una soddisfazione, almeno

Un breve cenno, qui, sulla mia vicenda giudiziaria. In questo blog e nel primo (Appunti) ho sempre parlato poco del mio lavoro di giornalista di provincia.
Spesso, ho voglia di mollare, fare altro.
Lo raccontavo stamattina a un’amica, che lavora per una casa editrice.
E perché non lasci questa città?, mi ha chiesto.
Penso ai miei vecchi, hanno 82 anni, ci resterebbero male, abbiamo più o meno tutti quanti dei vincoli.
E il giornale, davvero potresti dare le dimissioni?
A volte le ho minacciate, e l’ho pure scritto.
E perché, poi, non lo hai fatto?
Perché i miei editori, fino a oggi, magari mi han fatto girare le scatole ma non si sono mai intromessi nelle scelte editoriali, e poi…
E poi?, mi ha domandato.

Le ho raccontato una cosa, io, a questa mia amica.
Due, tre giorni prima di Natale di tre anni fa. In redazione vengono i membri del consiglio di amministrazione, si fa così tutti gli anni. Vengono per il solito (e formale) brindisi.
Mentre si taglia il panettone e si dicono le solite cose che si dicono a Natale, una “mia” giornalista, una che parla con contagocce, si gira verso di me e mi dice, Ma tu ti sei reso conto del regalo che ti abbiamo fatto?
Io penso: sarò rincoglionito ma non ho ricevuto regali, e quindi taccio, e quindi le dico: Scusa, ma di che regalo parli?
E lei: sei direttore da un anno e mezzo e noi (il “noi” sta per sette giornalisti, una segretaria e tre grafiche) in quest’anno e mezzo non abbiamo mai fatto un giorno di malattia.
Son soddisfazioni, queste, che almeno un po’ ripagano dei bocconi amari.
Perché non è bello, oggi, fare il giornalista in Italia. Oddio, mica è colpa di Berlusconi: qui la stampa è stata sempre troppo servile. O almeno: questa era la mia impressione quando stavo dall’altro parte: quella del lettore.