13. Come un’ossessione

Il quaderno delle voci rubate lo scrissi a rate; un po’ su un bloc notes, un po’ sul computer.
Dicono di Clelia è il primo libro scritto tutto con un pc (vecchio ma funzionante), nello stesso posto (nel 2003 vivevo solo), con un certo rigore (tutte le notti dalle 23 alle 4, a volte le 5), con un metodo diverso, rispetto al Quaderno
(Ho impiegato due mesi per scrivere Dicono di Clelia; altri se, sette, per riscriverlo).
Con il Quaderno avevo cercato di replicare quello che era avvenuto la prima sera, quando mi ero detto Raccontami una storia. Mi mettevo davanti al mac o davanti al bloc notes e cercavo di proseguire. A volte la storia veniva, a volte no.

Dicono d Clelia inizia una domenica, sul lago d’Orta. Sono lì per caso, da solo. Ho un bloc notes, dietro. Mangio un panino, poi salgo al Sacro Monte. E lì cerco di raccontarmi una storia: che non viene.
Cioè: scrivo qualcosa, che però non mi convince.
Mi dico, Va bene, carriera finita. Hai scritto Il quaderno, ora stop.
Cose che si dicono,certo, ma a cui non si vuole credere.
Perché il “miracolo” di riuscire a raccontarmi una storia ri-succede davvero.
E così fu.
L’incipit quello fu e quello è rimasto.

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta.
Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima. Dovevo correggere i temi dei miei studenti dell’istituto commerciale; poi mi ero stufato e, coi piedi sul tavolino dove avevo appoggiato i restanti compiti in classe ancora da correggere, avevo cominciato a bere una, poi due birre olandesi, forti (dieci gradi) e saporite (al luppolo) guardando la tele. Un po’ di telegiornale, un po’ di Bonanza che mi faceva tornare ragazzo quando sognavo di andare nel West e diventare come Tex Willer, qualche spogliarello. Da un canale all’alro, saltando l’emittente dei protestanti e la pubblicità della cassette pornografiche; volgari e recitate male, con uomini e donne di ogni età ce nel momento che precede l’orgasmo, vero o simulato che fosse, fissando la telecamera assumevano espressioni del volto ridicole: le bocche, esageratamente spalancate, lasciavano intravedere anche le otturazioni dei denti; ma il peggio del peggio erano i vagiti, esagerati, potevano essere scambiati per lamenti, di chi soffre di coliche, forti.
Birra e qualche occhiata, svogliata, di tanto in tanto ai temi ancora da correggere per il giorno dopo, ma la mia pigrizia preferiva la televisione. A un cero punto vedo uno strip-tease un po’ insolito.

(Insomma, il mio protagonista – ma non è l’unico, ché Clelia è un romanzo corale, riconosce in tivù una sua compagna di università, Clelia).

Essendo un romanzo corale, due pagine dopo ecco che compare un altro personaggio: il maresciallo Manfredi.

Me l’ha ordinato il colonnello di venire in chiesa. La moglie del prefetto, che è lì in seconda fila, gli ha chiesto un favore e lui, gli venissero le emorroidi, si è messo sull’attenti e ha rotto le palle a me.

Allora, torno al primo incipit.
Arriva una sera, da un pensiero. Sono davanti al pc (non avevo internet per mia fortuna) con un documento bianco come la neve. La televisione è accesa, ma muta; è vecchia, a volte l’audio impazzisce e rischio di svegliare tutto il condominio.
Smetto di pensare alla storia che vorrei scrivere e che non viene e, mentre guardo la televisione, va a sapere perché, mi viene in mente una mia compagna di università. Era figlia i operai Fiat. Aveva sempre una giacca blu e un sorriso per tutti. Prendeva sempre trenta, con facilità. Ho promesso ai miei che prendo la laurea in quattro anni, mi diceva convinta. Mentre mi domando, Chissà che fine ha fatto?vedo che in tivù c’è uno spogliarello: una ragazza mostra il seno sbottonandosi la giacca: che è blu.
Il pensiero diventa idea, l’idea diventa parola scritta. Ma poi c’è il buio.
L’inizio della storia era arrivato, certo, ma poi?
Quante altre sere avrei dovuto aspettare?, mi domandavo.
Me lo domandai anche il giorno appresso e il giorno appresso ancora. Solo che… mentre me lo domandavo ripensavo anche al romanzo: come un mantra sempre.
Sapevo quasi a memoria quell’incipit.
Per farla breve: scrivendo Clelia imparai a pensare di giorno (anche facendo altro) quel che avrei (non sempre, anzi quasi mai) scritto di notte.
Imparai che se arrivi davanti al computer con una o due o tre idee poi è più facile farsene venire una quarta, che magari è quella giusta (nel senso che ti fa andare avanti).
Da allora, io non so dire mai con certezza quando inizio a scrivere un libro.
Magari mentre sto passeggiando, una domenica di primavera, al lago d’Orta.

Buone cose

E poi. Chiude la Libreria del giallo, di Tecla Dozio. Quando la conobbi ne srissi. Ci sarò andato una decina di volte, successivamente, da Tecla. Anche a presentare La donna che parlava con i morti. Avrei volto presentare da lei Bastardo posto.

E infine. Sono tre anni di bog, ormai. Due del vecchio e uno di questo.

incipit (di libri belli)

incipit, ma di libri che mi sono piaciuti particolarmente; ché poi gli incipit solo a volte restano

Mentre tutti aspettavano l’attore che aveva promesso di arrivare alla loro cena nella Gentzgasse verso le undici e mezzo, dopo la rappresentazione dell’Anitra selvatica, io osservavo i coniugi Auersberger dalla stessa bargère in cui stavo seduto quasi ogni giorno nei primi Anni Cinquanta, e pensavo che accettare l’invito degli Auersberger era stato un errore degno di conseguenze.
THOMAS BERNHARD, A COLPI D ‘ASCIA

Yoel sollevò l’oggetto dalla scaffale, e lo osservò da vicino. Gli dolevano gli occhi. L’agente immobiliare pensò che non avesse sentito la domanda, e quindi la ripeté: “Vogliamo dare un’occhiata sul retro?”. Anche se aveva già deciso, Yoel non si affrettò a rispondere. Era abituato a prendere tempo prima di dare una risposta, anche se si trattava di domande semplici del tipo “come stai?” oppure “cosa hanno detto al telegiornale?”. Come se le parole fossero oggetti personali da quali non era bene separarsi.
AMOS OZ, CONOSCERE UNA DONNA,
Feltrinelli

Una mattina di vento, nel piazzale dell’università, mentre teneva il cappello con una mano e  cartella con l’altra, il riverbero del sole negli occhiali e l’assistente lontanissimo che occupava il centro delle lenti e si dirigeva a passi rapidi vero di lui, il professore ebbe un cattivo presentimento.
GIUSEPPE PONTIGGIA, IL GIOCATORE INVISIBILE,
Oscar Mondadori

Poi, ho una ventina o forse più di libri da leggere.
Questo per esempio, di un autore giovane, sta vendendo o ha venduto bene, mi pare, e mi han detto che è ottimo.

“Mi benedica padre perché o peccato” dice e si rende subito conto che non pronuncia quella frase da un sacco di tempo. Forse l’ultima volta è stata dopo la cresima. O subito prima. Non riesce a ricordare con precisione il momento, solo che è lontano e ripensarci lo fa sentire a disagio.
Sono le nove del mattino di un giorno feriale e la chiesa di San Giacomo è praticamente deserta.
PATRICK FOGLI, LENTAMENTE PRIMA DI MORIRE,
Piemme.

Ho un bel po’ di libri da leggere (Oz, Serrano, poi voglio rileggere La peste di Camus: averlo letto a diciott’anni, averci fatto un tema ed aver preso l’unico nove della mia carriera scolastica, ricca di tanti dal cinque al sei, è cosa che mi inorgoglisce – per il nove – ma non conta).
Poi ci sono i libri di scrittori amici, bravi scrittori; se io esco con un libro loro mi leggono in fretta, io invece li faccio penare.
Vado a leggere, sono le 4; ho ancora un’ora di tempo.
Buon lunedì

Pubblicità disinteressata, credo.
Se vedete in libreria i romanzi della casa editrice Perdisa sfogliateli almeno. Ne ho fatto incetta, io, ad Alessandria.
L’anima di Perdisa è Luigi Bernardi. Son contento di averlo prima letto (Senza luce è un gran libro) e poi conosciuto.

doppiamente vergognosamente

parlo poco di politica qui perché se parlo di politica poi finisce che litigo un po’ con tutti, oppure devo comunque trovare il tempo, che magari oggi ho perché sono a casa, che nei giorni pari e nei giorni dispari non ho.
comunque.
si parlava di branco, nel post e nei commenti precedenti.
allora.
prendiamo la chiesa.
la grande contraddizione.
Cos’ha da spartire il Vaticano con il Vangelo?
Il regno dei cieli non è forse dei miti, dei poveri?
La chiesa, già. Detta legge, invece. E in Italia  quasi tutti i partiti politici, centro destra e sinistra, invece di gridare allo scandalo un giorno sì e l’altro pure – sulle staminali, per esempio, ma non solo – tacciono.
Vergognosamente.
Doppiamente vergognosamente (so che fa schifo ma ci vuole, Doppiamente vergognosamente). Perché non lo fanno per convinzione; ma per un calcolo (a mio avviso delle balle) politico. Tutti vogliono l’appoggio del Vaticano e della Chiesa.
Allora, la Chiesa, il Vaticano.
Uno stato ricco, intollerante (un cittadino dello Stato del Vaticano non può praticare un’altra religione), con una diplomazia che non guarda in faccia a nessuno.
Così succede che tanti blogger, ogni tanto, e giustamente, s’indignino.
La diplomazia vaticana riceve ambasciatori e governi di paesi dove si ammazza la gente, si tortura,si fanno sparire i dissidenti.
Giusto scandalizzarsi.
Però.
Quando la Cina di Mao ricevette gli emissari di Pinochet?
Lessi un trafiletto, io, su un giornale che non c’è più, Il quotidiano dei lavoratori.
Un trafiletto.
Allora, avrò avuto 18 anni, pensai: Avrebbero dovuto scrivere in prima pagina e titolare, Che schifo.
Lo schifo deve valere per tutti: però la logica del branco impone che ci si bendi – a volte – gli occhi.

Ho simpatia per Che Guevara.
Leggete Senza perdere la tenerezza.
Quando a Cuba arrivano gli aiuti dalla Russia comunista, Che Guevara s’interroga: ma se sono aiuti, se siamo paesi fratelli, perché dobbiamo pagarli? Sul Capitale, e nemmeno sul Manifesto di Marx e di Engels, c’è scritto che debbono esistere due paesi comunisti (invenzione stalinista).
Per farla breve.
Mi piacciono gli illusi e  perdenti.
Il comunismo, per me, non è caduto con il muro di Berlino.
Cadde nel 1923, a Kronstadt: quando un gruppo di marinai e di rivoltosi si accorse che i principi del socialismo venivano sacrificati alla ragion di stato.
Ci fu una strage, a Kronstadt.
(E credo che tanti intellettuali russi che si tolsero la vita, o a cui tolsero la vita, sarebbero, ora, d’accordo con me).

il branco

La sociologia lo spiega bene che noi siam fatti male.
Ipotizziamo una bambina sul ciglio di una strada che chieda aiuto.
(E’ successo veramente un fatto analogo, anni, fa, in autostrada).
Supponiamo sia l’alba, e che la strada sia deserta.
Se passa un’auto, con una persona a bordo, quell’auto e quella persona, molto probabilmente, si fermeranno.
Supponiamo che la strada sia trafficata.
Succederà (è successo) che passino centinaia di auto e che nessuno si fermi.

Mi pare che sia lui, devo andare a vedere; mi pare che fu Giulio De Benedetti. Mi pare che fosse lui a dire che “un giornalista dovrebbe essere solo”.
io penso che anche uno scrittore.
Io penso che anche nella vita.

Ero ragazzo, con gli amici mi ritrovavo al bar.
Un giorno trovammo un cane. Aveva fame.
Proposi una colletta.
Ho un’immagine davanti agli occhi che non dimenticherò mai.
Un ragazzo, un bravo ragazzo, tira fuori dalla tasca qualcosa, Soldi di sicuro.
Mi fa anche un cenno, il bravo ragazzo, come a dire Ci sto.
Guarda il cane divertito, ma lo guarda anche con dolcezza.
Proprio in quel momento arriva un capobranco. Uno di noi, insomma. Brillante, litigioso (lo ero anche io), testa di minchia (forse anche io).
E dice, guardando il cane: Non ho soldi per me, figurati se ne ho per te.
Il bravo ragazzo che aveva tirato fuori una moneta per fare la colletta vidi che, in fretta, la ricacciò nella tasca quella moneta, e sorrise: sorrise a quella battuta del cazzo, fatta dal capobranco.

Facciamo ora come per i titoli di coda.
Trent’anni dopo.
Il capobranco, oggi, vive in mezzo ai cani. Allora non li sopportava. Vive inseguito dai creditori, non ha amici ma dice sempre che la figa e i soldi sono le cose più importanti della vita.
Anni fa organizzammo una colletta per lui.Il bravo ragazzo che si era ricacciato la moneta in tasca per il cane non ha partecipato.
Mica per problemi di branco o capobranco. Ma di moglie.

radici

Ha la faccia da bambino, per forza, ha vent’anni.
Ma quando mi parla, parliamo da adulto ad adulto.
Ha vent’anni, devo sforzarmi a pensarlo, a tenerlo presente mentre mi racconta.
Ché non hanno vent’anni né la sua voce, strana, né i suoi occhi, da cane disperato, né la sua storia, né il suo presente.
E’ già sposato.
Ed è spaesato: questa città non è la sua città, che poi, lui non ha città, mai avuta.
E sta per diventare padre, che sua moglie, mi dice, è incinta.
E sulla pelle ha i segni di bruciature di sigarette.

Mia madre era… lavorava in un night. Mia madre viveva qui. Poi è morta, un brutto incidente stradale, io avevo cinque anni.
Ma non è morta subito, sai? Nell’ambulanza diceva, E adesso che penserà a  mio figlio?

E’ una bugia.
Mi dice anche bugie, parlando.
Ha bisogno di dirne, di sentirsi qualcuno.
E’ qui, ora, davanti a me perché sta cercando le sue radici.
Pensa che un giornalista sia una sorta di stregone.
Mi aiuti vero a capire come è morta mia madre?
Poi si è visto con un uomo.
Gli ha detto, Penso di essere tuo figlio.
E l’uomo gli ha detto, Fai la prova del Dna.
Mi dice, Vorrei, ma costa, devo pensare a mio figlio, io ci tengo ad avere una famiglia.
Mi dice anche, Mio padre si è risposato, sua moglie ha qualche anno più di me, credo sia russa, o forse rumena,
E tuo padre quanti hanni ha?, domando
Più di sessanta, dice, ma ha la testa su altro
Però mia madre era più bella, guarda.
Si sfila la catenina, forse ha uno di quei ritratti che si usava tenere una volta, ipotizzo, su una medaglia.
Si blocca, però, mi dice, Ma tu mi aiuti vero?
La medaglia la vedo da lontano, ma sono troppo lontano per vedere.
Penso, Magari non è il ritratto di sua madre.
E invece capisco che si sta vergognando.
Mi dice: Magari la conoscevi, ne ha combinato tante mia madre in vita sua.
E me lo dice sorridendo, per la prima volta. Orgoglioso.

il giornale che non ha paura

Dagli appunti di una lezione a Fiuggi, primavera 2003, prima dell’esame da giornalisti.

Sapete quand’è che un giornale si dimostra autorevole? Quando riceve una critica , magari dura, magari eccessiva da un lettore, e invece di abusare dell’ultima parola, rispondendo magari seccamente, il giornale pubblica senza replicare.
Ecco, il giornale che pubblica senza replicare è per davvero un giornale autorevole, che dimostra di non aver paura.

(Questo è il “mio giornale” on line)

e buon ascolto se

ho fatto male a viso aperto
e qualche volta ho anche sofferto
senza però piangere mai…

il verso di una canzone, oppure il silenzio.
che le parole, a volte, son di troppo.

si diceva dei sogni l’altro giorno.
ci ho pensato.
quando scrivo sogno.
per questo scrivo.
bene male non importa.
spero di scrivere sempre.
io credo anche che quando si sognano soldi e successo si va… fuori tema.
non è questo il punto.
il punto è la vita.
è un punto.
un niente.

è tutto un attimo…
(io che scambio l’alba col tramonto
mi è sempre piaciuto canticchiarla)

buona giornata
(e buon ascolto se andate su you tube).
(moustaki, invece: ero piccolo quando uscì il disco Lo straniero. Restai affascinato dalla copertina del 45 giri: mi piaceva la barba di Moustaki; dissi, Quando divento grande voglio una barba come la sua).

12 Editing e dimenticanze

Lo scorso sabato sera; sono puntuale: 2 minuti di ritardo, mi son detto.
La libreria, però, è… ancora chiusa.
Eppure io sono lì, ad Alessandria, perché c’è la presentazione dell’ultimo libro che ha scritto Alessandro Zennoni (con Perdisa).
Ho appena mangiato, bene ma in fretta: antipasti, un primo, una bottiglia di Dolcetto (in due).
La libreria, però, è chiusa. Strano, dico.
Allora telefono a Giorgio Bona, che vive vicino ad Alessandra e che è uno scrittore (bravo), ma Giorgio (scoprirò poi che è a cena con gli scrittori Arona e Meranzana) ha il cellulare staccato.
Ci arrivo da solo, comunque: ho sbagliato sabato. Alessandro ci sarà il 28 (non il 21). Avessi avvisato prima, o Alessandro o Giorgio oppure la blogger Flavia, pure lei alessandrina, avrei risparmiato del tempo.
Del resto: ci sono abituato a queste mie disattenzioni.
Non segno mai nulla, mi fido (troppo) della ma memoria; e sebbene non mi fidi affatto della mia attenzione sui particolari (della locandina avevo imparato a memoria il nome della via e il numero, ma la data… era scontata: sabato, e basta) faccio sempre così.
E spesso incorro in queste dimenticanze.
Mi son ritrovato, per esempio, davanti a un teatro chiuso: il giorno era giusto, la data no, ritorna tra una settimana please, stesso giorno stesso orario.
Però succede che altri particolari, invece, mi catturino. E ho la testa fitta di strani appunti….
Comunque.
L’attenzione e la memoria sono importantissimi anche nella scrittura.
Ecco, spero di averne abbastanza.
Allora, il mio libro, Bastardo posto, è quasi pronto. Manca ancora la fase della correzione delle bozze poi, tra un mese circa, andrà in stampa, poi, non so quando, uscirà. Di sicuro sarà in vendita i primi di maggio (forse prima, non so, non ho chiesto).
Penso d’essere stato fortunato, e ora spiego il perché.
Quando ho rivisto i miei romanzi precedenti mi sono fatto degli schemi (importanti per la struttura) e delle schede: sui personaggi e su certi particolari.
Stavolta no.
Allora, la mia fortuna si chiama Antonella Pappalardo, editor.
Un editor è, stringi stringi, solo un lettore particolarmente attento e particolarmente esigente.
Stringi stringi ancor di più: più è rompicoglioni e meglio è.
Antonella mi ha consigliato di rivedere un po’ di cose.
Ma non mi sono fidato così, al buio.
Quel lavoro di schedatura di tutto il libro (personaggi e particolari) lei lo ha fatto, insomma mi ha dimostrato di conoscere il libro quanto me e forse più di me, e di essere una brava… rompicoglioni.
Ho conosciuto una bravissima editor, Laura Bosio.
Lei vede il libro… dall’alto. Lo vede come una scacchiera. Ti dice come si sta svolgendo la partita.
Tu, scrittore, tante volte mica lo capisci.
Poi Alessandra Buschi, che guarda sì alla struttura ma entra di più nella pagina. Son necessarie queste venti righe, Remo?, mi disse quando lesse Dicono di Clelia.Le tagliai.
Poi. Perché Marina scompare, falla tornare, è come se il libro risenta di questa mancanza.
Non feci tornare Marina: nella vita non tutto torna.
Poi c’è Colfaredellenebbie, che non è una editor, né è una editor Stefania Mola: ma a loro faccio leggere i miei manoscritti, prima: perché – son sincero -mi portano fortuna e poi perché sanno fare osservazioni pertinenti. E poi: entrambe, oltre a essere grandi lettrici, han lavorato con libri. Veri.
Poi ho avuto a che fare con editor-correttori di bozze.
Poi, l’ultima, con Antonella Pappalardo.
Se in passato i miei manoscritti alla fin fine li ho rivisti io, con decisioni finali solo mie, stavolta è stato lo stesso: ma dopo un confronto serrato.
Insomma, ho avuto il mio primo vero editing (e se scriverò ancora, e se pubblicherò ancora con la Newton, spero di poter lavorare ancora con Antonella).
(E poi ci sono editor di cui so, ma con cui non ho mai lavorato. A lume di naso so che con Giulio Mozzi, Paola Borgonovo e Rosella Postorino mi troverei bene).
L’editing, comunque, non è una bella cosa per uno scrittore.
Io penso che questa frase, se la spezziamo, dì più, mi ha detto Antonella.
Infatti.
E’ che ora, quella frase, è come se l’avessimo scritta in due…
Il sogno di uno scrittore?
Avere un bravo editor rompicoglioni che dica: va tutto bene, non c’è da cambiare nemmeno una virgola.
E comunque: io se scriverò ancora mi farò delle schede. Vere, e non solo mentali.
L’editing, comunque, serve. Forse servirebbe un editing perpetuo. Discorso lungo. Dove si può dire tutto e il contrario di tutto.
Io ho raccontato, credo, con onestà.
buona giornata

i sogni

… ma dammi indietro i miei vent’anni la mia seicento e una ragazza che tu sia, Milano scusa, stavo scherzando… canta Vecchioni (vado a memoria, spero sia giusto).

no, non rivoglio i miei vent’anni; butterei a mare gli altre e trentadue che ho vissuto.
a volte io parlo con il ragazzo che ero, e gli dico hai visto?
hai visto?
eri niente, guarda adesso: sì certo, ho i capelli brizzolati e sono in sovrappeso, ma non sei orgoglioso di me, ragazzo?

tu a vent’anni chi eri?

Ricordi le notti di allora? Con una coperta sotto la macchina da scrivere così da attutire i rumori, scrivevi e scrivevi e cancellavi e ti facevi un caffè e quando ti facevi un caffè e non pensavi alla storia che stavi scrivendo (e che è rimasta interrotta) sognavi: di diventare, un giorno, uno scrittore.
(Le notti, allora, iniziavano alle dieci di sera e finivano a mezzanotte. Come cambia, eh ragazzo, la percezione del tempo. Ora, io chiamo notte quel che tu allora chiamavi mattino o alba….)

da ragazzo avevi sognato praterie e principesse, prima.
poi crescendo avevi sognato di mettere a posto le cose sbagliate del mondo.
poi venne quel tentativo.
scrivere.
poi accantonato…

fumavi sigarette proletarie, allora.
ti svegliavi alle cinque del mattino.
una domenica, oltre ad altre sfighe, ti si fermò l’auto e ti si ruppe un dente, allora guardando il libretto bancario pensasti: che vita di merda.
ti venne anche voglia di piangere, credo di ricordare, ma non piangesti.
a vent’anni uno forse sembravi più grande ma eri ancora bambino, ragazzo (ti accorgerai solo dopo tanto tempo che non si cresce mai).
e ti portavi sempre dentro gli indiani d’america: insegnavano ai propri figli che piangere non serve.
non serve aver paura.
e tu – nonostante la sfiga di quei giorni neri – non piangesti.
però, che schifo di vita il mattino prendere l’autobus, arrivare in fabbrica e battere i denti dal freddo, tornare a casa stanco, con le mani sporche di unto, e non avere i soldi per il dentista, o per far aggiustare la frizione della fiat 127…

sai ragazzo di vent’anni quale fu la tua forza: sognare, sognare sempre.
solo chi sogna sa ribellarsi.

ma ora?
dove sono i sogni?
(dico la verità: io a quel ragazzo, spesso, lo invidio).
quand’è che si smette di sognare?

tradire davide crockett

Nel 1969, a differenza dei tanti cincischiamenti che avrò in futuro, non avevo dubbi su cosa avrei fatto da grande, di sicuro il cow boy, su dove sarei vissuto, dalla parti di Zanna Bianca, tra neve e cercatori d’oro, su chi avrei sposato, una principessa navajos; e il mio migliore amico sarebbe di sicuro stato l’ultimo dei Mohicani.
Andavo a scuola malvolentieri, e sotto il banco, sempre, c’era la mia colt immaginaria puntata contro le prof: bang bang, ma per davvero, mica la canzone di Dalida.
E poi, che stupida era la televisione, che stupide erano le donnette che, con mia madre al bar, mentre gli uomini giocavano a carte, guardavano quelle boiate del festival di San Remo o Un disco per l’estate.
Amavo follemente i western, ancora non avevo scoperto il magico mondo di Salgari.
E il primo libro (comperato) è un po’ come il primo amore (incontrato): non si scorda mai.
Si saldano, la storia del primo libro e quella del primo amore, ora qui.

Lui, il primo libro comperato, si chiamava (intitolava, certo, ma è come un vecchio amico) David Crockett a Baltimora.
Lei, si chiamava T.
Conobbi prima lui: acquistato a fatica, 10 lire più 10 lire più 10 lire, fino alle fatidiche 150 che mi consentirono l’acquisto, e fu un grande acquisto, perché l’avrò letto dieci volte almeno, David Crockett, di notte sotto le lenzuola illuminandolo con una pila, in bagno, a scuola no, rischiavo confisca e culo al quadrato, di prof, preside, madre.

Comunque: l’anno scolastico terminò. Male. Rimandato di italiano e matematica. Voto di consiglio per l’inglese. Poi: tutti sei, otto di condotta ed educazione fisica (il prof era pure lui fascista), però di David Crockett avevo letto tutta la serie.
Se mi avessero interrogato avrei preso dieci con due lodi, forse tre.
Non solo: in cantina avevo trovato un libro che mi parve abbastanza simile.
Bei colori, soprattutto rosso. Colori da combattimento. Anche il titolo, almeno un po’: Guerra e pace.
(Certo che lo lessi; se lo capii e cosa capii, però, giuro che non so dire).

A luglio i miei mi portano in ferie.
Dicono, si va in Toscana.
Traduzione: si va a Cortona, ma mica a Cortona a spasso. Si va dai parenti mezzadri; ed è il tempo del taglio del grano (presente il film Novecento di Bertolucci?).
Era bello il taglio del grano, allora.
Il mezzadro chiamava a raccolta i vicini, offriva loro cibo e vino a mezzogiorno, si organizzavano squadre.
Dopo mangiato la gente raccontava, rideva, scherzava all’ombra di faggi e castagni, ché l’aia era troppo assolata e calda.
Lavorai, mi piaceva usare il forcone, lì, in … Toscana, dimenticavo anche David Crockett. C’erano i cani di mio zio, Battaglia in particolare: sapeva – incredibile – arrampicarsi sugli alberi come un gatto.
Poi mio padre mi costruì una fionda, potevo lanciare pietre contro cespugli, contro il cielo, contro.
Tagliando il grano conobbi una ragazzina. T. Carina.
Più mi guardava e più lavoravo, a dorso nudo, naturalmente, come un apache.
E quando – era il 28 luglio… e faceva molto caldo – un’amica di T  mi venne a dire che T. stava dicendo a tutti che ci eravamo fidanzati io, a quel punto, avevo rimosso David Crockett, Vercelli, i prof bacucchi.
Mia madre, però no, lei i prof e i mie brutti voti li ricordava e ogni tanto me li ripeteva.
Sei di musica, sei stato il peggiore anche di musica…
La storia d’amore, consumata in amplessi di sguardi e sciocchezze e prendersi per mano, finì.
Tornai, certo, dovevo dare quei due cazzo di esami, e va bene, ma in mente avevo T. Do gli esami a settembre, pensai, poi scappo di casa (l’avevo già fatto) e vado in… Toscana.
Mi servivano soldi: e fu così che vendetti tutti i David Crockett, offerta speciale, agli amici dell’oratorio.
I soldi li nascosi all’orto, nella baracca degli attrezzi: mia madre, allora, era peggio di un cane da tartufo, trovava sempre tutto quello che nascondevo.
A settembre (avevo studiato niente) mi diedero 6 e 6, agli esami di riparazione.
Evviva. Fu festa grande. Ore e ore spensierate, giocando al pallone, magari facendo a botte, leggendo Tex Willer e Robin Hood.
Un giorno ebbi un’idea: e con i soldi incassati dalle vendite dei David Crockett comperai una torta gelato (mi sembra), o comunque, cose dolci che io e i miei compagni di merende ci sbafammo in un pomeriggio.
Il ricordo di T. si era sbiadito con l’arrivo dell’autunno, non sarebbe diventata lei la mia principessa navajos: ché poi di ragazze carine era piena anche Vercelli, alla messa delle dieci (se non ci andavo con mia madre poi eran cazzi) ce n’erano almeno due che, insomma.
Quando iniziai la terza media mi venne il senso di colpa appena, che palle, fu il momento di far la conoscenza con i nuovo libri scolastici: ripensai a David Crockett, rimpiangendo soprattutto il primo, quello delle 150 lire sudate…
L’ho ritrovato da poco, comperato al mercatino che c’è a Vercelli la prima domenica di ogni mese. Viviamo sotto lo stesso tetto, ora, come una volta, nella buona e nella cattiva sorte.
Amen.

Libri traditi (prima parte)

così, di fretta ché oggi son di fretta, vado avanti sui libri trovati in cantina.
due di loro sono amori ripudiati e poi ritrovati.

Il libretto rosso di Mao.
Avevo 13 anni, capivo una sega di politica. Sapevo che mio padre era comunista, ma che non bisognava dirlo, perché i comunisti, allora, li licenziavano.
A me Mao non è che piacesse molto: faccia troppo rotonda.
Meglio la barba bianca di Marx, il pizzetto di Trotzkij; ecco, vedevo in Trotzkij una specie di cugino di Yanez, meglio loro dei troppo impegnativi Lenin e Sandokan.
Comunque: quel libro, che io e un mio compagno acquistammo non mi ricordo bene dove, aveva il fascino del proibito.
La mia prof di italiano era fascista e in classe parlava male dei comunisti; mio padre e mia madre se mi avessero beccato con quel libro mi avrebbero fatto un culo tanto.
Allora, ricordo questo: lessi una pagina e non ci capii niente. Però a parte Mao, la copertina rossa era bella.
Bella e proibita, appunto; e io e quel mio compagno di scuola ci scambiavamo un cenno d’intesa: era in cartella o sotto il banco, alla faccia della prof che rimandò sia me che lui e che quando diceva la parola “comunisti” sembrava dover vomitare.
Un giorno io e quel mio amico, con un nostro compagno di classe ci vantammo di avere, oltre a certe figurine Panini, anche il libretto di Mao. Lui però ci disse: Occhio, che se vi becca la Pula.
Ah.
Non avevo paura della Polizia. Ma del culo successivo di mia madre sì. E quando due settimane dopo seppi che la Polizia, per davvero però, aveva fatto un’ispezione notturna a casa di un giornalista del Giorno che simpatizzava per i maoisti, decisi di gettarlo via.
L’ho ricomprato un cinque sei anni fa.
Mao non mi piace, ho in uggia lo stalinismo.
E non ho provato nemmeno a leggerlo.
La copertina però è bella: mi ricorda il 1969, un mio compagno di scuola e una vecchia prof fascista che in seconda media mi rimandò e in terza mi diede otto.
Era una gran brava persona: quando mi diede otto, ovvio.
(E poi: era “comprensibilmente” fascista, dal momento che i suoi genitori, ma questo lo venni a sapere anni dopo, erano stati fucitali dai partigiani comunisti).

Poi ho ripescato un altro libro tradito: David Crockett a Baltimora di Tom Hill.
Venduto, poi ricomperato, al mercatino dell’antiquariato. Ma questa la racconto un’altra volta.
Comunque. Tutta colpa di una donna. Cioè: una bambina: era sempre il 1969 e mi innamorai per la prima volta. Avevamo dodici anni.
Il mio tempo è scaduto.
A stanotte per chi di notte sta sveglio o a domattina, verso le dieci, quando mi sveglio dopo cinque ore di sonno.
E buon giovedì.