Alessandro Zannoni, la quarta strada

Hai scritto un libro.
E sei convinto che, stavolta, a differenze di altre, hai scritto qualcosa di buono. Magari un editor, magari uno scrittore, magari qualcuno di cui ti fidi ti dice che è un bel libro, ma poco commerciale.
Hai tre strade.
Percorrere quella degli invii del manoscritto agli editori. Tanti invii, il più possibile.
Seconda strada. Uno stampatore a pagamento (magari non la percorri questa strada, ché qualcuno ti spiega che alla fin fine è meglio non pubblicare).
Terza strada. Mettersi l’animo in pace (io l’ho fatto, per cinque, sei anni).
In realtà c’è una quarta strada. Che io stesso non escludo di percorrere. L’autoproduzione.
Quella che segue è un’intervista al mio amico Alessandro Zannoni, scrittore Perdisa, oggi.
Il primo suo libro che ho letto era un bel libro: autoprodotto.

Cominciamo da te, dicci chi sei.
Sono stato per ventidue anni un antiquario specializzato in dipinti antichi; ora, solo la mattina, lavoro in una darsena tra fiume e mare, e gestisco la manutenzione delle imbarcazioni. Nel tempo restante, se ne ho voglia e la famiglia me lo permette, scrivo.

Elencami le cose che hai scritto e che sono diventate libri.
Alla luce dei fatti – autoprodotto/ripubblicato collana I dispari/RES Edizioni
Nero in dissolvenza – autoprodotto/ripubblicato collana Delitti Inediti/Contatto Edizioni
Lo stretto necessario – autoprodotto
Imperfetto – autoprodotto/ripubblicato collana WalkieTalkie/PerdisaPop
Biondo 901 – collana BabeleSuite/PerdisaPop

Invece di ricorrere all’editoria a pagamento tu in passato hai percorso un’altra strada, che è l’autoproduzione. Come ti venne l’idea?
Il mio primo lavoro era un romanzo scritto per pochi intimi, ambientato nella mia città e nel mio mondo lavorativo – l’antiquariato – e non avevo nessuna pretesa di pubblicazione, ma mio padre lavorava in una tipografia e gli chiesi di stamparmene 50 copie, giusto quelle da regalare agli amici; portò a casa dieci scatoloni, 500 copie, dicendo che tanto la spesa era la stessa. Passato il primo momento di sgomento, mi sono ingegnato e ho messo in vendita il libro nei locali citati nel mio romanzo… e dopo venti giorni li avevo venduti tutti! Lo richiedevano in continuazione, allora ne ho fatto ristampare altri 500, e anche quelli li ho bruciati velocemente…
Voglio sottolineare che il libro lo avevo firmato con uno pseudonimo e che nessuno sapeva che lo avessi scritto io – mi vergognavo parecchio a rivestire, seppur momentaneamente, il ruolo di scrittore – però, sentendo i lusinghieri commenti in giro, mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo e ho scritto un altro romanzo… Solito metodo di stampa e solito risultato di vendita, però stavolta mi sono lasciato convincere – unica volta che l’ho fatto – e ho mandato il manoscritto ad una casa editrice: mi hanno risposto dopo quasi due anni, dicendo che mi aspettavano ad una nuova prova più adeguata alla loro collana. Non ho fatto drammi e ho continuato per la mia strada.
Quindi l’idea di autoprodurmi è nata dai risultati di vendita ottenuti – mi sono autoprodotto 4 romanzi e ho venduto dalle 1000 alle 2000 copie a titolo –, e dalla consapevolezza che inviare manoscritti a case editrici significava rimanere tempi lunghissimi a macerare nell’attesa di una risposta, cosa che francamente non mi sento di affrontare.
Sono un fatalista e uno stupido idealista, e ho lasciato le cose in balia del destino: ho creduto nella qualità del mio lavoro e ho aspettato che qualche editor si imbattesse nei miei lavori e ci vedesse qualcosa. Bè, è successo davvero.

Come consideri quell’esperienza?
A tutti quelli che hanno velleità di pubblicare, invece di mandare manoscritti a destra e sinistra, consiglio vivamente un’esperienza del genere, e pure l’uso di uno pseudonimo – da evitare la pietà dei parenti e degli amici – cosicché possano rendersi conto se davvero le cose scritte hanno un qualche valore. È un banco di prova notevole, e stronca sogni in maniera chirurgica.

Sebbene tu adesso non abbia problemi nella ricerca spasmodica di un editore, metti caso che un giorno tu scriva qualcosa che tutti rifiutano, ripeteresti quell’esperienza?
Uh, certo che la ripeterei, e ora che sono anche pratico dell’uso di Internet, sono certo che mi divertirei pure.

Poi, andando nello specifico. Quanto spendesti per farti stampare tot numero di copie? E quande ne vendesti?
Di “Imperfetto”, ristampato lo scorso anno nella collana WalkieTalkie di PerdisaPop, ne stampai una prima tiratura di 1.000 copie spendendo 1.800 euro – copertina rigida e bandelle, carta da edizioni, rilegato a filo refe… insomma un libro vero – seguito da una ristampa di altre 1.000 al solito prezzo, o forse qualcosa di meno, non ricordo.
Alla fine, se le cose funzionano, trovi anche da guadagnare qualche spicciolo.

I cinesi-napoletani

L’altro giorno parlavo con un ambulante.
Mi ha detto che lui si trova bene, anzi benissimo, con ambulanti africani, russi, albanesi eccetera.
Mi fa: Tutte minchiate quelle della Lega. Vado a comprare le sigarette e loro mi guardano il banchetto, e sono tranquillo, sai?
Poi riflettendo sull’argomento e temendo di non aver detto tutto tutto, aggiunge: Sai con chi non mi trovo bene?
No, dico io.
Coi cinesi, fa lui.
Ah, dico io.
E lui: E sai perché non mi trovo bene con i cinesi?
No, dico io.
Grattatina alla testa, accensione di sigaretta, sguardo perplesso.
Poi fa: Come faccio a spiegarmi.
Pausa.
Poi finalmente: Ah sì ho trovato: sono un po’… napoletani.
Ah.
Mica tutti però, conclude.
(E i cinesi un po’ romagnoli, invece?, mi son chiesto).

questa cosa qua me l’ha fatta venire in mente questo post di Giulio Mozzi.