un bel ricordo dei miei vent’anni

Ho vissuto la fabbrica, io, dal 2 aprile 1976 (primo stipendio, 79mila500 lire) al 1983, quando, stufo di fare lo studente ogni mattina a Torino, prendendo il treno che partiva alle 6 e 55 e arrivava a Torino Porta Susa alle 8 e 15 minuti, e l’operaio ogni pomeriggio dalle 14 alle 22, chiesi sei mesi di aspettativa.
Il treno due volte al giorno non era poi così pesante: studiavo e ascoltavo “storie”. E poi in fabbrica la mia vita aveva un senso (tanto per non farmi mancare nulla ero anche sindacalista).
La fabbrica, già: è un ricordo troppo lontano, oggi, per poterne scrivere, eppure vorrei.
Quando si scrive non si deve barare: i fumi, i rumori, il freddo al mattino, i capi ruffiani, la solidarietà esigono una scrittura attenta, non vaga.
E io, purtroppo, non ho ricordi così vividi da poterne scrivere.
Qualcosa sì, però, qualcosa che mi porta a chiedere: le poche fabbriche che ci sono oggi come sono?
(Faccio un sogno ricorrente: torno a essere un operaio. Giro per la fabbrica, non so fare niente e la cosa mi preoccupa. Che io non sia più quello che sono ora nel sogno non è motivo di preoccupazione).
Comunque, qualcosa ricordo.
Allora, lavoravo per una multinazionale giapponese che produceva e produce cerniere lampo.
Sono di tre tipi: di metallo (quelle dei jeans), di materiale plastico (quelle grosse con i dentoni per le giacche a vento), quelle di nylon.
Bene, io ho lavorato per cinque anni nel nylon.
I primi tempi ero una sciagura, ché con le mani sapevo far niente. Mi chiamavano lo studente, quando facevo qualche pasticcio.
Un giorno però feci una scommessa con me stesso, anzi non con mio padre. A mio padre che io studiassi o leggessi fregava niente. Per lui un uomo si distingue dalla cose che sa fare (lui sa fare tutto, l’idraulico, l’elettricista, il muratore, il giardiniere).
Volli stupire lui e me stesso.
Diventando operaio specializzato e, poi, quasi “meccanico”; quello cioè che va a mettere a posto i pasticci degli altri.
Ho scritto “quasi meccanico”.
In effetti avevo imparato facendomi un discreto culo approfittando della pause, e poi studiandoci su anche a casa.
Il diventare meccanico con il carrello degli attrezzi richiedeva però l’ufficiliazzazione da parte del capo del reparto, che era, appunto, un giapponese.
Gli stavo simpatico, credo, ma gli risultavo anche odioso: permessi sindacali, scioperi, ero sempre in prima fila, io.
Un giorno arriva, scuro in volto. Io sono lì che friggo, penso, quand’è che ti decidi a darmi il carrello degli attrezzi?
Significava, quel carrello, una grande soddisfazione e, cosa da tenere ben presente, ora, leggendo, anche un aumento di 20mila lire.
Il giapponese, però, quel giorno voleva risolvere ma a modo suo: escludendomi, e quindi scegliendo un altro.
Eravamo in una quindicina, in quel reparto. Domandò a tutti, tutti, meno uno, tutti gli dissero “Tocca a Remo”, oppure “Non sarebbe giusto”, oppure “No grazie”.
Chiaro, aveva detto di sì uno che non faceva mai sciopero ma anche uno che non era certo benvoluto dagli altri. Il giapponese, sconfitto, mi consegnò il carrello.
Dal mese successivo, ma per me non era così importante (qualcuno stava peggio di me) avrei guadagnato ventimila lire in più.
Grazie alla solidarietà, o al senso di giustizia, chiamatelo come volete, che si respirava allora.
Ci ripenso spesso a quell’episodio, e mentalmente dico “grazie ragazzi”.
Li ho persi di vista, quasi tutti.
Mi è successo di incontrarne uno, recentemente. Io lo fissavo, per salutarlo, gli avrei offerto un caffè, volentieri, lui guardava da un’altra parte.
Sono uno che scrive, ora. Che in una piccola città conta.
Conta quell’episodio, conta. Conta il cuore di quella gente, umile, semplice, vera. Quando scrivo penso sempre a loro. Nelle mie storie, alcuni di loro, ci sono.
Buon lunedì