un po’ di de André, insomma ricordi

Avevo sei anni quando mia madre comperò un giradischi. Eravamo poveri, non avevamo né televisore né lavatrice (arrivarono quattro anni dopo, quando nacque mia sorella Silvia) né telefono. E quindi son cresciuto ascoltando la radio e i dischi, soprattutto i 45.
Quelli di mia madre (Iva Zanicchi, Cladio Villa, Luciano Tajoli) non mi garbavano nemmeno un po’. Ma un giorno arrivò a casa con un 45 giri.
Ce l’ho ancora, lo consumai a furia di sentirlo.

Allora, Una delle meno note di de André: è tratta da Tutti morimmo a stento, che è invece il secondo 33 giri  di De André che comperai (il primo era stato La canzone di Marinella).


e questa invece (tratta dall’ultimo concerto) è una delle più note: dedicata a Morena, il travestito di via del Campo.

il mattino è più semplice, invece

Il mattino è semplice, e razionale anche. Se son di fretta e di cattivo umore faccio il percorso alternativa: un bar dove la proprietaria è una di poche parole, ciao è un caffè, ciao buona giornata, un tratto di strata poco frequentato.
Di sera è diverso. Esco, accendo il mezzotoscano, cammino, se incontro qualcuno mi fermo a parlare, se non incontro nessuno penso, cercando di non andare a sbattare contro qualche palo, ché certi pensieri son bizzarri e bastardi, ti portano via.
L’altra sera, solito rituale. Sigaro, camminata (lenta).
A un certo punto vedo gente: che conosco, gente mite e simpatica, con cui parlo volentieri.
Mi son ritrovato, ma senza pensarci troppo, a fare dietro front, camminando veloce e pensando e sperando che non mìavessero visto.
Cazzo fai? mi son chiesto.
Non mi son risposto.
Certi giorni e certe sere e certo notti è così.
Il mattino è più semplice, invece

un folle amore

De André lesse su un giornale locale di Alessandria un trafiletto sulla morte di una prostituta, accidentalmente scivolata sul fiume e quindi morta annegata, di notte.
Da quel trafiletto nacque La canzone di Marinella.
Ci son storie di tutti i giorni che possono ispirare chi scrive.
La storia di questo folle amore, per esempio.
Io ho tratto spunto dal Quaderno di mia madre per scrivere una storia di ricordi, di bestemmie e di amori folli.  Quattro lo hanno bocciato. Vediamo ora le altre quattro a cui l’ho inviato.
Stanotte comunque scrivo: ho in mente un romanzo, spero breve, o forse no.
Ma non ho tratto ispirazione da nessun fatto di cronaca: ho guardato delle persone in faccia, mentre loro non guardavano me. Guardavano il nulla.
Buona notte o buon giorno, dipende.

I gialli nebbia

Sono alle prese con due misteri: uno di un secolo fa, l’altro più recente.
Sparizioni, eventi inspiegabili, documenti sorprendenti ma incompleti, perché non spiegano. E documenti e testimonianze che non ci sono.
E ancora: testimonianze che si contraddicono.
E ancora anaocra: i ricordi, semprepiù sbiaditi.
Per uno di questi due misteri non ho risorse, non ho tempo,  dovrei viaggiare, e quindi dico a me stesso che è un gran peccato non avere un mese per cercare di scavare (e comunque: non sarebbe facile).
Su un altro mistero, invece, ci sto lavorando, a tempo perso.
Vecchi verbali, ricordi neanche troppi lontani, incongruenze, ipotesi: tutto è avvolto nella nebbia, fitta fitta.
Quasi un muro.
Eppure insisterò.
Però ho pensato questo, ho pensato: ai misteri dei libri che ho letto.
E mi son sentito preso un po’ per i fondelli, ecco.
Insomma, un conto è Chandler, Marlowe era invenzione, Marlowe viveva e si comportava come un investigatore irreale. Un conto sono i gialli dove ogni tassello del mosaico, poi, si ricompone. e ti descrivono alla perfezione la questura di Milano o di Bologna o di Firenze.
La vita non è così; e la maggior parte dei misteri restano misteri.
(Ma a chi piacerebbe leggere un giallo dove un ispettore o un commissario si interrogano su morti e sparizioni attorno alle quali c’è solo nebbia e quindi non ci sarà nemmeno uno straccio di finale?).

uno spicchio di arancia, poi olio e sale

(…)
Benedetta si è abbrustolita una fetta di pane e ci sfrega sopra uno spicchio d’arancia, poi la cosparge di olio e di sale.
«A Caserta facciamo così» mi spiega. «Ma le arance di qua non sono buone, ci vorrebbero le nostre».

tratto da “Tutto sarebbe tornato a posto”, di Michele Cocchi, casa editrice Elliot.
insomma: se trovo un’arancia come si deve, magari al mercatino di prodotti biologici, provo.
e comunque: il libro promette bene.

Poi.
Stamattina il barista dove prendo il secondo caffè della giornata (il primo è davanti a pc e posta elettronica), indicando la tasca del mio giubbotto da dove esce un pezzo di libro, mi fa:
L’hai scritto tu, Remo?
No, è un libro che ha scritto una persona che conosco.
Glielo mostro, è il libro su Izzo, scritto da Stefania Nardini (Perdisa).
il barista dove prendo il caffè si mostra sempre interessata alla scrittura e alla lettura: lui, dopo qualche anno di scuola superiore, si è dimenticato la scuola e di leggere, anche. Mai letto un libro.
Stamani mi chiede.
Ma quand’è che esce il tuo prossimo libro?
Facciamo così, non te lo dico, ché porta male.
Ah, porta male?, domanda.
Porta male, ripeto.
Ma quanti ne hai scritti?
(Me l’ha già domandato mesi fa, si è dimenticato, evidentemente. Vorrei spiegargli che ho scritto sei romanzi, quattro pubblicati, uno in attesa, un altro ancora si vedrà; ma preferisco sintetizzare).
Ne ho scritti quattro, dico.
E da quanti anni scrivi?
(Non so se dirgli da sempre o da dodici anni, ci penso sorseggiando)
Da dodici anni.
E quanto soldi hai guadagnato?, mi fa.
Poco più di 3000 euro, forse 3500, rispondo (omettendo quanti soldi ho speso).
Minchia, dice spalancando gli occhi.
Poi aggiunge: 300 euro all’anno?
Già, dico io.
E gli lascio le tre monete, da 50, da 20 e da 20: 90 centesimi per un caffè buono, e veloce anche.
Bel mestiere fare il barista.

meglio le librerie

Che nei supermercati si trovino anche libri validi è indubbio. Che la scelta sia poca è altrettanto indubbio.
Allora, se non ho soldi io ricorro alla bancarelle; se ne ho vado in libreria.
Dove, almeno, c’è più scelta. E dove – dipende dal libraio, certo – magari di dorso, magari impolverato, trovo il libro di cui nessuno sa, o pochi sanno.

le riflessioni di Lucia

questa cosa qui l’ha scritta Lucia Marchitto commentando il mio precedente post.
ecco, non vorrei che pssassero inosservate queste importati riflessioni
(grazie Lucia)


Secondo me oggi c’è un equivoco che forse la rete ha potenziato: è più importante lo scrittore che lo scritto. Bisognerebbe che lo scrittore si facesse da parte e lasciasse che i suoi libri parlassero. Ma è un’utopia: se non sei visibile come scrittore non sono visibili nepure i tuoi libri. Poi certo in rete, ma anche fuori della rete, chi ha scritto una qualsiasi cosa, fosse anche uno sbadiglio, si crede perlomeno bravo, ma d’altra parte se uno si credesse mediocre o pessimo scrittore scriverebbe? Credo ci vorrebbe a volte soltanto un po’ più di umiltà, un po’ più di senso critico e più lavoro, e capire che nella scrittura non si è mai arrivati che c’è sempre qualcosa di più e di meglio da imparare e da fare, e che la pubblicazione è l’ultima cosa a cui pensare, prima bisogna fare.

perplessità sulla scrittura

A volte, su invito, faccio delle lezioni di scrittura. Penso di essere poco o punto bravo, e quindi non mi faccio pagare.
Non chiedo nemmeno i soldi della benzina o del treno.
E comunque, è successo poche volte, meno di dieci dal 2003 a oggi (poi certo, è vero, ho fatto un corso, durato un anno di scrittura, in carcere, ma in carcere è tutta un’altra storia). E’ anche successo che io abbia rifiutato, ma anche qui, è poca cosa, due volte in tutto.
Così come ho rifiutato di fare un corso in rete.
Oddio, è anche vero che io sono strano. Faccio un esempio. Che io sappia tutti dicono che per scrivere occorre essere portati, bisogna insomma nascere col talento incorporato.
E io non sono d’accordo.
Punto primo (rilegere don Milani, please) solitamente hanno più talento, chissà perché, quelli che son nati in famiglie benestanti, difficile trovare uno scrittore di talento che dopo la terza media sia andato alle scuole professionali, e che magari è figlio di un metalmeccanico e di una casalinga.
Guardate le quarte di copertina: chi scrive o è insegnate, o giornalista, o bancario, o studente.
Punto secondo. Io dico invece che, una volta imparata la tecnica (il saper scrivere), il talento può arrivare: magari dopo un campo di concentramento, vero o… mentale.
Ma il discorso che voglio fare, qui, è diverso.
Quando si parla di scrittura in rete sembriamo tutti “imparati”.
Quelle poche e piccole esperienze che ho avuto io mi han fatto vedere cose diverse: avevo gente di fronte a me che magari aveva letto, ma né Carver né Tondelli né Flannery O’Connor, e che magari sapeva anche scrivere storie (o meglio: aveva qualcosa da raccontare). E mi son ritrovato (dopo le lezioni, magari in pizzeria) con gente che sognava di pubblicare un libro, e ci perdeva ore ogni giorno magari nella scrittura, ma che nulla sapeva di come funzionano i meccanismi, anche elementari, dell’editoria.
Davvero ci posso essere dei libri completamente riscritti dagli editor?
Che poi, la grande finzione che c’è in rete, dove tutti abbiamo letto e tutti sappiamo di Berlusconi e Travaglio, e tutti siamo contro l’ipocrosia e amiamo gli animali è, appunto, una grande finzione. Tipica della rete. Nascosti dal video di un pc alcuni fingono. Quanti? Non lo so dire.
E comunque. La gente che non sa è sicuramente, nettamente numericamente alla gente che sa.
In rete, dicevo, si finge.
Anni fa un ragazzo mi scrisse una mail. Mi diceva che lui si sentiva portato per scrivere racconti e, quindi, mi chiedeva consigli su quali autori leggere.
Hai mai letto Carver?, gli domandai.
No.
hai mai letto Piero Chiara?
No.
Prova a cominciare da loro, due modi completamente di scrivere e di narrare, gli dissi.
Bene, passa nemmeno un mese e vedo che questo ragazzo interviene su un forum. A una parsona che aveva aveva ammesso di non aver mai letto Carver, questo ragazzo scrisse: Non mai letto Carver???
Con tre punti interrogativi, finali.
In rete e nei blog letterari si finge a tal punto che tante gente non interviene nei commenti. Si sente inadeguata. Ed è un peccato: perché così commentano solo gli “imparati”, veri o presunti.