Camilleri e gli editori lenti

Gli ultimi libri io non li ho letti, ma di Camilleri ho letto tanto, specie i libri che non hanno come protagonista Montalbano (sarà che una volta ho visto Zingaretti, e non mi è piaciuto:  troppo poliziotto).
La mossa del cavallo, per esempio, ma anche La presa di Macallè, che è un gran bel noir, o Il birraio di Preston, o Il re di Girgenti o La scomparsa di Patò sono, a mio avviso, degli ottimi libri. La faccio breve: Camilleri è lo scrittore italiano che mi piace di più (poi vengono Luisito Bianchi e Luigi Bernardi).
E mi fa piacere che i suoi gusti letterari coincidano con i miei: Pirandello e Sciascia, gli autori a cui ispirarsi, da cui c’è ancora, e tanto, da imparare. (E Montalban).
Comunque. Tutti sanno che Camilleri è diventato un famoso scrittore in età avanzata, e che il suo primo libro, “Il corso della cose”, fu pubblicato da un editore a pagamento, Lalli, che però nulla chiese a Camilleri.
Non sapevo, l’ho letto pochi minuti fa, che quel libro, anni prima, stava per essere pubblicato da Mondadori e, in epoca successiva, da Editori Riuniti.
E’ la cosa più brutta che possa capitare a un autore, questa. Festeggi, ché magari già ti vedi con la copertina di una certa collana, e poi invece tutto sfuma.
Depressione assicurata. Peggio di una bocciatura.
L’intervista che ho letto è dello scrittore, pure lui siciliano, Roberto Mistretta.
Ecco l’intervista.

Il mio libraio mi racconta che quando Camilleri pubblicò con Lalli “Il corso delle cose” un suo cliente, un insegnante mi pare, per mesi e mesi fermava la gente in libreria e diceva di aver letto un libro strepitoso.
Della serie: certe volte i lettori hanno occhi più lunghi di quelli degli editori.

Giorni fa  una signora (settant’anni?) mi chiede un incontro.
Mi dice: Ho scritto un libro, le va di leggerlo?.
Le dico: Mi spiace signora, ma non ho tempo, a meno che lei non voglia aspettare qualche mese.
Mi dice: E secondo lei io potrei già spedire a una casa editrice?
Le dico: ma certo.
Mi dice: E poi, cosa capita?
Le dico. Che se va bene le rispondono nell’arco di un anno.
Mi dice: E poi?
Le dico: E poi se va ancora bene, magari le pubblicano il suo libro dopo tre, quattro, cinque anni.
Si è messa a ridere la signora. Mi ha stretto la mano e mi ha detto: Ma faccio prima io a morire, e se ne è andata, contenta di questa sua – niente male – battuta.