Colonia (crescendo si diventa cosa?)

La prima cosa che dissi, appena vidi mio padre e mia madre alla stazione, fu: Il prossimo anno ci torno.
Ricordo che sorrisero.
Ricordo che poi mostrai le unghie a mia madre: No, non me le ero mangiate. Poi a casa andai da mio fratellino, che aveva pochi mesi e stava sul passeggino, Fabrizio…
Io continuavo a dire che mi ero proprio divertito.
E invece erano stati uno schifo quei venti giorni in colonia.

Di notte, se ti scappava la pipì erano… cavoli.
Svegliare la signorina non andava bene; andare in bagno senza avvisare la signorina non andava bene; farsela addosso aveva conseguenze mica da ridere: urla e, per punizione, niente bagno al mare.
Ci andavamo di nascosto in bagno.
Se ci beccava il vicedirettore era un calcio nel culo assicurato.
Eravamo i figli del popolo, i figli della Montecatini, evviva.
Sveglia al mattino con musica e tutti di corsa in bagno, a lavarsi i denti.
C’era un problema: fare la cacca.
Allora (ma questo l’ho capito dopo): avevano la fissa della masturbazione, credo.
Altrimenti non riesco ancora a capire la logica dell’irruzione: sì, irruzione. I bagni erano senza chiusura e tu, quindi, quando la facevi cercavi, con mani e piedi, di tenere la porta chiusa (il massimo della comodità). Perché sapevi che, all’impovviso, succedeva, e succedeva spesso, che il direttore, facesse irruzione, spalancando la porta…
A parte questo, e il cibo scadente (primo, risotto;  secondo, pomodori e patatine; era patatine come quelle dei pacchetti, una sottomarca, di sicuro, che a noi, però, piacevano), la vita in colonia non era poi così male: bagni, docce collettive, passeggiate, la sera, dopo cena, o tutti a cantare o, una volta a settimana, il film.
Il film, già. Mica era sempre festa.
La proiezione era  a sorpresa. O il solito western accolto dagli applausi (quanti saremo stati?, sui duecento penso) della folla di ragazzini da 6 a 10 anni, oppure, e non restava che guardare il cielo e pensare ad altro, ecco che, per la gioia e la cultura e l’avvenire dei figli degli operai della grande Montecatini, in via del tutto eccezionale proiettavano anche degli interessantissimi documentari sui prodotti (concimi, il famoso 10, 10, 10; 10 di azoto, 10 di fosforo, 10 di potassio) della grande mamma che dava il lavoro ai nostri padri.
(Come faccio a ricordare io del 10, 10, 10; lo raccontavo, poi, una volta a casa, a mio padre che, orgoglioso, mi spiegava…).
Ci sono andato quattro anni.
Raccontando bugie a tutti.
Ai miei, Si sta bene, andiamo pure a cavallo, dissi loro.
Ai compagni di colonia: dicevo che mio padre era un ufficiale a cavallo, tanto mica erano di Vercelli.
Ricordo di aver ricevuto lo zoccolo di qualche signorina in testa, qualche volta.
Ricordo le belle pinete della Toscana.
Ricordo le cartoline postali che, quando scrivevamo, erano soggette a censura: Guai a chi osava invocare: Mamma, vienimi a prendere.
Ricordo l’infermeria: ci andai una volta, c’era una suora grande e grossa, gentilissima. Eravamo ricoverati in due, io e una bambina, stessa stanza.
Passai due giorni belli, poi arrivò la cattiva notizia: Stai bene, sei contento di tornare a giocare?, mi fece la suora.
Non ricordo, no, nessuna masturbazione di gruppo. Ma ricordo un gioco: quando la signorina dormiva ci abbassavamo i pantaloni e fingevamo che le nostre piccole minchie fossero chitarre, e suonavamo, cantilenando qualcosa, e ridevamo, poi, di quel nostro gioco.
Il momento più bello era quello del ritorno.
Via le divise azzurre, tornavamo a indossare i nostri abiti.
L’ultimo giorno nessna irruzione in bagno, cacata in pace, amen.
Poi il treno, a dir bischerate (credo, ma non ho ricordi).
Poi arrivavo a casa, e dicevo: Un altr’anno ci torno.
Boh.

Ci sono andato per quattro anni. Ho iniziato che ne avevo sette, ho finito che ne avevo dieci.

L’ultimo anno, il quarto.
Dopo il viaggio, appena arrivati, ci mettono a letto. Abbiamo ancora i nostri vestiti, durerà poco.
Mi viene il magone e, quando vedo che tutti dormono, senza ritegno mi metto a piangere; e singhiozzo pure.
Arriva Silvana.
Era stata la signorina del secondo anno, vede che piango, si avvicina, sorride, mi accarezza i piedi, sta lì con me finché non mi addormento. Mi aveva visto più piccolo, lei, e più vivace.
Magari l’avrà pensato anche lei che mica è vero che crescendo si diventa forti.