aquattromani: 15

BELCASTRO DANIELE, TUBISTA

Sarebbe bastato non prenderla quella chiamata. Sarebbe bastato solo quello. E invece era andato. Belcastro Daniele, idraulico, pochi anni alla pensione dal lavoro imparato da ragazzino, quando, appena arrivato a Torino dalla Calabria, aveva iniziato poggiando scossaline.

Gran lavoratore Belcastro; piano piano s’era fatto la sua ditta e anche una nuova occasione era arrivata, quella al quartiere, consigliere per la Lega. Aveva raccolto solo tre voti però. Eppure gli avevano assicurato che ce l’avrebbe fatta, e poi tutti i clienti, il palazzo: la Debora, la Gabriella, il Gianni, la Samantha… Tre voti. Eppure in famiglia erano in quattro.
Bastardi, aveva pensato, ed era tornato subito a faticare, che a quello bastavano solo le sue mani.

Quelle di via Moretta sono negre. A saperlo neanche ci sarebbe andato. In due in una stanza con cucinino e doccia: una sui quaranta, l’altra sui dieci anni. Che schifo, una puttana bambina. Le guarda facendo il distratto, sono quasi nude. Sì, è Agosto. Fa caldo. Ma che c’entra. Scimmie, pensa. La tv è accesa col volume altissimo. Scimmie.

“Vieni, vieni, è la doccia. Niente pressione, guarda! Solo un filo d’acqua. Guarda!”
È già al lavoro. Analizza bene il soffione. Di solito basta svitare la cipolla e disincrostarla.
“Debbo smontare il pezzo dal muro” dice.
La donna lo guarda dubbiosa poi, prima di tornare davanti alla tv, bofonchia: “Sì, basta che tu non ci freghi”.
Belcastro di sicuro non ha sentito perché allora avrebbe risposto che lui non ha mai fregato nessuno, che lui è per la legge, per le ronde, mica cazzi. Prende dalla borsa gli attrezzi adatti. Devono essere le tubazioni vecchie, pensa. E lavora, ché quello gli hanno insegnato. E quando Belcastro Daniele lavora neanche le cannonate lo distraggono. Neanche quell’infittirsi di voci alle sue spalle, quelle urla. Non può girarsi ora. Ha quasi finito, l’entrata e l’uscita dei raccordi andavano bene, basta solo eliminare il calcare dalle vecchie tubazioni senza romperle.
“Puoi tenermi questo?” sente chiedere: si gira ed è tutto un gran casino.
“Non è possibile!” gli gridavano i poliziotti, e lui lì a difendersi, a dire che stava solo lavorando, che non aveva visto né sentito nulla. E no, che non sembrava possibile. Ma era la verità.

I giornali avevano tutti fatto il suo nome vicino ai titoloni: “Cliente assassino”, “Calabrese uccide prostitute di colore”, “La strage delle nigeriane”. La vicenda, il sangue: tutti sottolineavano il suo essere meridionale. E leghista. E idraulico.
Quattro mesi in carcere prima che si scoprisse la verità. Mesi d’inferno prima di scappare, di tornare giù, in Calabria.

“Puoi tenermi questo?”.
L’uomo gli porge con le mani inguantate un coltello. Non l’ha sentito entrare in bagno. Belcastro Daniele non ha la prontezza di guardargli il viso, fissa il rosso sulla lama. Instupidito dalla sorpresa afferra il manico, osserva incuriosito quel colore posarsi sui propri polpastrelli. Segue l’uomo correre via, si inchioda in soggiorno.
La donna è prona sul tavolo, le braccia allargate, le gambe flosce. La ragazzina affoga nel sangue, per terra, la gola squarciata. In tv c’è una vecchia candid camera.
Il coltello gli scivola dalle dita. Sente l’appiccicoso del sangue sul cellulare mentre chiama la polizia. Mentre si rende conto del gran casino.

Per chi provò ad indagare seriamente fu facile, in quei quattro mesi, scoprire di quel padre italiano. Uno che ogni tanto si faceva vedere quando la madre riusciva finalmente a trovarlo. Lo stesso che si faceva negare da quasi dieci anni. E lei, la madre, s’era dovuta arrangiare. La badante, le pulizie, un aiuto dalla parrocchia, ogni tanto, solo se era necessario.

Fu facile rintracciarlo, dall’elenco delle telefonate fatte. Poi l’uomo confessò. Tutto secondo copione. La decisione improvvisa. Il volersi liberare da quelle noie. Dieci anni di vita con sulle spalle una figlia negra. Gli amici e soprattutto la famiglia a martellarlo, a farlo sentire un reietto. La donna che di continuo lo cercava per soldi, per affetto. A ogni telefonata seguivano litigi con la moglie, quella bianca, quella ufficiale. L’ultima settimana era stata la scintilla. Lo aveva chiamato più di dieci volte al giorno per dirgli che non c’era acqua in doccia. Doveva darle i soldi per l’idraulico. E sua moglie che strillava, che cosa aveva fatto di male per sposare un puttaniere che andava con le negre.

Daniele Belcastro era stata una fortuna. Non sapeva fosse in casa a riparare la doccia. Se l’era trovato di fronte andando in bagno a lavare il coltello. Gli era andata bene. Per qualche mese.

Belcastro Daniele osserva i ragazzi lavorare nell’inverno calabrese. Sono quasi tutti di colore. Si gira verso la porta della stanza, prende la giacca ed esce di casa. Al cantiere chiede del mastro, parlottano. Domani comincerà come tubista. In nero.