Com’era verde la mia valle

Sulla rivista “Le scienze” leggo un articolo che s’intitola “La paura della modernità”.
Ricorda, l’articolista (Enrico Bellone) il Rinascimento: anche allora, come oggi, c’eran quelli che avevano paura del nuovo che avanza.
Paura delle nuove terorie filosofiche, paura delle terorie di Galilei.
Un po’ come oggi, no? Oggi c’è chi, scigaurato, teme gli ogm e il nucleare, benedetto da Obama, pure.
Allora. Sicuramente, ne prendo atto, io non sono moderno.
Però ho la memoria buona: quando ero piccolo andavo a fare il bagno al fiume Sesia, ora inquinato dal nuovo che è avanzato e che nessuno ha fermato. Ora ci va nessuno a fare il bagno, e quel fiume è diventato una discarica.
E quel che è peggio è che anche nell’aria sta avanzando il nuovo, e noi lo stiamo respirando: a pieni polmoni.
PS. (Poi magari Obama avrà anche ragione, il nucleare è una forma di energia pulita, dice lui. Però nella città dove sorgeva la centrale nucleare, Trino Vercellese, le percentuali dei tumori, specie delle leucemie, è molto pià alta rispetto al resto del territorio. E ora, il nuovo che avanza, ne vuole realizzare un’altra).

E la poesia è nella strada come un senzatetto

Non l’ho ancora letto ma son convinto che Stefania Nardini abbia, stavolta, scritto il “suo libro”.
E son convinto (ma lo spero anche, diciamo in modo interessato) che Perdisa (non per altro, uno dice Perdisa e pensa a Luigi Bernardi) sia un gran bell’editore.
Comunque, quella che segue è la bella recensione che ha scritto Sandra Petrignani sull’Unità.

Parigi non sarebbe quello che è se Simenon non l’avesse descritta come ha fatto nei suoi Maigret. Marsiglia, almeno la Marsiglia contemporanea, deve molto a uno scrittore dalla velocissima parabola e dalla scrittura ferma ed essenziale dei nostri giorni, oserei dire dei nostri giorni noir, Jean-Claude Izzo. Figlio di un nabo , un immigrato napoletano, mentre la madre era di famiglia spagnola, Izzo era dunque un rital , marsigliese figlio di immigrati, soprattutto era figlio del Panier, «il quartiere che spunta sulla collina e domina il porto, considerato un covo di ribelli… Un groviglio di vicoli in cui s’intrecciano storie, codici, misteri, allegria, disperazione».

Così descrive la Marsiglia del 1945, data di nascita di Izzo, Stefania Nardini, giornalista culturale che viene dalla cronaca e che ha già fatto incursioni nel romanzo (Matrioska e Gli scheletri di via Duomo, editi da Pironti). Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese racconta un uomo e una città (quasi una doppia biografia) e sarà in libreria il 7 di aprile, edito da Perdisa. Cinquantacinque anni – Izzo è morto nel 2000 per un cancro ai polmoni – pieni di storie, di amori, di ribellioni. Lo ricordo magrissimo e attraente a un convegno di scrittori in Provenza, già molto malato. Ricordo che mi colpì la sua serietà, un rigore che attraversava le sue parole, ma anche il suo modo di muoversi, di camminare. E ricordo l’aura che lo circondava, dovunque andasse era subito raggiunto da amici e fan, soprattutto giovani.

Ora lo ritrovo nel racconto di Stefania Nardini con la sua parte d’ombra, di senso di colpa, di irresolutezza: un’umanità contorta e appassionata solo in parte riversata nel suo personaggio più famoso, il poliziotto Fabio Montale, protagonista della trilogia Casino totale, Chourmo, Solea (editi da e/o). Lo ritrovo giovane e innamorato della futura madre dell’unico figlio, Sébastien, che inizia con lei un percorso politico rigoroso, mentre scrive poesie non d’amore, ma sempre impegnate. Ha il mito di Rimbaud e nell’andare a Gibuti e ad Harar, a visitare la casa del poeta, scopre una realtà ancor più sconvolgente di quella miserabile degli operai e disoccupati di Marsiglia: la povertà totale, i lebbrosari. Sceglie una professione al servizio degli sfortunati, il giornalismo di denuncia. Politica, pacifismo, poesia.

«E la poesia è nella strada come un senzatetto» dice un suo verso che potrebbe essere il suo manifesto. «Marsiglia non è una città per turisti». «Marsiglia, una verità alla luce del sole…». È sempre questa città a fare da sottofondo, a parte una parentesi parigina, alla sua narrativa come alla sua vita. Ma la narrativa arriva tardi e per caso. Un giorno pubblica un racconto di una ventina di pagine, Marseille, pour finir , su una rivista. Lo notano alla Gallimard e gli chiedono di farne un romanzo. Sarà Casino totale . Un inaspettato successo, l’inizio di una carriera di narratore (molto più interessante del poeta che credeva di essere) che non aveva programmato. Era il 1995. Aveva cinquant’anni: non era più iscritto al partito da tanto tempo, aveva macinato amori soffrendo della sua incapacità a essere fedele, lui così fedele ai suoi ideali, alla sua città. Cominciava una nuova avventura che lo avrebbe imposto anche fuori di Francia.

SOLO CINQUE ANNI Ma aveva poco tempo, pochissimo. Solo cinque anni per confermare un talento, che gli fu ampiamente riconosciuto da lettori e critica e che rimbalzò nelle trasposizioni cinematografiche e televisive. Nei suoi romanzi ritorna la sua esperienza personale, il suo impegno politico. Riflette in Solea : «L’attività criminale è strettamente associata, per l’opinione pubblica, al crollo dell’ordine pubblico. Vengono evidenziati i misfatti della piccola delinquenza, mentre il ruolo politico ed economico e l’influenza delle organizzazioni criminali internazionali restano invisibili». L’ultimo romanzo, Il sole dei morenti , parla di un clochard, un uomo che insieme all’amore ha perso tutto. Al funerale fu accompagnato dalla musica che preferiva, Aznavour, Ferré, Miles Davis. E «le sue ceneri furono gettate in mare», conclude Nardini. Il mare da cui era arrivato a Marsiglia suo padre, senza altra dote che la forza delle braccia.

vivere con lentezza: vera

Una valle isolata dal mondo, che non sembra vera.
Dopo un rifugio e la chiesetta e un parcheggio per una decina di auto inizia un vicolo: porta a piccole frazioni, dove vivono poche anime, tutto l’anno.
Il vicolo è stretto, c’è neve, mi chiedo, ma quanto è lontano, da qui, un pronto soccorso?
Invece di chiedermi chiedo: Ma se qui a uno viene un infarto…?
Non mi fanno finire. Ridendo mi dicono: Muore.
Arriverà l’elicottero, penso (sempre che il cellulare prenda, perché qui i cellulari prendono e non prendono).
Vedo dei bambini giocare a pallone, parte del terreno è sterrato, parte è sterrato con neve.
Si sente, non lontano, il rumore dell’acqua di un ruscello.
Forse qui è difficile morire di infarto.
Perlomeno da giovani.
Parlo con una donna, ha un bimbo piccolo, mi dice che è suo figlio, io, ingannato dal suo abbigliamento da casalinga trasandata, dai suoi capelli un po’ sfibrati e che comunque non conoscono né parrucchiera né tinta, pensavo fosse la nonna.
S’invecchia come una volta, qui.
Qui, una vita fa, arrivò un poeta pazzo d’amore, Dino Campana. Cercava Sibilla, tra questi sentieri.
Lo vedo correre, seguito dallo sguardo lento della gente, qui: ché qui tutto è lento.  Lontano.

Una bella cosa di Mozzi (e i racconti a 4 mani)

A tutti gli scrittori che non hanno la patente di scrittori, perché o non hanno mai pubblicato, o hanno pubblicato ma lo sanno solo parenti e amici, Giulio Mozzi, che è scrittore e scopritore di talenti, propone La gettoniera di Vibrisse.
Penso che Mozzi, così facendo, possa scovare qualcosa di interessante.

Già che ci sono.
Grosso modo dal 15 luglio al 15 agosto facciamo la terza edizione dei
Racconti a quattro mani.
Dovrò solo decidere se nominare una giuria esterna, se far votare ai partecipanti, se fare una cosa mista (giuria e partecipanti ma con la giuria determinante).

E buoni giorni a tutti, se volete con questa canzone (che mi ha fatto tante volte compagnia negli anni ottanta)


quando la vita è merda che fa male

Quando la vita è merda è merda che fa male.
L’ho visto ieri,  è da qualche settimana che lo vedo: pesa la metà, trema quando cammina. Ieri barcollava, mangiando un gelato.
Non so di cosa sia malato, posso intuirlo,  e so bene che è cosa che non riguarda solo lui. La malattia a la morte son passaggi obbligati, anche se tendiamo a rimuovere, dimenticare.
La sua vita però, lo so, è stata sempre merda: che fa male.
Mi ricordo quando era piccolo: cresciuto a schiaffi e calci in culo e urla. E pugni in testa, che poteva ricevere anche per strada… Erano cose che vedevamo, insomma: brutte interruzioni mentre si giocava a calcio, magari in un prato.
Mi ricordo la sua ribellione, scappare di casa, rifarsi una vita.
E mi ricordo poi la cosa più bella, col passare degli anni: la sua bontà, la sua generosità, la sua mitezza. Gli piaceva star da parte, gli piaceva il suo lavoro, gli piaceva camminare silenzioso, e quando lo vedevo camminare a testa bassa immaginavo che risentisse le urla e rivedesse i giorni di merda (che fa male) della sua infanzia e della sua adoloscenza.
Lo vedevo solitamente di sera, anni fa. Io col mio vecchio cane Barone, lui o da solo, soprattutto da solo, o con qualche amico, ma era raro.
Non credo abbia mai avuto famiglia; suppongo non abbia voluto, ricordando la sua.
Ieri l’ho rivisto, e son giorni che lo rivedo: stento a riconoscerlo, ché sembra un vecchio.
Non lo è.
So una cosa, ora di lui: che non l’ho mai visto né ridere né sorridere. E so che questa è cosa che non succederà. Perché, mi ripeto, quando la vita vuole essere merda che fa male è merda che fa male, e basta.
E vaffanculo, verrebbe da dire. Ma immagino che lui non lo direbbe, vaffanculo.
Starà cammimando, ora, a testa bassa. Barcollando. Senza imprecare. E questo, comunque, è un grande insegnamento.*

* storia verissima, camuffata appena appena; son sicuro che al protagonista ve bene quel che ho scritto.