una cosa veloce

faccio alcuni nomi:
aitan, gea, arimane, lucia saetta, stefania mola, zena roncada, anfiosso, silvia sgnapis, t, massimo spina, sandra.
(si tratta di persone che conosco, tutte).
chiaro: se sono al corrente che questo o quello sono gli autori di questo o quel racconto non va bene; va bene solo se la valutazione è al buio.
ci sono altri che vogliono fare i giurati?
se sì, scrivere a raccontiaquattromani@gmail.com.
mi verranno in mente altri nomi, e comunque: me ne bastano almeno tre, che votino.
alcuni partecipanti, infatti, mi hanno scritto, preferirebbero non votare.
poi rommento l’anno scorso.
c’era chi diceva, Voto solo i primi tre, chi mi faceva penare.

tra un paio d’ore il prossimo racconto.
son di corsa, ora.
buona serata

Per chi mi legge su facebook: non scrivetemi in privato, per chiedermi cos’è questa iniziativa. ma venite direttamente nel blog.
http://remobassini.wordpress.com
poi, eventualmente, chiedete
grazie

aquattromani: 14

SCARPE

“Posso prendere l’auto dello studio?”
“No, va’ in treno. E, ricordati, giacca e cravatta!”

I finestrini rigati di sporco sbattono nel vagone affollato. Cesare si pulisce la bocca con il fazzoletto e scuote via le briciole. Il caffé nella tazzina di plastica gli scotta le dita.
“Che razza di incarico – tutto questo viaggio in treno e poi un altro tratto di strada chissà dove.” Ma, in fondo, è il suo primo lavoro di fiducia. Non può lamentarsi.
La donna di fronte, scosciata, agita il ventaglio.
Scappano via le squallide periferie anarchiche, sbrecciate e caotiche. Le gallerie risucchiano i vagoni amplificandone il frastuono.
Sistema la piega dei calzoni e arrotola le maniche della camicia bianca. Le scarpe nere sono perfettamente lucide.

La stazione si avvicina tra campi verdi e, poi, ancora, palazzi scrostati con i panni stesi sulle terrazze e le tapparelle semi-abbassate.
Agguanta la valigetta e la giacca scura appesa al gancio. Un uomo dorme su una panchina di marmo. All’uscita l’aspetta un’auto con i finestrini oscurati. Sale rapidamente. Di tanto in tanto appaiono angusti rettangoli di orti coltivati macchiati di zolle rosse. A metà costa, muri diroccati e sventrati lasciano intravedere finestre buie dai vetri rotti. L’ultimo tratto è accecante.
L’auto percorre una via sterrata che prosegue dopo una curva secca accanto a tre altissimi pali della luce.
Una recinzione circonda la proprietà. Il cancello di ferro scivola sui binari. Cesare scende e si avvicina al portone. Le telecamere mobili gli puntano addosso il loro occhio rosso mentre un cagnetto zoppo gli annusa le scarpe tentando di pisciargli sui pantaloni. Lo allontana con cautela e si aggiusta il nodo della cravatta.

Con un ronzio impercettibile il portone si apre e lui entra in quella che sembra una casa padronale, ma il cui ultimo piano è ancora in lavorazione con parte dei muri alzati e i ferri del cemento armato che fuoriescono già arrugginiti. Il salone è in ombra.
A capo di una lunga tavola di quercia sta seduto un uomo massiccio di circa 50 anni con i capelli nerissimi. “Ah, è arrivato? Stavamo per andare a tavola, vuole mangiare con noi?”
“No, no, grazie, non si disturbi, preferisco finire in fretta, se non le dispiace.” Tira fuori dalla borsa le carte. “Ecco, una firma qui… e qui… e ancora qui.”
Il signor P., senza leggere, esegue con calma. “Fatemi prendere tutto quello che mi serve, anzi, quello che mi spetta. Non ho ancora ricevuto un euro!”
“Non si preoccupi, ci pensiamo noi”
Il padrone di casa solleva la testa: “C’è un’altra questione. Posso dire a Lei? Dica al suo capo di venirmi a trovare. Lui lo sa, io non posso venire in città” e, intanto, allunga una carta.
Il giovane avvocato la scorre rapidamente “E’ la Banca che chiede il rientro di tutti i soldi che le deve.”
“Che cosa possono fare?”
“Vedo che lei ha delle proprietà. Se non paga potrebbero chiederne il sequestro e mandare tutto all’asta”
L’uomo gli restituisce uno sguardo annoiato. Poi replica lentamente con un ampio gesto delle braccia: “Tutto questo non esiste, al catasto non appare neppure, è tutto abusivo, non c’è nulla”
Cesare comincia ad allarmarsi e risponde affrettatamente: “Mi dia la carta. Riferirò all’avvocato. Le telefonerà o verrà lui.”
Il signor P. riprende: “Ho un’altra causa. Con un altro avvocato.”
Il giovane sta ficcando nella borsa i fogli firmati “Mi dica…”
“Le mie due figlie sono state travolte da un’auto. Il responsabile è un pirata della strada rimasto sconosciuto. Non ho ancora preso manco un soldo”
“Riferirò. Mi scusi ma ho il treno…”
“Vada, vada…Mi farò vivo io. Sa la strada, vero?” Questi ragazzi, sempre di fretta. Non sanno stare al mondo.
L’avvocato esce dalla casa e si avvicina al cancello. Lo oltrepassa e si gira per vedere se qualcuno lo segue. Sopra c’è un cartello: “I cani mordono e gli uomini sparano”. Dovrò chiamare un taxi chissà se arriva in questo posto di merda.
Si asciuga il collo: sotto la giacca la camicia stropicciata è zuppa di sudore acre. Quel bastardo, mandarlo lì, da quel farabutto, senza uno straccio di spiegazione. E quelle morti; di sicuro un avvertimento. No, non vuole averci nulla a che fare. Che se la sbrighi lui. Coglione! Il cellulare vibra nella tasca della giacca.
“Hai fatto?”
“Sì, ho finito adesso. Tutto regolare….Ah, una cosa: il signor P. mi ha parlato anche di una pratica del Fondo vittime della strada. Un’auto impazzita gli ha ucciso le figlie.” Si accorge, nauseato, che, nonostante la rabbia e la paura di prima, vuole compiacere il suo capo, fargli vedere che gli procura nuovo lavoro, che può fidarsi di lui. Mentre parla si guarda intorno: radi cespugli verdi contendono la poca terra alla roccia, più in alto si raccolgono case affastellate, abbarbicate; poi il bagliore giallo di un campo di girasoli. Il blu brillante del cielo cancella dallo sguardo le nubi gonfie, si fa divorare, passa nella retina, rimane sospeso nell’angolo della pupilla. Guarda in basso. Le scarpe sono chiazzate di polvere e fango.

Il taxi appare subito dopo la curva.