarò vecchia.
E viveva felice, di scrivere e farsi leggere e regalare le sue parole.
Che importa un libro? che importa guadagnare?
A lei bastava questo: regalava parole, e si nutriva, poi, di un complimento di una lacrima, di un grazie.
Scriveva per gli altri.
Per il loro sorriso.

Sì, lo sapeva, quel ragazzo era innamorato di lei, da anni.
E lei, a lui, non aveva mai donato una parola (né carezze, mai).
Pianse tutta notte quando seppe che lui era morto, così giovane, così infelice.
Scrisse la lettera più bella, quella che nessuno mai avrebbe letto, una sola copia stavolta, scrisse piangendo: ché da lei e da loro, da quella carta e da quelle parole, si sarebbe dovuta separare, per sempre.
Quando stavano per chiudere la bara sorprese tutti: con un gesto veloce della mano infilò la lettera più bella nella tasca di lui.
Nel buio più buio, forse.
Dove le parole si possono toccare.

(un episodio visto nell’agosto del 2005.
nella bara c’era il mio giovane, infelice fratello Moreno.
lei, piangendo, gli regalò parole)

per un cane

quando piove, succede a me, succede a tanti, succede da sempre che si pensi ai morti.
persone.
cani.
gatti

Per un cane

Sei stato con noi per undici anni / Una sera siamo tornati: / eri disteso davanti al cancello, / il muso nella polvere della strada / le zampe già fredde, il dorso / tepido ancora.
Ora sei tutto / nella buca che ti abbiamo scavata.
Ma gli undici anni / della tua umile vita / il gemere / per ognuno che partiva / il soffrire di gioia /per ognuno che ritornava / e verso sera / se qualcuno / per una sua tristezza / piangeva / tu gli leccavi le mani: / oh gli undici anni del muo amore / tutto qui /
sotto questa terra / sotto questa pioggia / crudele?
Esitavi / sulla ghiaia umida: / sollevavi / una zampa tremando /
Ora nessuno ti difende / dal freddo / Non ti si può chiamare / non ti si può più dare niente /
Sole le foglie fradicie morte / cadono su questo pezzo /
di prato.
E pensare che altro rimanga / di te / è vietato: / di questo il nostro assurdo / pianto si accresce.

Per un cane, di Antonia Pozzi,
dal libro
Parole,
Garzanti (424 pagine, euro 14,50)
E buona domenica

credetemi: mi spiace

mangiando un panino con formaggio e verdura (sperando che non arrivi nessuna telefonata)

… ci sono rimasti male, la scorsa notte, il mio cane e il mio gatto nel vedere che sono crollato davanti al monitor del pc; sono abituati, di notte, da mezzanotte alle cinque, ad entrare e uscire in giardino, i due; se il portinaio non funziona, si deprimono
… ci sarà rimasta male tutta quella gente che attende da me, e da tempo, un giudizio su un manoscritto, su un racconto; aumentano ogni giorno richieste di questo genere e, piano piano, sto dicendo una cosa che, quando ero un aspirante scrittore, giudicavo odiosa, tutte le volte che uno scrittore più o meno affermato (la) diceva: Scusa ma non ho tempo.
(Il mio primo libro e il mio secondo libro furono letti da due scrittrici editor: riuscii a far breccia nel loro tempo).
… ci restano – giustamente – male le persone che ho conosciuto in questi anni grazie a questo blog: perché io da loro ricevo, magari un biglietto scritto a mano per Natale, magari una bottiglia di Primitivo o di Moretta Fanese, magari una mail, magari – ed è successo ieri – una consulenza preziosa; bene, io ricevo e in cambio posso solo, in questo momento, chiedere scusa: ché non sono padrone del mio tempo

(ci sono rimasto male anche io, stanotte. Ho aperto un file, letto un pezzo di un racconto; l’ho cancellato, non mi convinceva; ho provato a scrivere un incipit, poi due, poi tre, poi mi sono addormentato. Ignobilmente).

( ma alle mail, o ai messaggi su Face, Splinder, Anobii prima o poi rispondo. O almeno spero, che a volte, ultimamente, mi è successo di ricordare di non aver risposto a questo o quello.
Ma son giorni di tempo bastardo, questi.
farò i salti mortali, la prossima settimana, per rispettare due impegni presi da tempo)

il panino è finito: e anche il post

E poi: c’è questa intervista (al sottoscritto)

E Luciana?

Ho cambiato bar, ieri mattina.
Desidera?
Un caffè ristretto, grazie.
Poso un euro, in attesa del caffè, e mi giro verso i clienti, ai tavolini; ci sono sei sette persone, ma conosco nessuno penso, del resto, penso ancora, questo è un bar nuovo.
Mi ri-giro, e il caffè è servito.
Appena porto la tazzina alle labbra mi sento sfiorare da qualcuno, sulla spalla.
Qualcuno che, appena mi volto, mi dice: “E Luciana?”.
A questo punto il… sogno è finito.
Era un sogno.

Il bar esiste. Io pure, ho il sospetto di esistere.
Chi mi ha detto “E Luciana?” non so.
Nei sogni a me capita spesso di vedere persone senza volto, oppure di ricordare un volto che sembra una foto terribilmente sfuocata.
E Luciana?
Esiste?
Quante ne conosco?
Nemmeno una, ho pensato ieri mentre andavo a lavorare.
Devo dire la verità: durante il giorno non è che ci ho pensato molto.
Prima di arrivare in redazione ho incontrato un avvocato (che non è il mio), poi, a parte due telefonate a due amiche, una che sta in Romagna e una che sta invece nella mia città, non ho fatto altro che lavorare, rispondere al telefono, rispondere alla posta elettronica, il mio solito giorno di lavoro, insomma, che inizia un po’ prima delle 11 di mattina e termina verso le 23 tra menabò, riunioni, titoli da passare.

E Luciana?, mi sto domandando ora, da un po’, che è notte fonda e il cane e il gatto, stranamente, stanotte dormono e non fanno avanti indietro dal giardino scambiandomi per il loro portinaio.
Forse so chi è Luciana.
C’è una Luciana nella mia vita, e forse è anche la donna più importante della mia vita.
C’è un ma:
ma io, questa Luciana, non l’ho mai vista.

Era duro il lavoro nei campi per i mezzadri. Una giovane copia, Franco e Nella, lavorano in podere con viti, ulivi, grano. Si sono appena sposati.
E’ il 1955.
Nella resta incinta. Ma lavora anche. Ha trent’anni, è da quando aveva sei anni che porta al pascolo maiali o pecore. Ed è una donna forte: sa sollevare da terra una balla di grano da un quintale e se la porta sulle spalle.
Roba da uomini: forti.
E’ incinta, certo, e un po’ si riguarda, ma deve comunque lavorare.
Non mangi se non lavori, quando sei a mezzadria.
Sotto il sole o la pioggia. C’è abituata, lei.
Una sera, però, si sente male. Franco corre, chiama il dottore che arriva, visita Nella e le fa una visita ginecologica, perché vede che ha perso sangue.
No, non ha perso sangue: ha perso la bambina.
La chiamarono Luciana, nata morta (e prematura: doveva venire al mondo a gennaio, credo, del 1956).
Era l’autunno del 1955 quando sotterrarono il corpicino di Luciana nel cimitero di Sant’Angelo vicino a Cortona.
Un anno dopo, settembre 1956, sono nato io.
Per caso.
Certo tutti nasciamo per un caso. Un incontro tra due persone.
L’incontro casuale delle due persone che mi hanno messo al mondo avvenne perché Luciana lo consentì, morendo prima del tempo.
Nasciamo tutti per caso.
Io per un caso, come tutti, e per Luciana.

foto-bassini