Scrivere, il primo esercizio

Scrivere.
Non dico sempre, dico sovente: sovente la scrittura raffinata si distingue da quella che pensa d’esserlo perché sa descrivere, fa vedere, sentire, e al tempo stesso fa procedere la narrazione.
La scrittura che si arrovella attorno all’ombelico dello scrivente e quindi si limita alla descrizione sommaria di uno stato d’animo o di una situazione, – Ero al settimo cielo o forse all’ottavo, Avevo scopato come un coniglio fino all’alba, Avevo pianto e avevo esaurito anche le lacrime di scorta, Mi giravano le palle perché mia sorella mi aveva rubato le pantofole, Ero arrivato già alla ventiquattresima sigaretta, Quel cinema era davvero vecchio, – è una scrittura povera.
(Poi, peggio, c’è la scrittura che scimmiotta: tv e certi libri).
Allora, primo esercizio.
Siamo in una strada e ci viene in mente una storia, una bella storia.
Cominciamo a descrivere la strada, il cielo, le case, che poi la storia s’introduce da sola…
Ecco chi vuole scrivere, ma scrivere in profondità, provi, nella sua testa e poi su carta, a descrivere uncerto ambiente: e magari si accogerà di non conoscere che piante ci sono nel viale che sta percorrendo, oppure come si chiamano quelle strane statue che… sorreggono un balcone vecchio: vecchio, sì, ma di quanto? Trenta o cent’anni?
E la pavimentazione?
Così facendo si scoprirà – se si vuole scrivere – quant’è importante arricchire il nostro vocabolario. Da qualche parte ho letto (quindi so mica se è vero) che Pavese aveva un quadernetto apposito, per i termini che non conosceva (non fosse vero a me piace comunque pensare che lo sia).

PS La foto del blog è una fotografia di uno dei vicoli più noti del mio paese, Cortona. Si chiama Vicolo Iannelli, o “Del Gesù”. E’ nella parte bassa di Cortona.
Nella parte alta c’è invece un vicolo stretto stretto, buio; ci son tornato, era il 17 agosto, una manciata di giorni fa. Si chiama Vicolo del precipizio. Ci ho ambientato l’ultimo mio libro (ora in lettura): Benché l’avessi percorso tante volte da ragazzo, sono andato a vedere se corrispondeva alla descrizione che ne avevo fatto, scrivendo.
Poi, certo, ci sono i vicoli che quando scriviamo esistono solo nella nostra testa e vivono in città senza nome: ma questa è un’altra storia (c’è, in proposito, una splendida pagina scritta da Flannery O’Connor sulla scrittura di Flaubert).
Io penso che per migliorare la nostra scrittura il segreto sia sempre quello di deprimersi: leggere Flaubert, o Scott Fitzgerald, o Joyce, Céline, Oz e dire: sono inarravibili, sono inarrivabili ma io ci voglio provare, almeno ad avvicinarmi solo un po’ alla vetta.
(Mai scritto, ma a amio avviso una delle scritture più banali è quella di Coelho; meglio, cento volte e più, quella della Allende).

(Infine: me l’ha fatto venire in mente Anfiosso, questo post sulla scrittura che non ricrea – a volte non vuole – atmosfere).