cose scritte in passato

Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi.
Che tu sia per me il coltello, Davide Grossman

Ecco, io (tralasciando ogni giudizio sul libro) penso che se uno si mette a scrivere e, d’un tratto, ha (come) la sensazione di non conoscersi, ecco, io penso che sia una buona cosa, forse una grande cosa, forse la più grande.

Penso anche che in questo momento dell’ottavo giorno di settembre sto per prendere un’aspirina effervescente con vitamina c, e non è una grande cosa, questa.
Penso pure che mi son svegliato nel modo peggiore, stamani: con la sensazione di essere già in ritardo. E nemmeno questo è una bella cosa, anzi diciamocelo, è brutta assai.

E penso infine a quel che mi disse un giorno qualcuno del mio blog. Tu posti e scrivi la prima cosa che ti viene in mente. Più o meno è così: perché tante volte scrivo e poi cancello.
Ora – proseguo pensando e quel che penso scrivo – se ripenso ai cento e più post distrutti non ho nessun rimpianto. Ma se ripenso ai racconti, ai romanzi iniziati e poi distrutti (una volta avevo un caminetto, così scrivevo e poi bruciavo) ecco, non dico di provare del rimpianto (assolutamente no) ma un po’ di curiosità, almeno quella, sì.
Perché di fronte alle cose scritte in passato io, solitamente (nove volte su dieci) ho sensazioni opposte: o me ne vergogno oppure mi stupisco, ché mi sembrano scritte da qualcuno che è meglio di me medesimo.
Ora mi fermo a ingurgito l’aspirina, che sa già di autunno e starnuti.