Aquattromani: 5

LETTERA DAL MIO MOLINO

Sono al lavoro, oggi, in questo luogo-non luogo straniante per chi vive la propria quotidiana immersione nella realtà. Spesso mi sorprendo a immaginare la scena che si apre agli occhi del novello visitatore. Stanze asettiche si affacciano su lunghi corridoi dal pavimento lucidissimo e la sala del televisore è popolata di anziani in carrozzella, chiusi in se stessi e che non sembrano avere la percezione di dove si trovino. Hanno un’espressione assente o sono appisolati.
Ma la visione straniata dura poco. Anita chiama ossessivamente: “Mamma!”. La sua voce da bimba segnala una regressione a livello infantile. Leda recita all’infinito una preghiera: “Sacro cuore di Gesù, fa che t’ami sempre più”. Alfredo chiama di continuo: “Signorina! Signora! Giovanotto!”. Emma invoca: “Aiuto! Aiuto!”. Carolina a voce altissima ripete a raffica: “Voglio bere! Voglio bere! Voglio bere…”.
Ecco che ritorna la tentazione della telecamera oggettiva. Sembra un luogo di pena dove sono rinchiusi tutti coloro che hanno perso la concezione dello spazio e del tempo, che non servono più.
Nella zona di là, verso la stanze, tutto si muove: personale in camice bianco che fa le pulizie… una caporeparto che impartisce ordini e risponde al telefono… un infermiere che prepara un carrello di farmaci… il medico che riceve …
Ma non c’è nessuno che bada ai vecchi? Che risponde loro? Che dedica un po’ di attenzione a questi esseri disorientati e dipendenti da tutto e da tutti?
Compare qualcuno. Una figura sottile e scattante, vestita di bianco, con i capelli raccolti in una cuffietta bianca da cui spunta un ricciolo bruno.
Sono io, un po’ mi emoziona vedermi così. Certo, oggi avrei preferito essere ripresa da un’altra telecamera, in un altro luogo. Radio Sherwood o giù di lì. Devo accontentarmi dei miei sdoppiamenti, delle mie visioni ad occhi aperti. Non è il favoloso mondo di Amélie, questo è lo stralunato mondo di Federica.
“Eccomi! Ecco il succo, Carolina.”
Carolina non beve e getta a terra il bicchiere colmo di succo.
“Amen. Che c’è Alfredo?”.
“Ma non è ora di mangiare?”.
“Manca ancora pochissimo, porta pazienza. Di che cosa hai bisogno Emma?”.
“Ho bisogno dell’indirizzo.”
Dialoghi senza senso e gesti schizzati. Fantastico se fossimo a teatro, se fosse Ionesco. Non lo è. Ma non è neanche l’inferno.
Possibile che sia così complicato capire che cercano solo un po’ di attenzione, uno scambio di parole?
Il mondo esterno non sembra così diverso da quello che sta dentro questi muri e se ci si guarda attorno non si vedono più solo musi lunghi e anziani malati o fuori di testa: Olga, sempre ben vestita con le sue collane di perle, ha voglia di comunicare e di parlare dei bei tempi; Antonino “gestisce” le informazioni sui fatti che accadono e “controlla” che tutto vada bene; Angela ha cento anni e con la sua carrozzella si muove autonomamente e mi si avvicina; Vincenzo non vede l’ora di dire le sue battute e di far ridere; Anita, che non sta bene, sorride se tu le sorridi; Leda recita ossessivamente le preghiere, ma, se le si dà uno spunto, canta intonatissima le canzoni di un tempo; Alfredo guarda le belle donne che salgono con l’ascensore; Mario, spesso scorbutico, arriva a fare il baciamano con eleganza per salutare la signora appena entrata; Emma si illumina se qualcuno solo le dice ciao e ricambia con cordialità il saluto; anche Carolina, che richiede continuamente e con impazienza cura e attenzione, diventa una persona sopportabile quando mi metto a scherzare con lei.
Ora immagino che la telecamera mi riprenda alle spalle. Che buffo! Appaio proprio uno scricciolo, ma scattante e forte. Mi viene da ridere, sembro la protagonista della trilogia Millennium. Tra schiena e collo si intravede qualcosa: è un tatuaggio. Al posto del drago è un ramo di fiori a spuntare dal colletto del camice bianco. Sono decisamente poco credibile come emula di Lisbeth Salander. E poi io sorrido.
Ecco che la telecamera zuma sul mio braccio e inquadra il bel livido di ieri, poi ritorna la mia immagine intera: sono io che mi massaggio il punto dolorante, quasi a voler aiutare il dolore ad andarsene.
Torno in me. È l’ora della cena e tutto sembra animarsi come in una pensione al mare: “Cosa mangi stasera, Anita? La vuoi un po’ di pizza?”- “C’è la crema di legumi, Vincenzo. Ti va bene?”- “Vuoi farti la solita insalata di arance, Antonino?” – “Dorina, ti do il budino al cioccolato, oggi, che dici?”
Oggi il sorriso fa fatica a uscire, il magone mi si para davanti e quasi mi provoca dolore quando la bocca si allarga e mi spuntano le fossette.
La telecamera nella mia testa mi mostra pensierosa. Tra una domanda e l’altra, tra un piatto servito e un bicchiere riempito di spuma al ginger ogni tanto sembro assentarmi. Mi vedo guardare nel vuoto o fuori dalla finestra.
Alla fine appaiono i sottotitoli:
Domenica 5 luglio, Vicenza. Ieri c’è stata una manifestazione del NoDalMolin contro la costruzione di una nuova base militare americana
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