aquattromani: 29

TOMAS, SENZ’ACCA

Benvenuto in questo mondo di merda. E benvenuto in quest’Italia del cazzo.
Tutti sorridono mentre ti prendo dalle braccia di tua madre per darti una lavata sommaria e già mi guardi con occhi accusatori. No, non ti voglio privare dell’amore che meriti. Sono solo poco più di un’infermiera, devo fare il mio mestiere. Tra poco tu, neonato, farai il tuo. Succhierai amore da quella donna per i prossimi
trent’anni, come minimo, e poco mancherà se toccherai i quaranta prima di andartene di casa.
Non è più come una volta.
La gente oggi non lavora, studia. La gente oggi non suda, compra condizionatori a tasso zero e case a mutuo agevolato. Lo sai cos’è un mutuo agevolato?
Tuo padre sorride, è sudato e stanco, manco t’avesse sparato fuori lui. Tua madre piange lacrime mute condite da un sorriso ebete, ma la capisco, povera ragazza.
Non avrà più di vent’anni, non ha un lavoro ma fuori dalla sala parto, proprio là dove si accalcano i parenti e gli amici con le macchinette digitali e i cellulari pronti allo scatto, c’è ad attenderla un set completo: carrozzina, fasciatoio e tutto il resto. Comprato a meno di mille euro, un affarone.
E ora che fai, piangi? Frigna, ragazzino, frigna. In fondo fai bene.
Sono convinta che già hai capito tutto, e non mi sento minimamente in colpa di averti parlato di mutui agevolati proprio nel tuo primo giorno di vita.
Sono una vecchia ostetrica lungimirante. Non ho mai avuto figli e, nello stesso tempo, ho partorito migliaia di volte.
Facendo una media di un neonato al giorno, in quasi trentasei anni di lavoro ho sentito il primo respiro di più di tredicimila persone.
Molti sono ormai adulti: guidano tram, consegnano posta, cantano in televisione, vendono droga o insegnano italiano.
Li incontro ogni giorno per strada. I nostri sguardi s’incrociano, magari sull’ascensore di questo stesso ospedale, senza la minima traccia di gratitudine o speranza.

É nato, non mi sembra ancora vero. Dopo tutti questi mesi, senza contare il pancione con l’estate più calda degli ultimi 200 anni, l’ho sentito dire ieri al tiggì.
Hanno detto anche di bere molto. A me non può che far bene, con tutta questa ritenzione idrica: Dio, che gambe che ho. Per non parlare della pancia: pensavo sparisse subito dopo e invece ho ancora un gonfiore…assolutamente antiestetico.
Non vedo l’ora di rimettermi in forma: dieta ferrea e palestra.
Ora posso andarci quando mi pare e non solo in pausa pranzo … Che bella invenzione la maternità!
A proposito, chissà se Andrea ha avvisato le ragazze del Corporesano Gim Club.
Basta un messaggino, anzi no, potrebbe mandargli un mms con la foto del nostro piccolo Thomas.
Appena torna glielo dico.
Chissà dov’é andato, vorrei proprio saperlo. Quando serve non si trova mai.
E il bambino, quella strega dell’ostetrica me l’ha levato dalle mani per lavarlo … D’accordo: era tutto sporco e non sarebbe venuto bene in foto, però con tutta la fatica che ho fatto poteva lasciarmelo ancora un po’.

Thomas t’ha voluto chiamare tua madre. Io gliel’ho detto che era una mezza cazzata, che poi la gente non sa mai dove mettere la H. Quasi quasi ti registro come Tomas, che ne dici nanetto? E poi le dico che si sono sbagliati quelli del Comune, facile che ci creda, fanno sempre casini quelli. Meno male che il ministro, come si chiama, quello piccolo, li ha messi tutti in riga.
Dovrebbe venire anche qua, quel ministro, a sistemare questo casino: altro che. Romeni, neri, cinesi, ecuadoriani, non é possibile che in questo reparto siano tutti di “loro”. Per carità, non sono mica razzista, ma ci nascono i bambini e questi extracomunitari non mi sembrano neanche tanto puliti. Specie i neri, c’hanno quell’odore…
La donna qua a fianco ne ha già due, di figli, dico. Uno se lo porta appeso dentro una fascia, poverino, si vede che lì nella jungla non usano i passeggini. Noi l’abbiamo preso la settimana scorsa, una sassata eh, però é lo stesso modello che usavano in quella fiction.
Potrei chiamare i ragazzi del bar, magari stasera si riesce pure a fare il calcetto, ché tanto Marta e tu ve ne state bravi bravi in ospedale.
Ciao bello, stammi bene.

Dio. Dio, non eravamo d’accordo così. Mi hai fregato. Non dovevo nascere in Svizzera? Italiani tamarri da bordo stadio e Centovetrine. Pazienza, dài. Lei sembra quasi una buona mamma, lui è un po’ coglione e un po’ razzista, ma può andare. Sono ancora giovani. C’è tempo per tirarli su. Anzi, già che ci sono, comincio
subito e stanotte gli pianto una di quelle cantate liriche da sveglia fino all’alba. Però la prossima volta, in Svizzera, ok? Ci conto.

aquattromani: 28

DA PADRE IN FIGLIO

Che se potessi chiudendo gli occhi tornare indietro, figlio mio, io vedrei ancora questa campagna come tu non la vedrai mai. Ed è questo che mi fa rabbia. Anche se io ora non la vedo, ho del mio passato un ricordo di qualcosa che tu non potrai mai avere. Adesso che ai padri e ai figli non si danno più le stesse possibilità non si danno nemmeno gli stessi ricordi che bene o male io, mio padre e mio nonno avevamo. Quello che sono la materia stessa dei ricordi: i sapori, i profumi ed i colori che la campagna qui a Mestre aveva.

Io vedo chiaro nei miei ricordi quelle icone che sono rimaste indelebili nella memoria collettiva di anni che non torneranno, come non torneranno neanche i nostri ma che sono convinto che chi li ha vissuti li rimpianga un po’ di più di quanto tu non rimpianga i tuoi, Giovanni.

Vedo ancora tua mamma con i suoi capelli rossi e ondulati. Anche se lei la vedo sempre, ogni momento, soprattutto quando vedo te. I tuoi capelli ed i tuoi occhi sono belli come i suoi.

Vedo la mia bicicletta con il freno davanti rotto e quello dietro allentato che mi costringeva a frenare sempre con le scarpe. Vedo le mie scarpe bucate sul tacco perché consumate. Vedo gli schiaffi di mio padre forti e a mano aperta. Mano da contadino, pesante come una bestemmia in chiesa.

Vedo le chiese sempre aperte, sempre con le stesse persone. Ora che mi concentro vedo anche la signora Antonietta sempre in ginocchio sull’altare della chiesa. E’ stata li per mesi immobile dopo che è morto suo marito e per anni non ha avuto altra vita oltre alla chiesa dove è morta da li a poco.

Vedo la mia prima macchina, era bianca. Mi ricordo, l’ammaccai la prima sera che la presi per uscire con gli amici. Contro un muretto. Mi ricordo che era un graffio da poco, un bollo che neanche si vedeva ma piansi per tutta la notte maledicendo il cielo e me stesso che, per quella macchina, avevo lavorato i campi per un anno intero dopo scuola.

Vedo il mio paese che sembrava non avere paura, nella sua immobilità era tranquillo. Non temeva di stare fermo perché questo in un certo senso lo proteggeva. Mentre il resto d’Italia tremava scosso dalla paura, dalla rabbia e dal fischio delle bombe noi qui stavamo fermi, immobili e zitti. Come se niente stesse succedendo. Permettendoci di vivere tranquilli, come piaceva a noi. I ricordi del mondo sono ricordi in bianco e nero della televisione, ricordo Berlinguer e Moro, ricordo Platinì e Bearzot.

Vedi, Giovanni quello che non ti posso dire di tutto questo è quello che sentivo in quei momenti alla tv. Quello che sentivo guardando tua madre o la mia macchina nuova. Il sapore del pane non te lo posso raccontare, i colori ed i profumi che non puoi neanche immaginare.

Questo è il mio di ricordo, ed ora dimmi tu cosa immagini invece del tuo futuro.
Il mio futuro, papa’? Non so vederlo, mi pare che i miei sogni siano solo enormi fantasie irrealizzabili.

Lavoro al supermercato d’estate e da Aldo alla carrozzeria d’inverno. Solo contratti a termine. O accetti o resti a casa. Sei ore al giorno di lavoro al market a sistemar scatoloni e se ti iscrivi al sindacato mica ti riprendono. Quindi niente tutela, ci si arrangia faticando sei ore al giorno per 900 euro al mese, e si confida nel favore del capo, che è lui che decide se resti o no. Sono un lavoratore a termine e mi pare che anche la mia felicita’ abbia la scadenza impressa sul retro.

C’ho le rate della macchina nuova da pagare, c’ho le rate del mutuo della casa. Cosa vedo nel mio futuro? Un sacco di debiti da pagare. Se Elena non lavorasse pure lei, il mio stipendio non basterebbe. Leggevo l’altro giorno sul giornale che la mia generazione è la prima che non ha un tenore di vita piu’ alto di quello dei padri. Ed è vero, papa’, te la passavi meglio tu. E quando sento i vecchi dire che una volta si stava meglio, do loro ragione. Non sono solo discorsi da nostalgici. No stavolta e’ proprio così.

Lo dice anche Aldo ogni volta che ci ritroviamo al bar a bere: i nostri genitori hanno avuto delle possibilita’ di cambiare la loro vita. Noi, no. Siamo una generazione precaria e di conseguenza la nostra vita è precaria. E pensare che Aldo è padrone di una carrozzeria ma teme di dover chiudere anche lui perchè i soldi non gli bastano. Mai.

Anche il pane, cavoli, il profumo del pane all’olio che mi comperavi quando ero piccolo – te lo ricordi? – adesso non c’è piu’. La spesa la faccio al supermercato dove lavoro, il pane che porto a casa è di produzione industriale. La frutta e la verdura arrivano dalla serra, e non san di niente. Li mangio e mi pare che la mia vita sia insapore. Anche Mestre non è piu’ la stessa. E’ una citta’ adesso e non sta mica ferma. Sembra immobile ma è un continuo movimento, di traffici. Migliaia di camion passano di qui ogni giorno, molti viaggiano pure vuoti perchè conviene. A chi? Non a noi che abitiamo a due passi dalla tangenziale e ci respiriamo ogni giorno le polveri sottili. Ma adesso non abbiamo neanche la possibilita’ di lamentarci. Perchè adesso la tangenziale è mezza vuota visto che hanno costruito un’altra autostrada, ancora piu’ grande che si è mangiata la campagna, quella dove tu andavi a lavorare per comperarti la tua prima macchina. Insomma tra citta’ e campagna oggi si e’ in democrazia, si sta male ovunque.

Mi dici, papa’, di raccontarti il mio futuro. Io vorrei meno asfalto e piu’ campagna, vorrei guardarmi attorno e ritrovare le tracce della mia infanzia, cancellate dalla corsa alle costruzioni. Vorrei lavorare con la possibilita’ di progredire senza umiliarmi, vorrei non esser schiavo dei soldi. Vorrei aver colori e sapori da raccontare a mio figlio.

Vorrei avere ricordi e non solo pensieri.