A 4 mani, 15° racconto: Complesso vocale

Non la trovava. Dopo un’altra ora di inutili affanni, sdraiato sul divano o accovacciato sulla poltrona, Filippo Tarchini cominciò a far i conti con la sconfitta: il nulla, il vuoto. Non un motto di spirito, una battuta valida, un’arguzia. Solo un continuo smarrirsi in una favola astrusa di cani parlanti con gatti sordi; una roba assurda, da autori privi di fantasia. Gli mancava qualcosa, stavolta. La sua padronanza, il suo slancio immaginifico, l’antica capacità di dar vita a un bisbiglio, un soffio o un sussurro, lo stavano abbandonando. Così, il discorso conclusivo di Mario Annibaldi, sindaco di Lucca, non quagliava. Il nulla, appunto, si stagliava ancora più nitido sullo sconforto, privandolo di un solo attimo di sano ottimismo. Il blocco si stava tramutando in doloroso ristagno.
Aprì un libro, il solito Fanfani, con la vaga fiducia di trovarvi una parola, una possibilità visionaria, uno spiraglio di sogno. Invano. Trovò solo una parola
arida, “infrastruttura”, non in grado, di sicuro, di procurargli stimolo alcuno. La mancanza continuava a circondarlo.
L’orologio a muro indicava l’approssimarsi di una nuova alba, un altro giorno infruttuoso stava spirando.
Allora, Filippo Tarchini, con la voglia di sgranchirsi un po’ muscoli, si alzò. I passi risuonarono sul tavolato in uno strano frastuono. I fogli, sparsi sullo scrittoio, sul tavolo riunioni, sul tavolino in soggiorno, continuavano a fissarlo. Bianchi, di un bianco immacolato, apparivano ora qua ora là, urlandogli in faccia tutta la sua incapacità. Dopo un po’, stanco di tali visioni, tornò a sdraiarsi, stavolta imbacuccato sotto un plaid di lana.
Ma, d’incanto, tutta la casa si trasformò ai suoi occhi. Intorno a lui sparirono i colori. I muri, i mobili di palissandro, l’abat jour ambrata, la natura morta di Jacopo da Cortona, il lampadario a soffitto, la sciarpa, i guanti, il soprabito, il portafoglio appoggiato su un ripiano: tutto bianco. Solo una mosca, volando da uno spazio all’altro, marcava di tanto in tanto un punto. Un punto sporco, sinistro, si mostrava a Filippo al modo in cui si mostra il maligno. Stava fissa solo pochi istanti, poi volava via. Ad ogni passaggio si udiva un ronzio via via più fastidioso, poi, quando di nuovo si posava, la sagoma scura appariva più voluminosa.
“Ora ti ammazzo, bastarda!” Lanciò una scarpa, con una forza smisurata, con tutta la rabbia accumulata dai giorni di stallo. Colpì la mosca, sopra l’armadio, vicino al soffitto. Un vaso di cristallo, urtato di rimbalzo, cascò, frantumandosi in migliaia di spicchi brillanti. Un rivolo limaccioso cominciò a mostrarsi intorno alla carcassa. Poi il liquido giallognolo colò piano sull’intonaco bianco, prima curvando a sinistra poi puntando in basso, in un tragitto bizzarro. Quando finì di aggrumarsi, lo sguardo di Filippo fu conquistato dall’impronta lasciata sul muro. Davanti a lui un simbolo, un avviso, una minaccia. Gli ricordava un film di Kubrick.
Pur raffigurata in modo approssimativo, appariva ora, con tutto il suo carico di ambiguità, una limpida,
grandissima E.
Ecco, disse, riconoscendo l‘impasse. Stupidamente, essere preda della privazione vocale è dannatamente esasperante e
d elimina qualunque possibile percorso semantico percorribile. Che succede? Perché queste E adesso entrano dappertutto? Liberatemi ve ne prego! E’ incredibile, credo che se continuerò per altre due, tre righe diventerò sempre meno libero e razionale. Ed esprimere pensieri, idee, istanze e desideri, speranze e convergenze politiche degne del Presidente della Regione (ché per quello concorre alle elezioni) diverrà difficile, forse impossibile. Me misero! Aiutatemi, deh!
Wilma Bellacci, la governante di casa Annibaldi, richiamata da un vociare sempre più concitato che sembrava provenire dalla biblioteca, si accostò per bussare. Quando entrò, trovò Filippo Tarchini, il ghost writer del Dottor Mario, come lei confidenzialmente lo chiamava, riverso
accanto al tappeto, la bocca spalancata e tanti piccoli frammenti scuri ai lati della labbra che sembravano colare come lava da un vulcano. Parevano schegge di natura ferrosa. Si avvicinò aggiustandosi gli occhiali sul naso: erano le minuscole lettere scivolate dai martelletti della Olivetti 32 con cui Filippo si ostinava a scrivere tutto, dai discorsi alle risposte di ringraziamento. Wilma diligentemente le raccolse. Qualcuno le avrebbe aggiustate, rimontandole ad una ad una da dove erano scivolate. Le ordinò scrupolosamente per facilitare il lavoro, ma si accorse che mancava la E. Dove diavolo era finita? Sollevò il tappeto: niente. Andò a prendere la scopa e passò ogni centimetro quadrato della biblioteca, sotto ogni mobile o suppellettile: niente. Filippo giaceva esanime, ancora svenuto. Avrebbe potuto essere sotto il suo corpo. Chiamò Osvaldo, il cuoco, e insieme lo sollevarono delicatamente e lo stesero sul divano. Niente nemmeno lì sotto.
Dato il protrarsi dello stato di incoscienza, fu chiamato il medico di famiglia. Costui auscultò Filippo Tarchini, il quale, dopo aver annusato un tampone imbevuto d’ammoniaca, si svegliò e incominciò a tossire. Il dottor Razio, gli sollevò la maglietta della salute e con lo stetoscopio premuto appena sotto le scapole gli intimò “dica 33”. Filippo, guardando nel vuoto, si sforzò ma non riuscì a pronunciare alcunché. Poi, d’improvviso, dopo l’ennesimo incoraggiamento del medico, finalmente parlò: “Tre, tre, tre belle pere, sette le mele delle megere, sette le pesche, sette le tette delle tedesche…”. Sembrava non potersi fermare più, continuò a cantare quella specie di filastrocca per alcuni minuti fino a che un conato di tosse un po’ più forte lo fece avvampare. E, prima che riuscisse a mettersi la mano davanti alla bocca, finalmente sputò il martelletto della lettera E.
Wilma, dopo averlo asciugato, lo allineò con cura fra la di e la effe.

Filippo Tarchini scrisse un discorso memorabile. Scaldava il cuore e accendeva gli animi.
Mario Annibaldi venne eletto con un plebiscito.