A 4 mani, 11° racconto: Istantanee d’anniversario

Luciana arrivò in sala da pranzo, una mano premuta sulla bocca.
Poi tirò su un sospiro, come a raccogliere coraggio, e tutto d’un fiato disse:
«È arrivato. Aspetta in stazione. È solo. Dice che mamma non è voluta partire.»
Per un attimo nessuno reagì, poi presero a parlare tutti insieme, fino a che Dante sbatté un pugno sulla tavola, appropriandosi del suo ruolo di fratello maggiore.
«State zitti!», urlò « Cosa significa che non è voluta partire?»
Luciana rispose come tra sé e sé:
«Non me l’ ha detto, il motivo. Ma deve essere qualcosa di serio. Non sarebbe mai venuto da solo.»
Fu a questo punto che Milena, la più giovane dei nipoti, si alzò da tavola e corse in camera sua. Si buttò sul letto e scoppiò in singhiozzi.
Amava tanto sua nonna. Fin da bambina aveva sentito in lei una vitalità di solito estranea alle persone di quell’età.
Da lei aveva appreso a essere forte, a non lasciarsi intimidire dalle compagne più prepotenti, a non giudicare, a rispettare ogni diversità.
Ora capiva che doveva aver avuto dei motivi veramente seri per non essere partita.
Aveva intuito, dai discorsi che ultimamente le faceva sua nonna, che qualcosa era cambiato in lei. Quando erano andati a trovarla, a Pasqua, le era anche sembrato che fosse mutato il suo approccio con gli altri famigliari: l’aveva osservata mentre ascoltava le recriminazioni ora dell’uno ora dell’altro, le lamentele per il lavoro, per il carovita, per le vacanze saltate, per la disubbidienza dei rispettivi figli. Sembrava che non li udisse veramente, come fosse assorta in altri pensieri. Rispondeva con cenni del capo, brevi commenti, sorrisi di comprensione. Ma soprattutto taceva.

«Mi hanno stancata tutti», prese a dire, come se ci fosse qualcuno ad ascoltarla. E intanto chiudeva la valigia, e controllava ancora una volta che il biglietto aereo fosse nella borsetta, e fermava le persiane.
«Mi ha stancata lui, con i suoi ridicoli tradimenti, con il suo paternalismo, con le sue recriminazioni. Te ne ho date, di cose, in questi cinquant’anni, mi ha detto ieri. Mi hanno stancato i figli, e i nipoti, egoisti, opportunisti, capaci solo di arrivare qui in massa, per le feste, e solamente perché in città i divertimenti non mancano. Mai a chiedermi mamma, hai bisogno. O a dirmi: nonna, ti voglio bene. Ma tutti: fai, devi, dammi. So bene che è stata Luciana a organizzare la festa. Per ammansirmi, sperando che io dica sì, te li do io i soldi per il negozio che vuoi aprire. Ma io, queste nozze d’oro, non le festeggerò. Che sono d’oro matto, queste nozze.»
Prima di lasciare la casa, le cadde lo sguardo sulla foto che ritraeva lei e Milena. Un groppo le strinse la gola. Milena, che era diversa da tutti loro.

Il caffé gli bruciò il palato. Imprecò fra i denti, e sbatté la tazzina sul banco. Il cameriere lo guardò sollevando le sopracciglia, poi riprese ad asciugare i bicchieri. Cazzo hai da guardare, ringhiò Umberto in silenzio. Almeno arrivassero presto, pensò. Che lo sappiano subito che la madre non vuole più né me, né loro.
La rabbia gli premeva dietro le costole, e spingeva per uscire e lacerargli la carne.
Dopo cinquant’anni sua moglie gli ha aveva detto: ti lascio. Così, di punto in bianco, ti lascio, gli aveva detto, poi se n’era andata in camera, chiudendosi la porta alle spalle. Dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei. Pensò alle donne che aveva lasciato, per lei. Avventure, ma anche storie importanti. Pensò ai figli che le aveva permesso di avere, per quella sua stupida voglia di maternità. Fosse stato per lui, uno sarebbe stato più che sufficiente. Solo un fastidio, i figli. Pensò alle ore di straordinario, fatte per racimolare qualche soldo in più, per la casa, e le vacanze, e gli studi dei figli. Ti lascio, gli aveva detto.
«Chissà cosa farà, adesso, senza di me. Ho fatto sempre tutto io, in cinquant’anni», masticò fra i denti, dirigendosi in bagno.
Lo specchio sopra il lavandino gli rimandò l’immagine consumata di un viso grigio di stanchezza. Gli salì un tremito, dentro, e la rabbia lo abbandonò di colpo, lasciandogli un buco fra il cuore e la pancia. Un vecchio cane abbandonato, gli venne da pensare.
Poi scoppiò a piangere, con dei singhiozzi raschianti, che si annodavano in gola.

Il tassista sistemò le valige nel bagagliaio, poi chiese dove dovesse portarla.
Lei non rispose. Se ne stava assorta, e fu riportata alla realtà dalla voce che per la terza volta le chiedeva, stavolta perentoriamente: « Allora dove la porto, signora?»
«All’aeroporto”, rispose.
Mentre il taxi procedeva lentamente sulla strada intasata dal traffico, ebbe modo di riflettere, ripercorse molte delle tappe principali della sua vita di moglie, di madre, di nonna.
Scosse la testa come per scrollarsi da un insetto invisibile. Forse non era necessario andarsene, sarebbe stato troppo doloroso anche per lei, pensò. La raggiunse una consapevolezza mai avuta prima: avrebbe dovuto chiarire a tutti che non era più disponibile a richieste che non tenessero conto delle sue esigenze. Sapeva che le cose non sarebbero radicalmente cambiate, ma avrebbe parlato, oh sì, che avrebbe parlato!
Toccò la spalla del tassista:
«Scusi, non all’aeroporto, mi porti in stazione», disse
Promise a se stessa che non avrebbe più permesso a nessuno di disporre del suo tempo e che avrebbe preteso rispetto per ogni sua scelta. Da tutti. A cominciare da Umberto. Ci aveva tentato, in passato, ma poi si era arresa. Questa volta, però, sapeva di avere una grande determinazione.
Il biglietto aereo l’avrebbe conservato, per ricordarle la sua decisione. Non sarebbero stati soldi buttati. In fondo stava comunque intraprendendo un viaggio: verso una libertà ottenuta non con rivoluzione, ma con la riflessione.

Alla stazione, ad aspettarla, c’erano Umberto e Milena. Lui non le disse niente: si avvicinò e le fece una carezza sulla guancia. Lei lo guardò negli occhi, poi accolse fra le braccia Milena e sorrise.
Più tardi le avrebbe parlato. Ma sapeva che avrebbe avuto in lei un’ alleata formidabile.

A 4 mani, 10° racconto: Take away

L’odore di fritto stagnava nell’aria. Chen si scostò una ciocca di capelli dagli occhi e lo vide. Era la seconda volta che il ragazzo veniva al take away. Ordinò lo stesso menu del giorno prima: il numero sei. Dopo aver passato l’ordine in cucina Chen lo studiò con calma. Alto, biondo. Bellissimo.
La voce del cuoco che le annunciava il sei nel passavivande, la riscosse.
Gli consegnò il contenitore e lo guardò, esitante. Lui ammiccò disinvolto. Chen distese le labbra in un sorriso compiaciuto.
Portò di nuovo la mano ai capelli, stavolta nel gesto della donna che sente su di sé uno sguardo ammirato. Lo seguì con gli occhi, oltre la vetrata appannata dal vapore.
Quando lui sparì osservò la propria immagine riflessa, appena distorta. Si trovò carina, molto più del solito.
Voltandosi notò il cuoco affacciato al passavivande che la fissava. Seccata, gli fece una
smorfia.
Wang, il cuoco, era il suo fidanzato. Provenivano dallo stesso villaggio e gli era stata promessa fin da bambina. Lui era partito per l’Italia cinque anni prima e lei lo aveva raggiunto da poco, accettando la scelta della sua famiglia, nel rispetto della tradizione. Ora, nell’attesa che la comunità cinese celebrasse le loro nozze, si trovava alle prese con uno sconosciuto, in un paese straniero di cui non parlava la lingua.
Aveva però fatto in tempo a guardarsi intorno e ad apprezzare le differenze.
E quando il ragazzo tornò la sera dopo, con una maglietta dello stesso azzurro dei suoi occhi, cominciò a sognare la libertà che non aveva mai avuto.
Chiese ancora il numero sei. Chen sorrise, con la bocca, con gli occhi allungati, con ogni poro della sua pelle ambrata e passò l’ordine. Wang eseguì, poi rimase affacciato a osservare, un mestolo in mano.
Chen si sentì trafiggere le spalle dalle sue occhiate, ma continuò a ignorarlo, concentrata sul suo idolo.
Restò assorta e sognante per qualche secondo. Poi prese il contenitore dalle mani unte di Wang e lo porse a Occhiblu che, col suo atteggiamento, pareva provocare il cuoco sfacciatamente.
Fu percorsa da un palpito di grata intesa: sembrava pronto a infischiarsene di Wang e delle convenzioni sociali, proprio come lei.


Le strizzò l’occhio mentre pagava e uscì, portando con sé le sue speranze di una vita diversa.
In occidente erano le ragazze a decidere dei propri sentimenti. E, nonostante il cuoco avesse un aspetto gradevole, Chen preferiva Occhiblu e la libertà.


L’indomani l’attesa le parve interminabile. Anche Wang era più nervoso del solito, come se qualcosa lo tormentasse. Chen oscillava fra l’irritazione e la pena nei suoi confronti. In fondo anche lui era stato costretto a quel fidanzamento. Ma tutti i suoi crucci svanirono quando Occhiblù fece la sua apparizione, preceduto da un intenso aroma di dopobarba.
Aveva un sorriso esitante, studiò la lista come se fosse incerto fra i vari menu.
“Il solito” disse infine, con decisione.
Appena Chen passò l’ordinazione, Wang si affacciò dal passavivande e i suoi occhi brillarono di consapevolezza.
La ragazza pensò che avrebbe scoraggiato il suo corteggiatore ma questi sfoggiò un sorriso ancora più ampio. Drizzò le spalle, mettendo in mostra un fisico da atleta.
Era evidente che non intendeva lasciarsi intimidire. Chen, rassicurata, seguì con la mano i contorni del biglietto che aveva in tasca. Non sapeva scrivere in italiano ma lui non avrebbe potuto equivocare il significato del cuore che vi aveva disegnato.
Wang le passò il contenitore e poggiò i gomiti sul bordo della finestrella, fissando il rivale.
Chen ne approfittò per infilare il biglietto nella scatola. La porse al ragazzo con trepidazione, come se gli consegnasse il suo, di cuore, oltre a quello disegnato.
Passò la notte a chiedersi se il messaggio avrebbe raggiunto lo scopo. Gli sguardi di Occhiblu erano inequivocabili ma un approccio esplicito, in presenza dell’incombente Wang, era difficile.
La sua sottile inquietudine durò poche ore.
Occhiblu arrivò verso sera. Appariva turbato, in preda a un’emozione intensa che lo rendeva ancora più attraente.
Guardò entrambi, chiaramente imbarazzato di fronte a Wang. Ma la certezza di essere ricambiato gli conferì coraggio.
“Un numero sei…E.. a che ora chiudete, di solito?” Arrossì, conscio dell’esile scusa. “Per regolarmi.. se a volte avessi necessità di ordinare la sera tardi..”.
Chen avrebbe voluto baciarlo, dalla felicità: aveva trovato il modo per darle un appuntamento.
“Alle undici”, rispose Wang, precedendola.
I due uomini si fronteggiarono, in silenzio.
Quando il contenitore arrivò, Chen lo passò a Occhiblu e stavolta ricambiò l’occhiolino, a conferma dell’intesa.
Alle undici meno dieci la saracinesca fu abbassata. Chen si cambiò e si piazzò davanti allo specchio, per sistemarsi i capelli.
“Ho da fare, stasera.” Wang era sulla porta, col grembiule in mano. “Chiudi tu, per favore.”
Si sbirciò anche lui nello specchio, gettò il grembiule su una sedia e uscì in fretta, scivolando sotto la saracinesca.
Chen fece spallucce: meglio così, non avrebbe corso il rischio d’essere scoperta. Sicuramente il ragazzo la stava aspettando dietro l’angolo, per non dare nell’occhio.
Era pronta. I lunghi capelli sciolti, liberati dall’obbligatoria cuffietta, formavano un sensuale contrasto col verde giada del vestito aderente.
Sicura del suo fascino, uscì nella notte e ne respirò l’odore puro. Si avviò verso il vicolo, all’angolo dell’isolato.
Udì delle voci e rallentò, affacciandosi con circospezione.
Sospirò di sollievo, nel riconoscere l’alta figura di Occhiblu. Era venuto: stavolta il suo take away sarebbe stata lei.
Il ragazzo era di spalle e parlava piano con qualcuno nascosto dall’ombra del muro. Una mano si protese, come dal nulla, ad accarezzargli il volto. Occhiblu la strinse.
Wang uscì dall’ombra e lo cinse alla vita. Lui fece altrettanto e Chen li vide incamminarsi lungo il vicolo, allacciati.
L’unica cosa che riuscì a pensare fu che Wang era senz’altro più motivato di lei a non rispettare le tradizioni familiari.

ma socrate diceva “dir loro” o “dirgli”?

La mia cultura è piena di lacune.
Dovrei rileggere Tolstoj, le poesie di Rimbaud, a volte mi rimetto a studiare l’inglese che sapevo parlare e che ora ho quasi rimosso.I bimbi delle elementari lo sanno meglio di me.
Ho da leggere Cortazar, che mi hanno regalato e che so che devo leggere.
Invece di leggere noir e gialli dovrei ripassare la storia contemporanea, imparata troppo in fretta in università.
E Gramsci, stessa storia. E, e, e…
Ora comunque sto rileggendo Pasolini: mi serve per una cosa che devo scrivere entro febbraio. Un dramma teatrale (e quindi vorrei almeno rileggere la Poetica di Aristotele e alcuni drammi moderni…).
Stop, mi fermo.
Siamo in tanti ad avere un lungo, sterminato elenco di cose da studiare (non dico leggere, dico studiare).
Ho una cultura piena di lacune, dicevo, e non va bene, specie se si ha l’ambizione di stupire, scrivendo (se scrivo di un ippocastano, è bene che mi informi e che lo veda, ma per davvero e non tramite google).
E non mi consolo certo nel sapere che altri son messi come me: vorrebbero leggere tre, quattro libri a settimana, ne leggono (ne leggo, manoscritti compresi) quattro (in ferie no, raddoppio).
Discorso molto tortuoso quello della cultura.
Sicuramente Calvino ne aveva più di Fenoglio, questione di tempo: uno lavorava da mattino a sera tra libri e intellettuali l’altro no, sgobbava anche.
A mio avviso Calvino scrive molto meglio di Fenoglio. Sa dosare aggettivi e avverbi, ha talento, da ogni sua pagina (come da ogni pagina di Fitzgerald Scott) si può imparare qualcosa.
Fenoglio però ha saputo trasmettere più emozioni (credo). (Dico credo perché le emozioni che arrivano a me non sono certo il vangelo, anzi).
Torno a chi di cultura ne ha più di me.
Faccio alcuni nomi, ora.
Anfiosso.
Zena (Colfavoredellenebbie).
Stefania Mola.
A parte Stefania, che vedo una volta all’anno, fortuna che esistono – io mi dico sempre – persone come Anfiosso e come Zena perché stando con loro si impara.
E non ti dicono che “hanno cultura”.
Ecco, ricordo Anfiosso una sera della scorsa estate a Torino.
Gli dico. Per me il racconto più bello che ho letto è Il pescatore e la sua anima di Wilde.
Cavolo: non l’aveva letto.
Ricordo molto bene le sue parole. Disse: Quante cose devo leggere…
E Anfiosso – lo sa chi lo ha conosciuto (e chi non lo ha conosciuto si vada a leggere il suo blog) – legge e studia e studia e legge e se un giorno scriverà sarà qualcosa che resterà: nel tempo.
M’è successo, e m’è successo spesso, invece, di sentire da persone che hanno più o meno le mie conoscenze culturali delle critiche rivolte a chi non sa.
Quello è un ignorante. Quello non sa scrivere. Quello qui e questo qui.
Occhio, che prima o poi si inciampa.
Mesi fa beccai un erroraccio su un blog di un/una blogger che se la tira.
(Un errore succede a tutti).
Un anno fa sul blog di un editor che se la tira.
Uno che ogni tanto dice che gli scrittori non sanno scrivere in italiano.
(Poi ci son quelli che dicono che i giornalisti non sanno scrivere in italiano: provino loro a scrivere magari di corsa, alle dieci di sera, e con la vescica che è piena ma che piena deve restare altrimenti in tipografia urlano).
Occhio, quindi, che la scrittura nasconde varianti.
Se Fenoglio scriveva che la sua miglior pagina “usciva” dopo decine di penosi rifacimenti, non pensate che forse la causa poteva essere anche la stanchezza?
Un blogger o uno scrittore che ha tempo a disposizione ha più tempo per correggere, migliorare la sintassi, evitare svarioni.
Chi va di corsa è invece più soggetto a scivoloni.
Io comunque tante cose le ho imparate da gente che non legge nemmeno uno libro all’anno.
Mio padre per esempio.
Nemmeno i miei, legge, il mio vecchio: e non sa che un paio di storie che lui mi ha raccontato son diventate pagine di libri.

Altra nota autobiografica.
Da ragazzo uscivo poco e leggevo non tanto: tantissimo.
E di tutto. Libri, giornali, qualche fumetto (pochi).
Quando a vent’anni andai in fabbrica avevo un bagaglio di libri letti più pieno, rispetto ad altri ragazzi della mia età che, con tanto di diploma, lavoravano con me.
Quando decisi di andarmene lo feci anche perché quei sette anni di fabbrica mi avevano culturalmente (?) impoverito.
Parlavo semplice, troppo.
Parlo ancora semplice, comunque. Ma oggi ho il tempo di riempire quaderni e quadernetti di cose che imparo. E che non bastano mai. Perché nessuno diventa abbastanza imparato, diceva Socrate.
E comunque. Se due miei ex compagni di fabbrica volessero partecipare ai racconti a 4 mani direi loro che… non è opportuno.
Poca cultura avete, direi loro.
Ma è giusto – anche – scrivere “Poca cultura avete, gli direi”… no?
Come avrebbe scritto Socrate?
E se questi due ex compagni di fabbrica mi dicessero che per loro l’ultimo racconto postato è troppo difficile, cosa risponderei?
Che devono smetterla di farsi rimbambire dai giornali sportivi e dalla tv. E che leggere comporta anche il cercare di capire.
Mondi diversi e lontani, spesso.

A 4 mani, 9° racconto: Antiferesi*

Le piastrelle a terra sono fresche mentre il caffè riscalda la tazzina. Barbara si accorge che lo zucchero di canna non basta a vincere l’amaro, scosta il piattino e si veste.
Il sacchetto dello zucchero raffinato troneggia sugli scaffali del supermercato, come un piccolo buddha bianco. Sarà lui l’oggetto del dissidio che porterà alla dissoluzione, sembra saperlo già, a vedere dal modo con il quale si sfalda e scende a cascata nel contenitore di casa, grano dopo grano.
O forse no, forse nessun calcolo può prevedere se un comune accordo rimarrà tale o se si dividerà all’infinito senza tregua.
“Siamo la misura di tutte le cose”, si ripeteva come un mantra, uno dei tanti, Alfredo. Vecchie reminescenze filosofiche del liceo: con “uomo” Protagora intese il singolo individuo e con “cose” gli oggetti percepiti attraverso i sensi. Quindi, pensava Alfredo, anche gli altri individui. Anche Barbara, con la quale aveva tanto condiviso, diventava “cosa” con cui misurarsi e di cui egli stesso diventava misura. Nel misurare non c’è giudizio ma solo constatazione: due cose comparate misurano uguale o hanno lunghezze diverse. “Ognuno sia conforme a sé”: un altro mantra, quello della sospensione del giudizio. Che lo zucchero preferito, raffinato e non più di canna, possa davvero costituire lo scarto? Questo insignificante dettaglio dell’esistenza, del ménage quotidiano, può davvero diventare il pretesto delle differenze che separano, delle “differenze negative”, come le aveva battezzate Alfredo? Poteva questa differenza di misura aprire un baratro tanto profondo? Ad Alfredo sembrava inverosimile. Sarebbe stato come cancellare di colpo tutti gli eventi e le cose che invece erano state misurate con ugual metro, con analogo criterio. No, era una sciocchezza. Ci rise sopra.

– Perché ridi?
– Pensavo a quando usavo le zollette, prima di incontrarti e di come tu mi avessi convinto all’etica del consumo equo solidale e contro il processo inquinante della raffinazione.
– E adesso?
– “E adesso” e adesso lo usi tu.
– Se sei ancora convinto, non devi per forza adeguarti a me. Si vede che sto invecchiando: quello di canna lo trovo insufficiente per zuccherare…

Barbara si alza ma il suo sguardo è scostante, non ha voglia di nulla, le sembra che una folla esanime di decimali la stia rincorrendo, come a cercare il valore esatto di una soluzione irrazionale.

– La coerenza non è mai stato il tuo forte – (azzarda Alfredo)
– Credi? Credi che la coerenza sia di questo mondo?
– Forse è il caffè che non va bene, potresti cambiare marca.
– Ci ho pensato, ma non credo… comunque adesso sei tu che potresti spiegare a me, se ti va, perché con il caldo che fa chiudi tutte le tapparelle, mi sembra assurdo, manca l’aria.
– Aria calda, apri la finestra ed entra aria calda, la casa è tutta al sole di giorno, se la tieni chiusa almeno resta fresca.
– Sì ma allora di notte apriamole queste tapparelle.
– Apriamo le finestre, ti va? Solo le finestre, mi sembra un buon compromesso, con le tapparelle abbassate altrimenti le zanzare mi uccidono.
– Mordono solo te… facciamo così: mi metto sul divano, porta chiusa, al buio, finestre spalancate.

Alfredo in un istante si rende conto o forse solo inizia a presagire, che gli eventi stiano barcollando, come prima di un salto o appena subito dopo, quando si atterra. Con l’esito di rimanere stabili o perdere la strada. Quanto può dire di conoscere Barbara? Quanto possiamo dire di conoscere in generale chi abbiamo intorno? Alfredo ricordava stupito di quando il padre raccontò anni addietro alla madre – una vita trascorsa insieme, come usava nelle generazioni precedenti – di essersi fatto fare l’unica volta la barba in vita sua dal barbiere solo in occasione del loro matrimonio. E di come la madre rimase del tutto sbalordita di fronte all’aneddoto raccontato in vecchiaia da quell’uomo, che poteva dire di conoscere come il maggiore dei suoi figli. Un aneddoto insignificante, un dettaglio per un osservatore esterno, con l’occhio non abituato alla grana fine della misura più intima e prossima di coloro che abbiamo attorno e a cui vogliamo bene; un dettaglio però di quelli che rivelano molto di una persona abitudinaria come il padre.
E adesso? Adesso si trovava di fronte a questa inattesa estraneità, a questa nuova mancanza di comune misura con Barbara: quello che è sembrato essere per molto tempo il loro massimo comun denominatore era divenuto, per un’alchimia ancora tutta da comprendere – ma l’avrebbero mai compresa? – un numero diverso, dissonante, la cui frequenza, le cui armoniche erano ancora una volta non divisibili secondo un metro comune. Non coincidevano, generando una musica sghemba, scoordinata, della quale sorridere con imbarazzo.
Quell’imbarazzo che rimase sulla faccia di Alfredo quando guardò con affetto una Barbara lontana, immersa nel suo caffè addolcito dallo zucchero bianco.


*Il termine “antiferesi”deriva dal verbo “anthuphaineô”, utilizzato da Euclide negli “Elementi” (libro VII, proposizione 1). La parola è composta da “huphaireô”, che in questo caso significa “sottrarre un po’ per volta”, e dal prefisso “anti-”, cui oggi siamo soliti dare un senso di opposizione tra due cose, ma che può anche indicare, in modo più neutro, l’idea di due cose che stanno una di fronte all’altra, che si corrispondono. L’antiferesi, quindi, è una “sottrazione reciproca”. Si tratta, originariamente, di un metodo sistematico dato da Euclide per trovare il massimo comun denominatore tra due numeri.
[…]
È quantomeno curioso il fatto che Euclide, pur evocando esplicitamente questo metodo come un mezzo possibile per determinare se due grandezze “a” e “b” sono commensurabili o meno, non lo utilizzi mai in una dimostrazione di incommensurabilità.

(da Benoît Rittaud “La favolosa storia della radice quadrata di due”, pag. 272 e 275)

A 4 mani, 8° racconto: Strategie di mercato

Speriamo almeno mi capiti la dottoressa, che tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su, che ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante. Che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, è naturale che io possa… ma chiedere un test di gravidanza significa ammettere di avere un dubbio.
Ma che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura, sono stata attenta, non devo preoccuparmi.
Adesso respiro e mi calmo.
Invece no! Non mi calmo per nulla! Io non dovrei essere qui. Io dovrei essere in ufficio, a preparare il breafing per la discussione delle nuove strategie di marketing.
Ho gli ultimi dati da verificare e la presentazione da sistemare; il Consiglio di Amministrazione si aspetta di avere dati certi, ordinati e precisi.
Ordine e metodo. Non sarei arrivata a questo livello alla mia età se non avessi pianificato ogni singolo passo della mia carriera, della mia vita.
Così funziona: niente distrazioni, niente tempo perso in chiacchiere inutili e in sogni a occhi aperti. La vita va vissuta con idee concrete, occhi fissi sugli obiettivi e testa bassa.
Io alle prese con pannolini e biberon?
Ma andiamo, è ridicolo! Ho quarant’anni, le mie abitudini, le mie esigenze: otto ore di sonno e la colazione dopo almeno mezz’ora di yoga. Pensa alle notti in bianco… No, non posso, non ci riuscirei mai.
Dio mi manca l’aria. Ma quanto ci mette ancora?
E poi con Fabrizio nemmeno ne abbiamo mai parlato. Stiamo insieme da quanto? un anno, e ancora ci riesce difficile organizzare un fine settimana, figuriamoci gestire una gravidanza improvvisa.
Non lo so come si alleva un figlio. Io so organizzare una campagna pubblicitaria, so convincere le persone a scegliere ciò che io gli propongo lasciandogli credere di aver deciso autonomamente…
Però, guarda quella pubblicità: quel bambino dolce e sorridente con le manine paffute e quel bel visetto: fa venire voglia di prenderlo in braccio. Oddio, ma cosa sto pensando? Deve essere il caldo.
Io con il pancione e i piedi gonfi. Impensabile.
Oh finalmente il mio turno.

***
Stasera glielo dirò Sono stanco di fingere, non ce la faccio più. Lei nemmeno se ne sarà accorta dei miei silenzi, dei miei sguardi, così presa dai suoi impegni e dalle sue riunioni. Sono stanco di passare le sere ad aspettare che lei si liberi e poi mi spedisca a casa perché deve dormire le sue otto ore senza seccature. Ma lei queste cose non le sa: è un anno che stiamo insieme e quando mai ne abbiamo parlato? Ora che ci penso, quando abbiamo mai parlato davvero lei ed io?
Io voglio una casa, una famiglia e dei bambini. E voglio una donna che mi ami e che non pensi solo al lavoro. Ora lo so: voglio Michela e i bambini che avremo insieme.
Un figlio… Sarei disposto a cambiare lavoro, se necessario, per occuparmi di lui, Voglio essere un padre presente e non come tanti che non ci sono mai e poi sanno nemmeno chi hanno allevato.
Dio! Mi sento spaventato e euforico nello stesso tempo.
Stasera le dirò tutto, anche non sarà facile. Spero solo che mi capisca. O che si sforzi di farlo.
Ora la chiamo e le dico che dobbiamo parlare.
***

Il test è negativo. Niente pancione, nausee e via dicendo.
Mi stavo quasi abituando all’idea, forse è pure bello avere un bambino che ti guarda con quegli occhioni come nella pubblicità e ti sorride. Un pupattolo con cui giocare… Sì insomma, quei dieci minuti prima di andare a letto. Che lui vada a letto.
Magari ne potremmo parlare con Fabrizio. Iniziare il discorso. In fin dei conti alla nostra età non c’è molto tempo da perdere, bisogna pianificare.
Glielo dirò chiaro: Caro Fabrizio, se vuoi un bambino, ti devi impegnare anche tu. Sono finiti i tempi in cui pensava a tutto la donna e l’uomo a malapena sapeva che il bambino aveva un sederino. Ora l’uomo fa le stesse cose della donna, può prendersi il congedo per paternità e stare a casa. Io ho un lavoro di responsabilità e non posso mollare: arriverebbe subito una, senza figli, a farmi le scarpe. Quindi, se vuoi un bambino, devi occupartene tu. Così gli dirò. Questa è la strategia giusta.
E adesso, che vestito mi metto per stasera?

***

“Ecco, ti ho detto tutto. Per fortuna il test è risultato negativo. Meglio così, no? Un bambino crea disordine e scompiglia la mente. Io sono sempre così precisa e puntuale, non posso permettermi contrattempi. Immagino che anche tu sia sollevato. Non credo che tu voglia un figlio”.
“No, ti sbagli. È un po’ che ci penso e ho capito che, invece, io lo voglio un figlio; per lui sono anche disposto a stare a casa fino a che non andrà al nido”.
“Mi sorprendi…”
“Ti ho chiamato per parlarti di questo. Per dirti che io mi sento pronto a creare una famiglia, diventare padre”.
“Io non so se…”
“L’ho sempre desiderato. Sono per la famiglia tradizionale, per i figli e per costruire un futuro di coppia, ho provato diverse volte a dirtelo…”.
“Mah, forse non stavo ascoltando… avrò avuto altro per la testa. Comunque, se ci tieni tanto posso valutare la proposta, ma è bene mettere in chiaro da subito che se vuoi in bambino ti devi impeg…”.
“Mi sono già impegnato. Ho conosciuto Michela qualche mese fa, lo so che è pazzesco, ma lei mi ascolta mentre parlo e condivide con me più di un week end e qualche ora tra una riunione e l’altra. Vogliamo le stesse cose. Ci sposeremo tra un paio di mesi, giusto il tempo di organizzare. Altrimenti non entrerà nel vestito… Spero che tu capisca, Simona”.
“Ah, hai già programmato tutto. Quindi, tu lasci me?… Questo mi dice che con te ho sbagliato tattica. Vuol dire che devo affinare la ricerca. Farò uno studio completo delle possibilità: stavolta studierò il target giusto. Rivedrò le mie strategie e in un attimo, zac! Sarò di nuovo in coppia, e stavolta, andrà tutto bene. Non faccio mai due volte lo stesso errore”.

A 4 mani, 7° racconto: Anni sereni

È un pomeriggio di novembre, nebbioso e reumatico. Nel silenzioso soggiorno della vetusta casa di riposo “Anni sereni” di Burgonzio, gli anziani ospiti consumano la merenda. Improvvisamente, dall’esterno, provengono voci concitate.
“Stia attenta, mi fa cadere!” “Maman, l’assistente sa fare il suo lavoro” “Non è vero. E con l’osteoporosi, se cado, mi frantumo come un vaso Ming!” “Maman, casomai ti incolliamo e ritorni nuova”.
La porta si spalanca ed entrano un giovane uomo e un’anziana donna che si regge a un bastone e a un’assistente. La direttrice la riceve sorridendo: “Benvenuta, signora Reverchon!”
“Contessa Maria Lodovica Adelaide Reverchon, vedova del conte Pier Camillo Gustavo Avogadro, ma può chiamarmi signora Maria Lodovica o contessa Avogadro. Vorrei riposare, sono provata! Ordini alla cameriera di portare dentro i miei bagagli; voglio distendermi”
“Maman, non è una cameriera ma un’assistente specializzata!” “Dodo, quante storie. Assistente, cameriera, cosa cambia? È sempre al mio servizio!”
L’uomo scuote la testa e si congeda, con il rimorso per non aver spiegato alla madre le loro difficoltose condizioni economiche. La donna, aiutata dalla direttrice, si ritira per riposare.

Era di venerdì pomeriggio. Guardo dalla finestra, c’è la merla che viene sempre nel cortile a sbecchettare il resto del pane che ci butto. Apro quando non ci sono le assistenti altrimenti mi sgridano che entra il freddo e si prende qualcosa poi faccio cadere dal fazzoletto le briciole. Finché ci riesco, perché con la sedia a rotelle c’è un po’ da tribolare.
L’è rivata, la signora. Tutti, anche quei che con la testa sono più di là che di qua, hanno avuto come un scosòn. E come la gridava, oh si si.
Mica sono una signora, me. La mia casa è la cascina giù a Contrazzano subito dopo la riseria, ma oramai, vuota. Mi chiamo Ranghino Luigia, di anni ottantatrè. Da ragazza ero una mondariso, poi hanno aperto la fabbrica e facevo l’operaia. Mi manca, la mia casa. È che sono caduta e si è rotto qua, operazione ospedale e tutto, ma l’osso non si è ‘tacato bene. E dopo i figli per carità ognuno ha le sue cose da fare e insomma si sono messi d’accordo e io pazienza. O si spaccava tutte le porte che non ci passo e poi se ti succede qualcosa mamma? Cosa fai là tutta sola? E allora mi hanno portato alla casa di riposo “Anni sereni”, in mezzo alle risaie come a Contrazzano, freddo uguale umido uguale, e in più si paga. Adesso mi metto dietro a guardare cosa fa la signora, c’è tanto di quel tempo da far passare. Qua si aspetta solo che di morire, certe volte si sente l’assistente che dice è il diciannove, avvisa i parenti e il giorno dopo si libera il letto, bon.
E io allora guardo fuori, poi magari ci chiedo cosa c’è di cena, che di fame ne ho sempre.

”Ce la faccio da sola, ho detto! Aspetto mio figlio, ha promesso di portare i ragazzi.”

Maria Lodovica si trascina fino al divano, accanto alla sedia a rotelle su cui russa placida la Lugia. “Fortunata lei, che riesce a dormire, io non chiudo occhio! Il materasso è rigido, il cuscino è alto e i reumatismi mi fanno soffrire!” La signora Luigia, a tutte quelle grida, apre un occhio e la sbircia.
“Meno male che starò qui pochi giorni. Mio figlio Edoardo ha prenotato nella residenza esclusiva “L’eldorado”. Quello è il mio posto! Io sono una contessa, cosa faccio in questo edificio ammuffito sperduto tra le risaie? Voi siete vecchi rimbambiti e aspettate la vostra ora. Io sono in ottima forma e potrei dedicarmi alle mie attività, se avessi i miei spazi.
Mio marito, il conte buonanima, viaggiava e io restavo a casa con il bambino e i domestici. Dipingevo, ricamavo e suonavo il pianoforte. So fare ancora tutto benissimo!”
Si volta a guardare la signora Luigia, che la fissa immobile.
“Spero che mio figlio arrivi presto. Da mesi non vedo i miei nipoti. Studiano in collegio e poi svolgono molte attività: equitazione, tennis, pianoforte. Sono impegnatissimi e non hanno mai un minuto libero. Non come quei ragazzini che passano la giornata davanti al televisore!”

La porta d’ingresso si spalanca ed entra un uomo distinto, allampanato e abbronzato, che cammina appoggiandosi a un bastone da passeggio.
Maria Lodovica e la Luigia si scambiano un’occhiata e fissano il nuovo ospite, curiose e interessate.
Nel soggiorno piomba un silenzio indagatore e numerosi occhi si accendono di stupore.

E la parla semper. Son sicura che se mi viene da rispondere non mi ‘scolta, e allora sto zitta e penso. Sono abituata a far silenzio. C’è un solettino, si sta meglio di ieri. Mi ricordo la mattina che prendevo su la bice* e andavo a lavorare. C’è la vita nei fossi, se ascolti. Me lo diceva sempre mio marito che nella testa ho qualcosa che gira diverso. Mi son sempre piaciute le bestie. Avevo gatti cani, alla mia casa. E le rane, ma te le hai viste che belle le rane? Mio zio faceva l’acquaiolo: girava con la vanga a fare gli argini per allagare le risaie. Mi piaceva tanto vedere l’acqua che svoltava di qua e di là, lui la comandava.
Poi ha fatto silenzio anche lei.
C’è entrato un signore, dritto ‘me un bachet. Ah distinto, sisi, un po’ maròn, come quei che vanno a prendere il sole apposta. Un forestiero di sicuro.

Il distinto signore prima si guarda intorno e poi si dirige, tra sguardi muti, verso Maria Lodovica e la Luigia: “Permettete, gentili signore? Sono la morte, vengo a prendervi. Vi accompagno? Ho giusto due posti liberi.”

“Oh, finalmente! L’eldorado l’ha mandata a prendermi! Lo dicevo che sarei rimasta qui per poco.” esclamò Maria Lodovica. “Un minuto, faccio preparare i bagagli. Però, signor Lamorte, stia attento ad accompagnarmi all’automobile. Ho l’osteoporosi e, se cado, mi frantumo come un vaso Ming!”

L’ho ‘vardat. È alto e ha gli occhi di piccione. Sul momento non so, mica siamo pronti a dire sì no e poi. Fuori comincia a calare la nebbia, qualcuno tossisce. Di vedere passare i giorni dietro al vetro non sono capace e poi adesso non devo più badare a nessuno. Ci ho detto: “Andiamo”.

* termine dialettale usato nel vercellese, la femminilizzazione di bici.

A 4 mani, 6° racconto: Il tempo necessario

Gli sembra di sentire il profumo dei fiori. Li ha sistemati poco prima, nel vaso accanto alla fotografia. Ha reciso i gambi con un taglio obliquo, come lei gli ha insegnato. Ci stanno bene le gerbere vicino al suo vestito di margherite, al sorriso beato e i capelli spettinati. E ogni tanto sembra che profumino. Allora si toglie la mascherina e si avvicina ad annusarli: no, le gerbere non sanno di niente. Perfette e di plastica.
Sua madre non ricordava nemmeno dove fu scattata. Forse in Corsica o forse in Sardegna. L’aveva raccontata mille volte, quella storia. “Tuo padre non amava il mare, diceva che il mare gli aveva portato via i suoi fratelli, nella guerra. Non sporgerti troppo, diceva, è infido. Io, invece, lo adoravo. Soprattutto nelle giornate di vento. O quando si incupiva, in autunno. Mi portavo dietro un rotolo di spago, ci legavo una pietra e la buttavo fra le onde, tenendo stretto l’altro capo. Ci parlavo, io, al mare. C’è anche qui. Non lo vedi, ma c’è”.

Aveva rovistato per anni tra i suoi ricordi per trovarne uno in cui sua madre lo abbracciasse. Ecco, forse, in posa su qualche fotografia. Calzoncini corti, la cartella lustra del primo giorno delle elementari. Lo sguardo che scruta l’obbiettivo, per capire su chi è puntato. Quello di sua madre, sicura di essere al centro. Sulle spalle il braccio di lei, come un segno sghembo di parentesi.

Il tanfo dell’altra stanza gli entra nelle narici come un lombrico che si fa strada nel fango, si mischia a un sapore dolciastro in fondo alla gola. A stento riesce a trattenere un conato.
Si rimette la mascherina, prima di girare la chiave. La leggera corrente che entra dalla porta fa rotolare sul pavimento i gusci di plastica dei deodoranti che finiscono sotto gli spettri dei mobili. Sulle pareti si è asciugata anche l’ultima mano di vernice, ma l’odore di sua madre non se ne va. È sotto l’intonaco, dentro i mattoni. Rimasto, negli anni, come un’impronta del corpo.

Sul bordo del letto quel giorno era seduta sua madre. “Mi son fatta male inciampando sul rastrello”, gli spiegava. “Ma guarda te se mi doveva capitare proprio oggi che arrivavi tu. Quest’anno però faccio solo la marmellata di albicocche, tanto le altre tu non le mangi mai”. Lui si era stretto nelle spalle, con l’occhio in fuga verso la finestra e il pensiero nella valigia piena di vasetti.
Sua madre voleva parlare solo del prezzo delle albicocche salito alle stelle, per colpa di quell’estate balorda. Che si era fatta male gli era tornato in mente la mattina dopo, in cucina, quando lei gli aveva chiesto di sistemare i vasetti sulle mensole dello sgabuzzino. Nella fretta di ripartire, ne aveva fatto cadere uno e mentre raccoglieva quella poltiglia luccicante si era reso conto che mai prima di allora sua madre aveva voluto una mano per un lavoro tanto semplice.

“Non è niente, vedrai, solo un po’ di dolori. Se lo dici a qualcuno non ti rivolgo più la parola”.
Ma si ritirava sempre più spesso in camera sua, a riposare, e le finestre restavano spalancate sempre più a lungo, con i cuscini appoggiati a prendere aria.
No, non l’aveva detto a nessuno. Tutto doveva sembrare normale, e giorno dopo giorno anche quell’odore era entrato nella normalità.
“Niente ospedale, niente tubi, niente fili”, gli aveva chiesto, infine.
“Va bene, mamma” aveva risposto, decidendo, in quel momento, di fermarsi più a lungo a casa di sua madre.
Era rimasto lì, con tutte le sue domande di sempre.
Avrebbe voluto sapere se sua madre ricordava quella volta che lei, a calci e pugni, aveva divelto la porta della cucina. O di quando correva da una parete all’altra, brandendo un coltello e urlando di volersi ammazzare. Se ricordava gli occhi di suo figlio bambino al quale i grandi, assuefatti, avevano affidato la sorveglianza di lei, distesa sul divano, per la centesima volta in attesa dell’ambulanza. Di come, in quell’attesa, lui disegnava con lo sguardo labirinti sul soffitto, dei quali non trovava mai l’uscita.

“Non sento niente. Il dottore dice che non sentirei dolore nemmeno senza la morfina. Dice che ho avuto una grazia”.
“Sì, mamma”.
“Potrei anche uscire, sai, andare magari al mare Mi accompagni? C’è la corriera che si ferma qui davanti, la sento, all’alba. Andiamo sugli scogli. Vedrai, ci divertiamo”.
“Va bene, mamma”.
“C’è ancora un po’ di spago, l’ho conservato nel cassetto della credenza, ricordiamoci di prenderlo”.
“Sì, mamma”.

È tornato nella casa disabitata.
“Vado a casa di mia madre”. Alla moglie aveva detto solo così, censurando il resto del pensiero: alla casa della mia infanzia. “Solo per il tempo necessario” aveva aggiunto, quasi per rassicurare se stesso, più che lei, con un’indicazione vaga del tempo.

È ora di andare via. Appoggia la mascherina vicino alla fotografia. Con le imposte richiuse, l’odore di putrefazione diventa più forte. Nella penombra, prima di uscire, riesce a distinguere ancora le margherite del vestito.

“Chissà se ti ricordi di quella sera, quando ti lasciai sola per dieci minuti. Ero andato a comprare lo spago.
E ti ricordi di come mi vergognavo, la mattina dopo, sulla corriera, quando tutti ci guardavano?
Di come ti sostenni, nei tuoi passi incerti, fino alla punta nera dietro il molo.
Della tua risata, quando mi facevi gettare il sasso sempre più lontano e poi stringevi lo spago e mi dicevi di lasciarti sola.
Della tua voce nel frastuono delle onde. Mi chiamavi, vieni a prendermi, è tardi, sono stanca, dove sei figlio mio.
Ti ricordi? Era luglio, c’era vento e il buio ci mise un sacco di tempo ad arrivare”.

A 4 mani, 5° racconto: E poi

E poi, quella multa fu il colpo di grazia.
Beh, disse tra sé, consoliamoci, poteva essere più salata!  Se lo disse sì, ma non capiva perché le lacrime continuavano a uscire dai pensieri. Il fine settimana era fuori dalla porta, ed anche i soldi. Merda, le esclamò il cervello! E mandò all’inferno pure quel vigile che quel giorno non aveva avuto altro cui vedere.
Passò davanti allo specchio. Tornò indietro.
– Ehi, tu, che hai da guardare?

Sotto quegli occhi gli anni ci si sedevano. Non erano borse, ma valigie vere e proprio. Eh sì, doveva prendersi una pausa. Di scatto alzò il telefono e svelta come un razzo infuocato compose il numero.
– Ciao Giusy, come stai? Sì, lo so, siamo a dieci gradini di distanza, ma non rimproverarmi e dimmi una cosa: dov’è che hai sbollito l’ultima tua incazzatura?
– …
– Mmm certo non male, e poi è a due passi da qui, e… senti, non per farti i conti in tasca, ma… t’è costato molto? Sai, è che…
– …
– Perfetto! Bene, sì sì ti spiegherò, ma ora fammi andare o rischio di cambiare idea. Tu vedi di trovarmi il biglietto. Baci abbracci e tutto ciò che vuoi. A dopo!

No, non doveva perdere tempo, altrimenti i ripensamenti avrebbero preso il sopravvento e addio programmi. Volarono sportelli, cassetti, abiti e pantofole e in meno di un baleno lei e il trolley furono pronti.
La sua amica, che stava con gli occhi costantemente piantati sul pc, le aveva trovato un biglietto scontatissimo nel tempo che lei aveva impiegato a preparare il suo bagaglio e ora se lo studiava in attesa del taxi:  binario tre, carrozza tre, posto numero trenta.
Il solito traffico, ma per fortuna il treno era ancora lì. Con la mente in fumo, mentre saliva, ripensò alle ultime parole della sua amica: tre, il numero perfetto. E poi… è il destino!

Con un movimento deciso, il trolley era volato al suo posto, incastrandosi con un rumore sordo nell’apposito scomparto sopra il suo sedile. Sprofondando sul suo “numero trenta”, posto accanto al finestrino, ebbe un unico pensiero: arrivare, e poi…

E poi all’improvviso le arrivò dal piede un dolore lancinante.
– Ma chec…z…?
– Mi scusi, non volevo…
– Niente….(bofonchiò, poco convincente)

Sorride! Ma che c’ha da sorridere? Mi ha distrutto il mignolino e manco mi guarda! Sibilò tra sé, fulminando quel lui maldestro che si stava sedendo proprio di fronte.
Il treno decise che era ora di partire e un sospiro di sollievo uscì dal suo corpo, portandosi via anche un po’ di tensione. Un sorriso le illuminò il volto, infatti il suo dirimpettaio occupava il sedile numero trentatré. E poi? Destino?

La città si allontanava, e gli alberi prendevano rincorse opposte. Un senso di benessere la pervase.
– Anche lei è in cerca di piacere?
– Cosa?
– Oddio mi scusi, volevo dire viaggio, viaggio di piacere.

Lasciò che il tempo ripristinasse l’impaccio creato. Assestò le spalle allo schienale e strinse gli occhi come per deglutire. Le rotaie lanciavano un ritmo a intermittenza e fuori il giorno ragionava sul da farsi.

Che curioso quel tipo. E poi, nessun bagaglio. Ora che lo guardava meglio, vedeva in lui qualcosa di strano. Anche il suo pallore ne parlava e tutto ricordava chi odia il sole. Forse aveva la sua età, ma era indefinibile per la leggerezza che traspariva dalla sua pelle: le sue mani erano lisce e snelle. Si guardò le sue: nel paragone ci perdeva sicuramente. Ma che vado a pensare, pensò.
– Le chiedo scusa per prima. Forse questo silenzio è dovuto a quello? Sa, a volte parlo svelta come vivo e mi perdo le parole. Bello questo paesaggio, vero? Mette brio addosso. Tutto fugge via, ed è come se noi si andasse incontro alla fortuna. La velocità prende il sopravvento e cancella tutto, non trova?
– Troverei corretto dire che vado alla ricerca di altro, ma credo che il suo pensiero non sia affatto male. Lei deve essere una persona positiva o forse super agitata. Le metto per caso soggezione?
– No, perché?
– Così, mi sembra che voglia parlare per forza, ma magari sbaglio e sta solo fuggendo da se stessa.
(O cavolo, e questo come lo sa che sono piena di problemi?)
– Beh, proprio da me stessa no, ma dai problemi che mi assillano sì. Mi perdoni, ma come ha fatto, ho detto solo due parole, e comunque lei non è obbligato a rispondere, badi bene.
– Lei non riesce a stare ferma, neanche con la mente.
– Sì, in effetti…

Lei aveva detto sì due parole, ma lui con una l’aveva folgorata, togliendole la voglia di parlare. Tornò a guardare fuori, ma quella frase, quel suo sentire, l’avevano messa in difficoltà.

Il viaggio proseguì silenzioso.
Quell’uomo la inquietava: il pallore, la seriosità, quel discorso da “veggente” e, nonostante tutto, sereno. Era passata dal desiderio di sommergerlo di domande a un più ragionato “meglio farmi i fatti miei”, anche se le era rimasto il dubbio su come una persona sconosciuta avesse, con una semplice occhiata, capito tanto di lei. Ammirava chi sapeva, solo con pochi dettagli, cogliere al volo il carattere di una persona e si era sempre chiesta quale fosse il trucco. Magari, se un loro ulteriore dialogo lo avesse permesso, lei glielo avrebbe chiesto, ma lui proseguì con lo sguardo nell’ignoto.

L’altoparlante aveva appena annunciato la prossima fermata e lui si stava alzando.
Forse va via, pensò, oppure va in bagno. Chissà.
Una frenata improvvisa fece perdere l’equilibrio al numero trentatré che, con lo scossone, riuscì a salvarsi attaccandosi al suo sedile, ma non prima di pestarla nuovamente.
– Ma allora dica che lo fa apposta! Possibile? Non ce la fa proprio a guardare prima dove mette i piedi?
– Mi dispiace…
– Le dispiace? E di cosa, visto che non sta attento?
Con uno sguardo perso nel vuoto, le rispose: – Di non poter vedere.

Fu investita come da una secchiata d’acqua gelata. Avrebbe voluto chiedere scusa, giustificarsi in qualche modo. Si sentiva stupida: tra i due, quella che effettivamente non aveva il dono di vedere era solo lei.
Allora le vennero in mente i maledetti soldi e le parole della sua amica. E benedicendo la multa che l’aveva portata lì gli gridò: – E poi…? Che fa, torna?

pausa

Arrivano i racconti, bene: mi raccomando, insieme al racconto anche delle brevi note sugli autori, grazie.

Vi racconto questa, intanto.
Sto cercando di fumare la pipa e nessuna sigaretta, ma è dura.
E ieri sera mi sono arreso: verso mezzanotte esco di casa e, con le monete contate, conl’accendino pronto ad accenderne subito una, col cane scassamarroni che mi viene appresso, vado al distributore automatico più vicino a casa mia.
Arrivo, tiro fuori la moneta ma mi accordo di non avere con me il portafoglio e quindi sono senza la tessera-sanitaria-codice fiscale che va introdotta, così da dimostrare che sei maggiorenne, altrimenti niente sigarette.
Non mi resta che aspettare, penso, l’arrivo di qualcuno e di chiedere in prestito la sua tessera.
Arriva un tipo, sudaticcio e affannato: inserisce la tessera e mentre la inserisce, cazzo, gli squilla il cellulare. Impiega diverso minuti a ritirare resto e sigarette, parlando, in modo concitato.
Niente da fare, quindi.
Arriva poi un gruppo di ragazzi che hanno voglia di fare gli spacconi. Parlano ad alta voce, dicono ma che cazzo dici, dice uno, ridono forte, cazzo di sigarette prendi, dice un altro. Lascio perdere.
Arriva una ragazzina, ina, ina. Avrà diciotto anni un giorno, penso, dal momento che ne dimostra sedici.
Prende un pacchetto da dieci.
Le dico, Ho dimenticato la tessera, posso usare la tua?
Fa un cenno di assenso con la testa e una piccola smorfia, anche.
Eseguo, dico grazie.
E lei: Guarda che ti fa male fumare alla tua età.
Ah.

Torno sui racconti.
Si vota alla fine, si vota qui, nei commenti, in un periodo di tempo non superiore ai tre giorni. Votano i partecipanti più Monia Casagrande, più Laura Costantini più Stefania Mola, se vorrà. Mi riserbo di allargare la rosa dei votanti, comunque, con amici blogger o lettori di questo blog.
Poi. Si dovrà votare per i migliori sei, non per uno o per quattro racconti. O tutti e sei oppure il voto verrà annullato.
La copertina dell’e-book verrà realizzata da Mario Bianco, se lo vorrà fare.
E buona giornata.

A 4 mani, 4° racconto: La casa del mais

Nella casa del mais  il mare d’erba si fonde con il cielo.
Due uomini nudi sotto la doccia.
Il vecchio non si lava più da solo, l’ultima volta è scivolato, ha paura, orgoglio e pudore impediscono di chiedere aiuto alle figlie,  sono io l’unico cui affida le confidenze della sua intimità da quando l’ho stretto tra le braccia, mentre gli annunciavo la morte improvvisa della moglie sei anni fa.

Se non fosse stato per te, gli sarebbe venuto un colpo subito, già allora, fu solo grazie al tuo affetto e al tuo abbraccio amorevole che lui riuscì a sopravvivere al dolore della mia perdita, e io ti ho benedetto, per tutto quello che ci avevi dato, per tutto il cuore che ci avevi messo a cercare di capirci e di amarci entrambi.

Lo scroscio caldo dell’acqua  diffonde vapore nello stanzino, accanto a me la pelle leggermente abbronzata ricopre lassa quel che rimane di muscoli e tendini, le mie mani insaponate scivolano sulla sua anatomia, percorrono il  telaio di ossa, è girato di schiena, le mani saldamente ancorate alle manopole cromate.
Davanti a i miei occhi l’immagine della sofferenza, un cristo di legno in un corpo di ottant’anni demolito da un male che non perdona.
La nudità e inefficienza gli impediscono di parlare.

Che pena vederlo ridotto così, lui così infaticabile, forte come un toro! Ma la sua anima è la stessa, la sento viva e possente come allora.

Mi inginocchio  per lavargli gambe e piedi,  gli chiedo di voltarsi.
“Cosa sono queste macchie scure sull’inguine, e anche qui e qui all’incavo, cosa ti hanno fatto?”
“Deve essere  la colla dei cerotti per  fissare il catetere.”
“Se vuoi  le tolgo con la spugna ma dovrei premere un po’ e soprattutto tenere tra le mani il…”
“L’uccello, chiamalo così anche se da tempo non si alza più in volo.

Santo cielo, ragazzo, mai avrei pensato che avresti potuto accudirlo così!
Ho sempre considerato una fortuna per mia figlia averti conosciuto.

“Hahaha…” Sta sussultando in una risata coinvolgente.
Non riesco a trattenermi, come sempre nelle occasioni più imbarazzanti.
Mollo tutto, scivolo sul pavimento piastrellato,  gambe larghe, schiena appoggiata alla parete.
Continuando a ridere si accascia sedendosi davanti a me.  Lo accolgo tra le braccia la sua schiena  è sul mio petto e la testa sulla mia spalla.
Due uomini nudi sotto la doccia suocero e genero da trent’anni.
Ci abbandoniamo per un po’ all’allegria e alla pioggia calda sopra di noi, accanto a me c’è il flacone dello shampoo.
“Dai che ti lavo anche  i capelli.”
Sciacquo la nuvola di sottilissima lana bianca.

Ne ha ancora tanti di capelli, ricordo quando erano scuri, sempre un poco arruffati, amavo tanto il ciuffo che gli ricadeva sulla fronte!

Non ride più. Nelle lacrime e nella paura scioglie il suo dolore: “Vorrei morire qui adesso, mi piacerebbe andarmene così dopo una sana risata, non riesco a pensare di dover restare muto a guardare l’angoscia sulle facce delle persone che più amo. Sono in dirittura di arrivo o partenza come la si vuol chiamare.
Stiamo ancora un po’ qui a parlare,  è un sollievo quest’acqua che mi batte sul corpo, mi sento purificare.”

Quanto mi piacerebbe essere al posto tuo, ragazzo, anche così com’è adesso, mi farei abbracciare e lo abbraccerei anch’io, lo amerei come quando era giovane e forte, appassionato e non gli bastava mai!

“Mi manca mia moglie, avrei sofferto da impazzire a farmi veder in questo stato! Prima me la  sono sentita accanto, ho avuto un brivido, ho avuto voglia di abbracciarla… Ricordi quel mese d’agosto, quando hai dormito qui e ci hai visti  sotto il ciliegio in fondo all’orto fare all’amore alle prime luci dell’alba?

E certo che se lo ricorda, noi eravamo imbarazzati più di lui quando ce ne siamo accorti.

“ Sì non l’ho più scordato, è come se fossero sempre davanti a me i vostri corpi in quell’abbraccio, ero scombussolato  dalle sensazioni che provavo perché  tua moglie ha sempre esercitato su di me una certa attrazione ma il mio amore era ed è tutto per vostra figlia.

Il vecchio sorride.

“Usciamo mi sento molto stanco ora.”
Lo aiuto ad alzarsi gli faccio infilare l’accappatoio.
Dopo averlo tamponato  con l’asciugamani mi chiede di  passargli  del talco mentolato  su tutto il  corpo, la malattia al fegato e tutte le medicine che prende gli procurano un forte prurito.
Mi abbraccia, “Te lo dico anche a nome suo, ti voglio bene, per tutto quello che sei stato per noi.”

Bravo, mio caro, abbraccialo forte anche per me, digli quanto l’ho amato e quanto lo amo ancora.

Lo stringo per soffocare la mia commozione.
“Non voglio lasciarti andare!”
“E l’ora per me, un giorno così  è giusto per morire
Un ultimo favore, scaldami un goccio di latte.
Il tempo di versare il liquido tiepido nella scodella e arrivare davanti a lui, mi fa  cenno con la mano di avvicinarmi mi prende la testa tra le mani mi bacia e sussurra :”Lasciami andare”. … Una lacrima gli riga il volto, gira la testa verso la credenza dove la moglie sorride da una cornice in argento, chiude gli occhi.

A 4 mani, 3° racconto: La Confraternita della bañacauda

E’ sabato e i Garlic hanno vinto ancora. Il radio cronista si eccita esaltando le virtù dei Garlattici, per dirla con Beatrice Caudera, la Presidenta che ha ereditato dal padre la squadra e tutto l’impero BC. BC come Bruno Caudera e come bañacauda. Un nome, un destino, ci scherzava il vecchio.

Il cronista sussurra esaltato dalla radio che José Pautasso tiene al minimo, mentre pulisce le acciughe con gesti nervosi, un orecchio alla partita, l’altro al silenzio della strada, attento a frenate improvvise e minacciose sirene. José suda e si asciuga la fronte con le dita che sanno di pesce. Se lo prendono ora non ha scampo, non c’è fuga se si puzza d’acciuga, e non si può non puzzare d’acciuga se questa è il baricentro della tua baña. José ama l’acciuga più delle verdure, più dell’olio d’oliva, persino più dell’aglio. Il profumo salato gli eccita la salivazione. Il corpo morbido gli scorre sotto le dita cha passano e ripassano alla ricerca della lisca. Ogni pezzetto è una tentazione a cacciarselo in bocca con le dita unte, ma deve resistere, con quello che gli altri hanno pagato quelle acciughe vere – non l’acciugosa sintetica della BC – e con i rischi che hanno corso per portargliele. Anchoa, fratello, eccoti le figlie del mare. Adesso però i rischi li corre lui, con i b-cops che si infilano nei cortili, entrano nelle case, perquisiscono. Forti del Decreto A-due-O, aprono dispense, sollevano coperchi, annusano dita.

Finito il lavoro, mentre la radio sussurra José si concede di leccarsi con metodo polpastrello dopo polpastrello, gli occhi chiusi, l’orecchio sempre teso al silenzio della strada. Oggi anche i b-cops festeggiano i Garlattici.

Che giorno per la Presidenta! Vincere nell’anniversario del B-day, l’inizio dell’impero Caudera, l’approvazione del Decreto A-due-O: “Aglio, acciughe e olio possono essere lavorati insieme, in processi industriali, artigianali o casalinghi, solo a fronte di concessione governativa. Ogni ricetta è coperta da brevetto”. Traduzione: la bañacauda si fa come dice la BC, tutto il resto è illegale.

A qualcuno il decreto non piacque. Come non piacque che il parlamento l’avesse approvato durante la finale del campionato, uno degli ultimi vinti dal Boca. Così la primavera fu calda, con cortei, fujot, cariche, manganelli e due poliziotti lasciati ammazzare come pretesto per la repressione. Così, a Natale le donne erano già belle che abituate alla bañacauda in lattina, o surgelata. Da lì a poco, l’avrebbero apprezzata anche liofilizzata, inodore, quasi insapore e perfettamente in linea con la legge. Cioè con la BC.

José è figlio di uno dei due poliziotti, ma è anche figlio del popolo, sa che la bañacauda è della tradizione e va restituita alla tradizione. Anchoa, fratello. Sa che la BC della Presidenta nella baña non ci mette aglio, ma tartufala bastarda fermentata, che neanche dio sa cos’è. Sa che dopo il Decreto A-due-O la gente ha cominciato a morire. È così, che è nata la Confraternita. E José è stato uno dei primi.

Naturalmente le morti erano un problema per la BC, andavano spiegate o meglio nascoste: prima si comprarono una bella fetta del Diario, il bugiardo di regime e tirarono fuori il cuoco sabotatore. Quando i morti diventarono troppi – dieci bambini di un asilo sono difficili da insabbiare – è stato il momento della Commissione d’inchiesta, in difesa della salute del popolo. Ovviamente, la BC risultò innocente, anzi vittima di un fornitore disonesto di confezioni cancerogene se esposte al calore. Insomma, tutta colpa dei pigri che scaldano la baña nelle scatole senza versarla in padella, non certo della ricetta, a base di acciugosa e tartufala fermentata, che a scanso di equivoci resta secretata.

In Plaza del Ajo, oggi, ricordano Abuela Anchoa – Gli ingredienti della bañacauda? Tradizione, innovazione e amore. Tutto il resto è banana calda – che ha cucinato la sua bañacauda senza mai farsi fermare da niente e nessuno. Persino in prigione, quando era dentro per propaganda clandestina. Clandestina in che senso, vostro onore? Ho sempre fatto tutto alla luce del sole, io.

Di Abuela Anchoa, la Confraternita continua a cantare l’inno.

Sfiletta le acciughe e dissala i filetti
Lavali, pesta, riduci in pezzetti
Trita l’aglio, marinalo in latte due ore
Sciogli l’olio ed il burro in tegame al tepore
Sciogli acciughe pian piano sul fuoco abbassato
Metti il trito dell’aglio ma ben sgocciolato
Poi, tenue calore per venti e un minuto
In centro alla tavola, il calor va tenuto
Perché le verdure, e non paia banale
V’immerga di gusto ogni buon commensale.


È sempre lei, che ha dato il via alla tradizione delle
bañas in piazza. Perché niente è meglio che incontrarsi, condividere, cucinare e mangiare insieme. E la ricetta è sempre quella: aglio, olio, acciughe e amore.


È per questo che ora José travasa la
sua baña in una tanica ed esce di casa. Per ricordare Abuela. Per onorare i morti avvelenati dall’acciugosa e dalla tartufala fermentata. Per dare a figli e nipoti la possibilità di farsi da soli la propria baña secondo la ricetta della tradizione. Per avere il diritto di scegliere quanto aglio sminuzzare, quante acciughe pulire, quanto far bollire l’olio. Per fare festa con la Confraternita e con chi vuole farla insieme a loro. Anchoa, fratello.

José sa che in Plaza del Ajo troverà le verdure e il pane, il fuoco e i tegami, i piatti e il vino. Sarà una condivisione fraterna, come Abuela Anchoa ha insegnato.

La strada è deserta. José si rilassa un poco. Anche i b-cops sono a godersi il trionfo dei Garlic. Gira l’angolo del Museo Historico ed entra nella Reconquista. Guarda giù in fondo, la piazza che è un tripudio di colori, odori, rumori. Affretta il passo e non fa caso alla gamba tesa che lo aspetta. Crolla. La tanica si apre. La baña si sparge lenta e oleosa sul selciato.

– Guardi qua, capitano. Un altro di questi finocchi dell’Anchoa. Vorrei proprio sapere perché non se ne stanno a casa a guardare la partita come tutti i bravi cristiani.

Bastardo Posto (Perdisa Pop)

Esce il 13 ottobre, per la casa editrice Perdisa Pop diretta da Luigi Bernardi, collana I corsari
La copertina è questa:

Questo è l’incipit.

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo osserva.
E’ una notte di marzo. Sta diluviando.

In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fissando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del manichino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi,  persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.