l’urlo bestemmiato

… a un certo punto si voltò di scatto verso di me disse: E torna a casa presto la sera.
E poi si rigirò tra le lenzuola, dandomi la spalle. Di sicuro, in quella camerata d’ospedale con otto posti letto, tutti sentirono il rimprovero di mio padre.
Pensai, Vaffanculo.
Lo penso ancora adesso. A casa, mica mi sentiva rincasare, lui. Che fossero le undici o le due di notte lui, beato, ronfava. A mia madre no, non sfuggivano eventuali minuti di ritardo.
Sei arrivato dopo mezzanotte, cosa credi ti ho sentito?, e poi al mattino fai fatica a svegliarti.
Quell’estate del 1972, però, fu diversa. Era luglio, non ci sarebbero state ferie. Mio padre era stato ricoverato per un’ernia inguinale.
Ho ripensato a quei giorni, ieri e l’altro ieri.
A com’è mio padre. A come io, almeno un po’, gli somiglio. Nelle non reazioni e nelle reazioni.

Negli ospedali si sa come vanno le cose.
Se prima di ricoverati passi dal primario, a pagamento, hai la precedenza e un trattamento migliore.
Se il primario è troppo caro, puoi andare, rigorosamente a pagamento, dal numero due o dal numero tre o dal numero quattro; più scendi e peggio di tratteranno, era così nel 1972 ed è così – almeno un po’ – ancora oggi.
Mio padre non volle sentire ragione.
Vado all’ospedale con l’impegnativa del dottore, fanculo.
Gli rodeva essere ricoverato proprio a luglio.
A luglio lui viveva tra fabbrica e orto.
Comunque, lo ricoverano.
Sembrava un’altra persona, in peggio. Lui, che non è capace a stare fermo e che non è capace a stare in casa, sembrava un leone demoralizzato in gabbia.
Però era gentile, con infermieri e medici, così mi aveva insegnato, così era lui.
E intanto aspettava, fingendo una pazienza che non aveva.
Passò una settimana.
Dottore quando mi operate?
Presto, abbia pazienza.
Passò una seconda settimana.
Dottore quando?
Abbia pazienza.
La terza settimana s’interruppe a metà.
Allora mi dite quando mi operate?
Era più o meno il ventesimo giorno e mio padre aveva visto che alcuni pazienti, ricoverati dopo di lui pure loro per ernia, erano stati operati e dimessi.
Io ero fuori, quando il chirurgo disse a mio padre, abbia pazienza, quel giorno.
Quando lo vidi uscire dallo stanzone, entrai.
Mio padre era tesissimo, non mi disse una parola.
E quando lo salutai non mi rispose. Mentre mi allontanavo sentii un urlo, tutti sentirono un urlo, ma non era un urlo di dolore, era un urlo: una bestemmia urlata e prolungata che attirava l’attenzione di tutti, soprattutto delle suore.
Dopo la prima, ne seguirono una seconda, una terza, una quarta…
Il giorno dopo lo preparano per l’intervento, il giorno dopo ancora venne operato.
Con le buone bestemmie si ottiene non tutto, ma qualcosa.

(Spero che nessuno mai vada a raccontare quello che ho scritto a mia madre; sarebbero due culi assicurati: per me e per mio padre).

Passione, erotismo, pornografia: un mio intervento sul blog di Paola Pioppi

sai come son fatta, piccola Sara

Comunque ti vogliono bene, sai?
Ti volevano bene quando urlavi che il mondo era tutto da rifare, tutto sbagliato, ti vogliono bene ora, che ti vedono ballare.
Devo essere sincera, però, adesso.
Tuo padre e tua madre un o’guardano e un po’ fanno finta  non vederti,  però, li ho visti, sai?, le volte che la televisione ti inquadra si vede che sono contenti, la corsa settimana tuo padre è arrivato perfino a dire che la più bella del programma sei tu, e che non è giusto che ti si veda così poco.
Io sono stata contenta, perché, sai com’è fatta tua madre, se tuo padre dice bianco lei deve dire nero, ecco invece stavolta tua madre ha detto, Hai ragione Luca, hai proprio ragione, e a me è parso così bello che la nostra famiglia fosse unita come una volta avanti al focolare, ché la fiamma eri tu, tu, piccola Sara,e io, io, dalla contentezza, sai che ho fatto?, piccola Sara?, mi sono alzata di scatto, sono andata a prendere una bottiglia di spumante e ho detto, Brindiamo ragazzi?
Mica m’ero accorta che tuo nonno, sai com’è fatto lui, cammina adagio adagio, non si mai sentire, era dietro di noi.
Poveri scemi, ha detto.
Povera cretina, mi ha detto, e… ma sì te lo dico: ha sputato sul tavolo, sulla tovaglia ché la pasta stava ancora bollendo, e io avevo preparato la pasta con la acciughe che a lui piace tanto, ma a tuo padre no, tuo padre potesse vivrebbe di pomodori e fagioli e mortadella, ricordi piccola Sara?, che quando eri piccola io, di nascosto da lui, sostituivo il panino con la mortadella di Bologna con uno con la Nutella che ti piaceva tanto?
Ma è per tuo nonno, sai, che ti sto scrivendo ora.
Tu lo sai, vero?, ti ricordi com’è fatto lui, Piccola Sara? Si sveglia, e poi beve il caffè e legge il giornale senza dire una parola. Poi, se il tempo è brutto va al bar a litigare, sai com’è fatto, lui è rimasto a Togliatti, se invece è bello o anche solo così così lui fugge all’orto, e tu ricordi, ricordi vero?, piccola Sara, che io l’orto lo odio (ho i miei motivi).
Però, sai com’è, col tempo ci si rammollisce e io, erano almeno dodici anni che non capitava, io domenica sono andato all’orto. E’ sempre lo stesso orto, vicino al fiume dove tuo nonno ti portava a giocare.
Senti Sara, non volevo dirtelo ma ora che ci sono te lo dico: io dodici anni fa andai all’orto perché sapevo che lì tuo nonno si vedeva con una donnaccia. Come lui ha sputato sulla tovaglia mentre noi ti si guardava in televisione, io sputai… sul culaccio bianco di tuo nonno, aveva i calzoni abbassati il maiale, quando entrai nell baracca.
Gli dissi, Paga questa troia, e poi a casa pagherai qualcos’altro.
Invece sono stata zitta, per anni e anni.
Domenica, sai come son fatta piccola Chiara, tremavo tutta: un po’ avevo paura, tuo nonno ha settantatue anni ma l’appetito per le donne mica ghi è passato, e un po’ c’era quel brutto ricordo.
E invece, entrando, ho visto gli attrezzi di tuo nonno, sai com’è fatto piccola Sara, in casa lascia in giro di tutto, penso che nessun uomo sia disordinato come lui, ecco, invece lì all’orto era tutto a posto. Gli attrezzi, la caffettiera, una borraccia, il suo cappello da alpino, un armadio, ecco dov’erano andate a finire, con le vecchie Unità, piegate come fossero fazzoletti di seta, ma non ti ho detto tutto, sai come son fatta, mi piace far le sorprese, piccola Sara.
Sopra al banco degli attrezzi pensavo di vedere la solita fotografia di Togliatti, te lo ricordi vero Sara quando ti diceva, E’ a lui che devi pregare, non a quei bastardi dei preti…
Togliatti c’era, ma poggiato per terra.
C’era un quadro con un ritaglio di giornale dove c’eri tu, piccola Sara.
Sono scappata via, sai com’è fatto tuo nonno, si vergogna, lui è così, se sapesse che ho visto il quadro con il ritaglio di giornale dedicato a te, quello sarebbe capace di cacciare un urlo, mandare via me e dare fuoco al quadro, sai che ha comprato pure una bella cornice?
Senti piccola Sara, io lo conosco, lo conosco bene.
Io adesso son convinta che la sera, quando lo vedo rigirarsi sul letto e gli dico, Nello che pensi?, son convinto, sai com’è fatto piccola Sara, son convinta che lui sogna di vederti arrivare lì, da lui.
Lo so che non c’hai tempo, non ti chiedo niente.
Però te lo dico lo stesso, e tu non t’arrabbiare che un po’ il carattere ce l’hai come lui. Io ti dico piccola Sara, che un’ora sola, sì come la canzone che lui canta sempre (Che palle, nonno, mi pare ancora di risentirti, e lui che a squarciagola urlava, U’ora sola ti vorrei….), un’ora sola, con te, nel vecchio orto, a tuo nonno regalerebbe il paradiso.
Mandami tue notizie, piccola Sara, che son due mesi che non mi scrivi, ti bacio e ti abbraccio forte forte, sai come son fatta, a me piace abbracciarti, a me basta solo un abbraccio, un’ora regalala a tuo nonno.