aquattromani: 9

QUANDO NON SEI NESSUNO

Eccolo Ernesto. Occhi chiusi, bocca aperta, screpolata dall’arsura e piegata dal dolore. Le mani immobili, rilasciate sul grembo, rigide e con i palmi rivolti verso l’alto.
A Cecilia sembra che dorma. E invece è morto, così, nel silenzio di una notte qualunque mentre l’ennesimo treno passa veloce sulle rotaie. Un tu-tum, tu-tum asfissiante e ripetitivo. Le pareti sporche ondeggiano, cullando il padre in un moto lento.
«E io mo’ che faccio?» Il pensiero, gridato sottovoce, si perde negli angoli bui dell’appartamento, mescolandosi alla polvere, alle pentole incrostate di sporcizia nel lavandino, al letto disfatto. Il cadavere, incastrato nella poltrona della sala, emana già il tanfo della terra. Di quelle quattro ossa divorate dai vermi.
«Pa’…» La donna, sguardo nero pece, s’accovaccia di fronte a lui, adagiando le dita sulla guancia gelida.
«…pa’…scusame…»
Non le viene in mente altro da dire. Ogni parola s’invischia nella saliva e scompare in un’eco sordo nelle sue orecchie.

Il ricordo di quella sera la perseguitava ancora, insieme alla faccia immobile dell’uomo. Alla quiete scesa nel monolocale a coprire ogni gemito di disperazione. Non era mai stata niente Cecilia. Né bella, né fortunata, né impiegata in un lavoro qualsiasi. La vita l’aveva sfiorata obbligandola a sopravvivere in mezzo alla merda. Semo nati poveracci e resteremo poveracci. La madre gliel’aveva ripetuto fino alla fine. A che serviva sperare? Era una domanda cui non voleva rispondere. Sospesa sul nulla arrancava sulla strada incendiata dal sole di mezzogiorno. Il sudore si scioglieva tra le pieghe di pancia e fianchi. La maglietta stinta di cotone le restava appiccicata addosso come una condanna. Luglio la stava uccidendo e il respiro affaticato somigliava al rantolo di un moribondo. Magari sarebbe stato meglio arrendersi. Non l’avrebbero mai assunta. Dove andava con quel corpo schifoso, le gambe mollicce e la faccia grossa? Dove andava senza uno straccio di laurea? Dove?
Ceci’ se te fai mette li piedi in testa te riempo de tanti de quei calci che nun c’avrai manco la forza de rialza’ quel culone!
E sì Ernesto l’avrebbe ammazzata se l’avesse vista cedere. Ma non poteva continuare a recitare la parte della figlia forte. Lui non c’era più e forse quell’assenza se l’era cercata. Il senso di colpa fuso in ogni centimetro di pelle ne era la prova. La bandiera. Due giorni era stata fuori casa e per cosa?

«Cicciona lo sai. Una, du’ scopate massimo ma poi te ne vai a cagare da n’artra parte.» «Carlo va bene…va bene…io…nun c’ho troppe pretese.»
«E vorrei vede’ co’ tutto il lardo che te ritrovi me devi solo da ringrazia’, che te faccio il favore de sverginatte.»
«Come…come funziona? Cioè…quando ce vedemo?»
«Stasera la prima e domandi replicamo.» «Va beh allora…io t’aspetto qua, cioè, t’aspetto al portone.»

E mentre il macellaio se la mangiava, il vecchio s’irrigidiva in una smorfia d’orrore.
«Che cazzo de caldo…non gliela…faccio…»
Bisbigliò e scansando dietro la schiena una ciocca ispida di capelli castani arrestò il passo di fronte a un edificio. La ragazza sospirò tesa. Quella era la sua occasione. Cercavano una segretaria e aveva i requisiti per farla. Essere assunta avrebbe significato tante cose, soprattutto ricominciare da capo e sentirsi una persona.
Entrò, tremando per l’agitazione. La porta di Alfredo Meneghini era aperta. L’uomo, distinto ed elegante, leggeva con noncuranza i documenti sulla scrivania. Non si accorse subito dell’ingombrante presenza. Quando la scorse immobile all’entrata, l’osservò perplesso.
«Sì? Dica…»
«Buo…buongiorno. Io so’…sono…mi scusi, Cecilia Esposito. Io…sì ecco sono qua per il posto.» Alfredo spalancò la bocca in un moto di stupore. Ma che è scema? E che secondo lei, io me metto de fianco un mostro? Porca puttana…ma perché la gente non ce pensa alle cose prima de veni’ a fa’ figure de merda? Eppure sull’annuncio ce stava scritto “bella presenza”.
«Sì…signore…io c’ho i titoli…insomma…posso farlo, davvero…davvero…non me…cioè scusi, non se ne pentirà.»
Meneghini incrociò le dita sui fogli, puntando le iridi blu in quelle nere di lei.
«Mi dispiace signora Esposito. Il posto è già stato assegnato.»
La gelida affermazione non fu seguita da repliche. Cecilia si limitò ad annuire e ad andare via. Si limitò a ripercorrere a ritroso il corridoio. L’androne. Lo spiazzale antistante il palazzo. Fino a raggiungere la stazione della metropolitana.
Mancava un minuto all’arrivo del treno. La fermata era deserta. Il sole accecante.
«Non so’ mai stata niente. Non sarò mai niente.»
Sussurrò tra i denti, ricacciando nel fondo di sé le lacrime spuntate sulle guance.

Cecilia fa le valigie e vattene. Non me paghi l’affitto da tre mesi e io me so’ rotto le palle de sta aspetta’ che te decidi a damme sti’ sordi!

Un alito di vento caldo le sferzò il volto deformato in un’espressione di rabbia e sofferenza. Sua madre aveva ragione. E per questo si gettò sulle rotaie in un tonfo assordante.

aquattromani: 8

IL PASSAGGIO DEL TESTIMONE

-Mamma, il prof di matematica ti vuole vedere…
-Di nuovo? Ma perché, che c’è ancora?
-Il solito. Dice che se vado così male nella sua materia, non passo.
-Ormai sono convinta che abbiamo sbagliato a iscriverti ad una scuola tanto impegnativa. D’accordo, un diploma serve, ma così compromettiamo le cose veramente importanti. La tua insegnante di danza si è lamentata che vai sempre alle lezioni stanca, svogliata, rendi poco. Ti farò cambiare scuola.
-Mamma, vado bene? Non mi sarò truccata troppo?
La madre guarda la ragazza con occhio critico. Guarda la gonna cortissima che non copre le cosce polpose e non eccessivamente lunghe. Assomiglia al padre in questo, non ha preso da lei, ma con un bel sandalo a stiletto, il difetto s’attenua. Guarda la camicetta da cui debordano le tette spinte in alto dal push-up. Guarda la bocca rossa, lucida di gloss metallizzato. Guarda gli occhi truccati da finta ingenua. Cosciente di sé, ma a quell’età si è fragili, non deve fare come lei, che ha ceduto all’amore. Sposata a 20 anni, incinta. Brusco risveglio da vagito, sogni di sfondare riposti nel cassetto, e tutto per uno che nella vita non ha combinato niente. Un buon partito, che tuttavia non è mai arrivato, nonostante la laurea in scienze politiche, scienza del nulla. Già tanto che abbia trovato un modesto impiego, e grazie a lei!
– E’ tutto a posto. Sei perfetta. E io come sto?
La ragazza guarda la madre. Gonna corta che non copre le gambe lunghe e nervose con un accenno di varici. Guarda la camicetta che lascia intravedere un seno abbondante, morbido e leggermente cascante. Guarda le labbra ancora belle ma tirate in una perenne smorfia, il trucco sapiente, di maniera.
-Vai bene, ma’. Mica devi essere presa tu.
Anna dà una botta alla figlia su una coscia. Sa d’essere ancora molto piacente, ma oramai fuori tempo massimo. L’orologio, corre. Si può sedurre il bottegaio, il coetaneo avvocato o commercialista, ma non il mondo, alla sua età….
L’occasione del casting potrebbe essere buona. Leo, poi…è una vecchia conoscenza. Tutto merito suo: Miss Muretto di Alassio, Salsomaggiore, sfilate in giro per l’Italia, pubblicità sulle tv locali, qualche servizio di moda, infine, purtroppo soltanto…sagre; con Giacomo che rompeva le balle. Due bambini e poi una vita a far la parrucchiera. Odore d’ammoniaca su per le narici per vent’anni. E lodarle poi, le rugose. Soddisfarle sempre, le perfide. Ringraziarle per la mancia a Natale.
La sala d’aspetto è gremita. Ragazze a gruppi, solitarie con il broncio e qualche mamma con la figlia. Anna guarda soprattutto le altre madri: dei cessi. Si chiede come possano avere messo al mondo certe bellezze, che tuttavia poi cambieranno, lo s’intuisce. Troppo rotonde di fianchi, capelli opachi e spenti, senza nerbo. La sua Sonia è qualcosa di più.
Si apre la porta, esce una ragazza in lacrime.
– Porco! Schifoso porco!
Nessuna reagisce, soltanto una biondina sembra imbarazzata e spaventata, ma abbassa gli occhi, si limita a cincischiare con i pupazzetti che pendono dallo zainetto.
Un’impassibile ragazza statuaria, dall’accento slavo, introduce Anna e Sonia nello studio. Un ufficio arredato in modo essenziale e spoglio: scrivania, manifesti d’attori e cantanti alle pareti azzurro polvere, poltroncine d’acciaio foderate di pelle grigia, pc, mobili per archivio.
Piante vere e finte sapientemente mescolate creano un effetto verde di sobria eleganza.
Anna e Sonia si siedono, ponendosi davanti al lucido scrittoio di cristallo.
– No, non lì, Leo vi aspetta di là.
Si apre una porta da cui si affaccia un uomo robusto. Giacca di lino chiaro stropicciato su camicia aperta e vissuta. Un sorriso gli illumina la faccia abbronzata, avanza allargando le braccia, mostrando l’alone beige di sudore ascellare. Capelli troppo scuri per i suoi 50 anni.
– Anna! Anna mia cara e mia bella! Anna mia dolcissima!
Effusioni.
La ragazza resta in disparte.
– Anna, fatti guardare! UNO SPLEN DO RE! Sempre più gnocca! Ma come fai! Come fai…?!
Anna fa un giro su stessa, accompagnata dalla mano di lui, che la fa ruotare alzandole il braccio sopra il capo. Anna piroetta ed infine lui l’attrae a sé. Leo si struscia ed Anna asseconda. Panza contro pancia lievemente lievitata con l’età ma accogliente. Sonia serra per contrasto la sua, soda, allenata dalla danza.
Gli occhi di Leo finalmente si posano su di lei, la squadrano, la spogliano, la valutano, si soffermano su quei fianchi un po’ abbondanti, ma di marmo. Su quel seno non molto grande ma invitante e poi, insomma, volendo, un bisturi…aggiusta le cose. La bocca è già carnosa di suo. Lo sguardo è docile, malizioso senza fatica alcuna. Offerto, senz’ombra di posa.
– Lasciatelo dire, Anna, hai fatto un capolavoro di figliola!
Sonia biondissima sorride, di un sorriso accennato, come di chi si degna ma, già seduta sul divano di velluto nero, per tutta risposta accavalla le gambe. Nel movimento lento mostra assai bene il tulle trasparente lì, sul pelo, anch’esso nero.