la scrivania con due OT

quello che vedo, ora.
il portatile domina la scrivania, non foss’altro per un plico di carta che gli ho sistemato sotto, così evito di ingobbirmi e urlare poi per il mal di schiena, oltre il portatile un casino indescrivibile: cd senza custodia, custodie senza cd, custodie con cd, sigar, un pacchetto di esportazioni senza filtro che comperai nel 2003 quando scrissi Lo scommettitore (le fumava, lui), una boccetta di vetro con pastiglie di Depakin, che è un farmaco antiepilettico, ne soffriva di una leggera forma mio fratello, ne ho sofferto di una leggera forma io e, quella scatola, che presi tra le sue cose quando mio fratello morì, la porto con me, per metterci i farmaci intendo, quando vado via, e poi e poi: agende varie dove ho preso appunti che non ho riletto da anni e che non m’interessa di rileggere.
Poi: un modem Tiscali nuovo nuovo che non sono riuscito a far partire (la chiavetta Telecom va bene, quindi).
Altre cose che intravvedo: una vecchia macchina fotografica, acquistata nel 1980, forse è ora che ne prenda una digitale, o forse no: non mi piace fotografare, non mi piace essere fotografato.
OT
Però vorrei tanto avere una foto che fu scattata e che rifiutai, dissi, No grazie: 26 giugno del 1991, Torino, discuto la tesi di laurea. Con me ci sono mia sorella Silvia e mia figlia Sonia. Penso di essere elegante: pantaloni grigi ben stirati, camicia a strisce. Il mio docente (Narciso Nada, storia contemporanea) appena mi vede mi dice: Anche oggi doveva venire vestito come un sessantottino?
Ecco, rimpiango di non avere una foto con Nada, mia figlia, mia sorella e quel mio essere elegante ma che sembrava un elegante sessantottino (Io a Nada avrei voluto dire che comunque l’eskimo d’ordinanza ce l’avevo avuto sì, ma blu, perché tutti ce l’avevano verde e a me non andava di vestirmi come tutti).
Comunque: presi 110, bontà della commissione. Fine dell’OT, proseguo con la scrivania e quel che c’è, davanti ai miei occhi.

Poi c’è la parete, piena di foto ricordo, piena per modo di dire: sei quadretti con vecchie foto più una riproduzione di un quadro di Gino Severino (La maternità), più un pierrot, acquistato a Venezia nell’estate del 1990.
Sopra i quadri una mensola.
Parto da sinistra.
Una stecca di gitanes senza filtro e due pacchetti di sigari, sistemati sotto; davanti alla stecca la riproduzione della statua che, dopo il Perseo di Cellini, amo di più: L’ombra della notte.
Procedendo. Una foto mia con mia moglie Francesca, quindi una pila di libri, che sono:
Continente Nero, di Augusto Franzoj; Un ribelle nel continente nero, Augusto Franzoj; Un viaggiatore in braghe di tela,  Felice Pozzo; Autobiografia di una rivoluzionaria, Angela Davis; Prose scelte, di Giuseppe Giiusti; Poesia, di Antonia Pozzi…

Basta, mi fermo, mi fermo e mi soffermo su Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
OT, numero due.
Estate del 1982, sono a Follonica con la mia prima moglie, mia figlia che è piccola, mia cognata e mio cognato e loro figlio.
Leggo un libro al giorno, quasi con rabbia: perché so che quando ricomincerò a lavorare in fabbrica ne leggerò uno al mese, se andrà bene.
Ho ventisei anni, ormai l’idea di iscrivermi in università è non dico accantonata ma quasi; ogni tanto ci penso, volevo lavorare e studiare, ma poi tra sindacato, una figlia piccola e otto ore di lavoro il tempo dove lo trovo?, penso.
Mentre gli altri vanno in spiaggia io leggo, all’ombra della pineta di Follonica, Angela Davis.
Non voglio parlare, ora, né di lei né del libro.
Ma voglio spiegare perché è lì, tra i libri nella mensola, a portata di mano, o meglio, a portata di ricordo.

Mentre leggo mi domando: allora, se è vera questa storia è vero che Angela Davis riusciva a studiare benché braccata dalla polizia, benché impegnata a fare mille cose.

Torno alla mensola, ci sono altri libri, altri oggetti.
No, mi fermo.
Va bene così, forse.