anarchici?

Ieri ho sentito (dico ieri perché ci ho pensato, a quel che vado dicendo, ma è cosa, questa di cui vado parlando ora, che sento spesso e sempre più) gente definirsi “anarchica”.
Chi non va d’accordo con gli altri, per esempio, si definisce anarchico.
A parte l’impegno sociale, l’anarchico è soprattutto un ribelle.
E questo usare e abusare del termine anarchico mi lascia piuttosto perplesso: soprattutto in un momento come questo, dove la ribellione – mi spiace dirlo –  dalle piazze e dai luoghi di lavoro si è comodamente adagiata su internet.
Gli anarchici veri son quelli che, nei posti di lavoro, rischiano di più.
Mi piace poi ricordare il grande rispetto che aveva verso di loro Indro Montanelli.
All’indomani della strage di Piazza Fontana disse che non poteva trattarsi di un attentato anarchico.
Un anarchico si espone, disse, un anarchico, poi, fa un attentato magari contro un re, un simbolo del potere, e poi fa in modo che tutti sappiano e vedano.
E mi piace anche ricordare Kronstadt, 1922.
Un gruppo di comunisti anarchici, o anarco-comunisti, si ribella al potere dei Soviet. Quei marinai, quei rivoltosi, capiscono con anni di anticipo che la rivoluzione russa sta semplicemente sostituendo  il capitalismo e il potere degli zar con il potere di un gruppo di burocrati.
(La cristallizzazione della burocrazia al potere, le definirà poi Trotzkj, che capì, sì, ma dopo di loro, nonostante la sua grande cultura).
La capirono e si ribellarono, e morirono anche, perché stava morendo un sogno.
Insomma: avere uno spirito inquieto significa avere uno spirito inquieto.
Con l’anarchia c’entra niente.