ricordi di un mezzo terun

Quant’erano buone le mele rubate in qualche orto. Poi magari le mele a casa non le mangiavano, ma quelle lì avevano un gusto particolare.
Sono cresciuto tra bravi ragazzi e ragazzacci. Io sceglievo, di volta in volta, la predilezione, comunque, era per i ragazzacci, per lo più ragazzi del sud i cui genitori erano stati richiamati dall’industrializzazione degli anni sessanta settanta.
Vivevano in case di ringhiera, senza servizi, erano mal visti dai piemontesi, erano i terun che puzzavano e che portavano delinquenza. Solo gli zingari che rubano i bambini erano peggio.
(Ma c’era chi stava peggio di noi: i ragazzi dell’ospizio; piemontesi o terun che fossero vestivano tutti uguali, erano sempre tristi, erano isolati, a meno che non si giocasse al pallone, anzi al pallone erano solitamente bravi, i ragazzi dell’ospizio).
La prima bambina siciliana che conobbi per strada mi disse che era di Pachino. Capii Pechino, così dissi ai miei che avevo conosciuto una cinese, c’era scritto sull’enciclopedia Conoscere che Pechino era in Cina.
Sere dopo, a cena, dissi che i cinesi sono tutti stronzi. Mia madre mi disse che stronzo non lo dovevo dire a nessuno, mio padre non mi diede ascolto, io evitai di raccontare che, poche ore prima, nella mia ora di libertà, mi ero incontrato con la cinesina, lei mi avevo detto cretino e io avevo detto a lei puttana (mio padre spesso lo diceva di una nostra vicina), e poi era successo, dicevo, che la bambina cinese era andata a chiamare suo padre e io, vedendo alcuni minuti dopo, che la bambina cinese si stava dirigendo verso di me con un padre cinese molto molto ingrugnito, me l’ero data a gambe, così, per sicurezza, ché quel Vieni qua vieni qua, che mi urlava, in italiano, il padre cinese della bambina cinese non prometteva niente di buono.
Brutta, razza, comunque, i terroni. Ci son cresciuto e, per i bravi ragazzi piemontesi del mio quartiere, ero un terrone anche io.
Infatti.
Una sera d’estate (libera uscita fino alle ventidue) io e altri tre tarun entrammo di nascosto nella cantina del papà di un bravo ragazzo piemontese.
L’informazione ricevuta da una donna delle pulizie si rivelò fondata: nascoste, dietro le bottiglie vuote e impolverate, c’erano le riviste con le donne nude. Almeno dieci.
Per noi fu una manna dal cielo. Prima le sfogliammo, in silenzio religioso, poi le andammo a nascondere (con il giuro solennemente di non dire a nessuno che l’abbiamo nascoste qui, nella cantina della signora tal dei tali che essendo grassa e pigra ci viene mai, lei, in cantina) e poi, il giorno successivo, le portammo all’edicolante. Volevamo proporgli un baratto: tre donne nude per un Tex da 120 lire, o magari cinque riviste per un Tex da 200 lire (cosa da ricchi) e invece lui ci anticipò: ci diede 500 lire aggiungendo “smammate”.
Smammammo, poi, quatti quatti, ritornanno, e ci nascondemmo dietro un’auto. Dopo pochi minuti vedemmo un signore, elegante, di sicuro non era un terun, o magari era un terun importante, parlottare con l’edicolante dentro il chiostro. Lo vedemmo uscire poco dopo, furtivo: guardò a destra, poi a sinistra, eppure di auto non ce n’erano.
Sotto il braccio, impacchettato con carta di un vecchio giornale, aveva un plico: sapevamo noi, bene, con che cosa.
E poi, credo, andammo all’oratorio: se servivamo alla messa delle diciotto avremmo potuto giocare poi a calciobalilla. Faceva troppo freddo, non era il caso di andar per orti, a cercare mele.

(Son cose autobiografiche queste, raccontate, in modo diverso, ne Lo scommettitore, Fernandel, 2006).