la giuria

Gaetano “Aitan” Vergara (www.aitanblog.splinder.com), insegnante di spagnolo, un tempo animatore teatrale, scrive, disegna e suona vari strumenti per diletto. Si occupa anche di nuove tecnologie per alunni e docenti delle scuole di Stato.

Gloria Pozzo, giornalista (La Stampa) è soprattutto una lettrice. E’ stata editor di una grande casa editrice, ha collaborato con un’agenzia letteraria.

Stefania Mola (SqulibriLeggo per trovare domande) è blogger ed editor. In rete ha recensito centinaia di libri e collaborato con diversi siti, letterari, storici, artistici. Lavora nell’editoria, vive di libri insomma.

Ecco i tre giurati. Ognuno di loro darà 6 voti al miglior racconto, 5 al secondo, 4 al terzo, 3 al quarto, 2 al quinto, 1 al sesto.
Nessuno di loro sa chi sono gli autori dei racconti.
Tutti i partecipanti, se lo vorranno, potranno dare 1 voto al miglior racconto.
Il voto sarà espresso pubblicamente, qui, nei commenti.
Il giorno 30, alle ore 21, scade il termine per partecipare. Ma il giorno 30 potrebbe essere che io abbia ancora dei racconti da postare, e quindi comunicherò per tempo quando votare.
A uno dei giurati (Aitan), che parte ad agosto, farò leggere prima, per posta elettronica, gli eventuali raccontiaquattromani in coda. Se non potrà intervenire nei commenti, ripoterò io i suoi voti.
Torno a ripetere: è un gioco serio, ma non prendiamolo troppo sul serio.
Libertà di giudizio, va bene, ma con garbo, se potete.
Grazie.

Racconto epocale
Da padre in figlio
Sempre la solita storia
Un racconto di cui non ho il titolo
Queste è quanto bolle in pentola: ho, per caso, dimenticato qualcuno?

aquattromani: 23

ADULTI SI NASCE

Affrontare impegni, responsabilità. Diventare autosufficienti, maturi, uscire da uno stato di minorità, di perpetua infanzia e poi di adolescenza e poi di post-adolescenza e di post-post-adolescenza. Uscire di casa.
Nell’Italia di oggi un lui e una lei affrontano il problema in maniera diversa…

Ecco, ricomincia. Anselmo si siede sul letto. Sempre la stessa storia. Ormai è da un po’ che ci riflette, tutte le sere, più o meno alla stessa ora, (Anselmo è un tipo preciso e riflessivo). Basta, basta è ora che io prenda una decisione, sono i pensieri e le parole di Anselmo. Devo andare via di casa, devo andare a vivere da solo.
Nella sua immaginazione “andare via di casa” è come una porta che si spalanca su un campo di biondo grano, c’è un cielo azzurro, è primavera, la musica di Rocky; Anselmo corre tra le spighe di grano anche se ogni tanto si deve fermare perché ha il fiatone.
Insomma, gli si è sempre prospettata nel pensiero quest’impresa magnifica, e nelle sue fantasie, attorniata di una luce strana, diversa, una luce un po’ eroica e se vogliamo anche erotica, perché cavolo, vai a vivere da solo e pensa te – così ragiona Anselmo – quali straordinarie avventure possono capitarti, non devi dare giustificazioni a nessuno, sei libero, free as a bird, una donna diversa ogni sera, dopotutto lui è un trentenne dal fascino regolare, gli possono capitare un sacco di cose piacevoli. Certo, l’aria di casa forse i primi tempi gli mancherà (si dice) ma sul piatto della bilancia stanno delle motivazioni più che valide per mettere in atto il suo proposito. Certo, non è mai stato lontano di casa per più di due settimane, due settimane e mezzo al massimo (si dice), ma abituarsi ad essere autonomo e indipendente non dev’essere una cosa così difficile se lo fanno i norvegesi, con tutto il rispetto per i norvegesi ci mancherebbe, si adatterà, che ci vuole. Certo, dovrà imparare ad usare la lavatrice, e così pure a stirarsi la roba, e cucinare, magari i primi tempi andrà a mangiare a casa, anzi no ma che dico (è sempre Anselmo che parla con se stesso) così mantengo una dipendenza, free as a bird, certo che rinunciare alla lasagna sarà dura ma ce la farò, ce la farò si dice Anselmo. E poi la sera metterò la musica a tutto spiano, potrò girare in mutande per casa, mettere i piedi sul tavolo se mi va, quando mi va. Magari troverò pure un lavoro, sarebbe la volta buona, e mi sistemo. E mentre lo dice, è sopraggiunto il sonno, magari domani ci ripenso bene bene e vedo cosa fare e così spegne la luce, la testa sul cuscino, al buio, Anselmo si addormenta.

La cosa complicata fu dire ai suoi che si trasferiva a Roma. A Roma? Da sola? Ma sei sicura? Questo suo padre. Ma come farai? Non avrai tempo per cucinare, pulire, fare la spesa… questa sua madre. E i soldi?, entrambi. Fatta una lista di tutti di dubbi e spuntati uno a uno in un pomeriggio estivo piuttosto estenuante per tutti i tre membri della famiglia, Anselma  iniziò a cercare casa. Dissolvenza. Non si può raccontare che cosa furono quelle tre settimane di vampa estiva durante le quali lei prendeva un trenino la mattina presto e lo riprendeva la sera tardi avendo visitato nell’intervallo quattro o cinque case di quelle dove non avrebbe messo a dormire nemmeno il suo cane Pluto – coi nomi non aveva mai avuto molta fantasia. Con la forza della volontà e, soprattutto, con la promessa di un’integrazione mensile all’affitto da parte di suo padre, riuscì a trovare un bilocale, molto carino e molto lontano dal luogo di lavoro. Calcolando, tra metropolitane e autobus per essere in ufficio alle otto avrebbe dovuto alzarsi alle sei. Ce la poteva fare.
Non ce la faceva, invece,  ad accettare le stoviglie e la biancheria che arrivavano direttamente dai regali del matrimonio di suo padre e sua madre e che, automaticamente, a sentire quest’ ultima, sarebbero dovuti diventare parte del suo corredo. Corredo rimanda a matrimonio, a cose stabili, fisse e durature. Corredo, quello che sua nonna le aveva messo insieme fin da quando lei era piccola, comprando lenzuola ed asciugamani come se, da grande, fosse dovuto andare in sposa ad un principe.
Non ti piacciono le cose che ti voglio regalare? chiedeva sua madre, ansiosa. Oddio!, pensava lei, le tazzine non erano bellissime, però gli anni settanta erano anche tornati di moda e, insomma, non era quello. Il fatto era che Elisa voleva la sua prima casa cominciando da zero, e dentro ci voleva cose che sceglieva lei e solo lei, senza nemmeno il fardello delle tazzine. Ad un certo punto suo padre le fece gentilmente notare che se accettava i soldi poteva anche accettare le tazzine e le lenzuola e la discussione fu chiusa lì.

Insomma, questi due ci hanno provato ad uscire dal loro stato di minorità. Magari con esiti forse non esaltanti. Però, che si siano impegnati: almeno questo glielo dobbiamo riconoscere.
Poi, certo, piacerebbe a tutti che arrivassero dei risultati tangibili, concreti, che la vita…
La vita è una cosa seria.