sangue blu

Ho conosciuto un nobile, tempo fa. Nato con la camicia, insomma. Morirà, si suppone, con la camicia.
Ho mangiato con lui, ho parlato con lui.
Io non avevo cose interessanti da raccontargli, ascoltavo.
Le sue cene con personaggi altolocati, i suoi viaggi, la sua famiglia.
Mangiava con garbo (un nobile non mangia mai tutto: lascia sempre una piccola porzione di cibo; significa, suppongo, che quella porizione era abbondante), parlava con garbo: quasi stancamente.
Gli ho guardato le mani: da bambino. Le guanciotte: pure.
E abbiamo anche parlato di soldi e di affari, suoi naturalmente (che io, fino a pochi anni fa, avevo un mutuo e facevo fatica adarrivare al 27). Senza menar vanto delle sue ricchezze m’ha fatto comunque intendere che lui, quando va per esempio in una banca, è, lui medesimo, quella banca (seppur piccola).

Parentesi, ora. Qualcuno si stupirà, ora. Si domanderà, qualcuno: Ci racconti che appena puoi vai nei bar di periferia dove ci sono gli zingari, i ragazzacci, le prostitute, che stai alla larga da salotti e vip e gente importante, e leggiamo, proprio nel tuo blog, che ti incontri anche con un nobile, ma nobile per davvero, tipo conte, marchese, barone, e ricco perdipiù, tanto ricco.
Infatti. Mi ha chiesto una consulenza. Voleva comprare un giornale di provincia e io, pensando che voleva fare le cose per bene, quella consulenza, senza voler nulla in cambio, certo che gliel’ho data. E ci siam visti due volte. Una a cena e una no. Ammetto che prima di conoscerlo ero curioso. Com’è un nobile, ma nobile per davvero?, mi chiedevo. Parentesi chiusa.

Ero in imbarazzo, io, mica sapevo portare il calice di vino alle labbra come faceva lui. Ero – giuro – incantato dal modo che aveva di mangiare: i falsi nobili, gli attori insomma che recitano ruoli da nobili e che noi vediamo al cinema, credetemi, non sono così bravi. Lui, poi, aveva il sesto senso per richiamare l’attenzione del cameriere: sapeva quando fare un cenno (io al ristorante son quello che chiama quando non c’è nessuno e nessuno viene, e io chiamo, facendo la figura del piffero).
Ero annoiato anche. Lui faceva tutto con lentezza, estrema. Così evitavo, anche, di porgli domande.
Esempio. Mi racconta che anni prima è stato a Roma al ristorante con questo personaggio politico, quest’altro dello spettacolo, quest’altro e quest’altro.
Poi, con smorfia del viso appena accennata, mi fa: A mezzanotte, vedendo che nessuno di alzava, ho chiesto il conto…
Per tutti?, ho interrotto io.
E lui, sottovoce e ai due all’ora: Per tutti.
Ma quella gente – ha aggiunto subito dopo – mica pensa che la gente a mezzanotte va a dormire.
Stupito, avrei voluto domandargli: Ma i nobili non si svegliano alle 11 del mattino?
Non l’ho fatto: non vedevo l’ora di uscire in strada, ed ero stupito che lui avesse pagato per tutti.
Mi scusi, ho insistito su questo, quindi lei ha pagato per tutti, e tutti son rimasti a guardare?
Vedo che ha capito, mi fa (con fare nobile).
Sì, quando ho chiamato il cameriere e chiesto il conto nessuno di loro ha fatto il benché minimo cenno di allungare la mano al portafogli, ha aggiunto.
Ma ha cambiato subito discorso: non era una “cosa nobile” quella che mi stava raccontando.

Ho pensato spesso a lui, dopo quella volta (in realtà ci siam visti due volte).
E mi son chiesto, che avrà pensato quando gli ho accennato, due minuti di autobiografia, che vengo dalla gavetta gavetta?, e che a vent’anni lavoravo in fabrica?
Lui, da quel che ho inteso, ha fatto il nobile e nient’altro.

Oggi è sabato, è per questo che ho ripensato a lui. Il sabato, quando avevo vent’anni e lavoravo in fabbrica, aveva un profuno particolare: di libertà e spensieratezza. Non sarò nato con la camicia né morirò con la camicia ma certe cose, i nobili, non le potranno capire mai.