la storia continua

Le vedo da lontano, sono le otto di mattina passate da pochi minuti. Ci son solo loro due, una ragazza sui trent’anni e una signora sulla cinquantina, e io, per strada.
Loro son ferme davanti al negozio della signora cinquantenne, io avanzo lentamente, la strada è in salita, sto fumando la pipa, ho appena preso il secondo caffè.
Quando mi avvicino sento che la ragazz dice: Ma come? Ma mi spiace, non dài.
E l’altra: No guarda, ho bell’e che deciso da tempo, io a capodanno sto da sola perché voglio stare da sola.
Passo, non badano a me. Vedo che si sorridono.
E mi lasciano la sensazione che ci sia dell’affetto tra loro.
E proseguendo mi immagino come va a finire il capodanno della signora.
Da quando scrivo – bene, male, così, non importa: scrivo- vivo così: vedo qualcosa che spesso resta, e poi la storia prosegue nella mia testa.
(No, dapprima ho pensato: per dire “Voglio stare da sola” – e in modo sereno, pacato e sorridente – vuol dire che la signora sta bene con se stessa, ché quando non si sta bene il modo migliore di far passare il tempo è far baldoria.
Poi no…: la storia è continuata in un altro modo mentre giravo per la piazza).

Il “suono” dell’acqua

A corto di parole. Anche per una sorta di pudore, ché magari mi metto a scrivere una cosa e poi mi vien (diciamo) da ridere per quanto poco importante sia quel che ho scritto.
Mi vien da ridere, ho scritto. Da piangere no, perché… non lo conoscevo così bene. La mia età, anzi due anni in meno. L’ultima e unica volta che l’ho visto sembrava spensierato. Macché: per sua moglie e per i suoi figli sapeva di avere i giorni contati.
Mi vergogno, insomma, a scrivere di libri.
Certo, la vita continua, c’è il momento per ridere e quello per piangere e quello per lottare.
Gli adulti sanno.
Io guardo mio figlio, il mio secondo figlio, Federico Libero, undici mesi.
Starebbe per delle ore a guardare l’acqua che zampilla da una fontana.
La vede e dice “oh”, e non batte ciglio.
E costringe pure me a guardare i giochi dell’acqua che sale verso il cielo, “oh”, e ridiscende e fa rumore, “oh”.
Rivedo qualcosa che avevo dimenticato, e risento quanto dolce sia ascoltare, per minuti e minuti, il “suono” dell’acqua.
Se la fontana non va Federico Libero piange.
Certo, diventerà adulto. Capirà. Ma ha ragione lui.

l’ombra di natale

Vedo un’ombra. Non so se di donna o uomo, non so che età abbia. Magari è un’ombra bambina, oppure no, è un’ombra di vecchio o vecchia.
E’ sola – questo sì, è sicuro – quest’ombra, in una stanza, e non so se ci siano altre stanze, magari abitate da persone, gatti o fantasmi, né so dire se fuori, oltre la finestra s’intravveda un lembo di mare o di monte o di pianura.
Fuori – anche questo è sicuro – il tempo è inclemente, e c’è pure un po’ di vento, adesso.
Quest’ombra si siede,  è un’ora imprecisata della vigilia di Natale, è un’ombra che ha deciso di concedersi forse un minuto forse un intero giorno e un’intera notte di pausa: nell’ombra.
Fissa il vuoto. Magari ricorda, magari piange, magari sorride perché stasera sarà una bella sera, magari sente una musica che solo lei, l’ombra intendo, sente.
A quest’ombra io dico buon natale.
E buon natale a chi passa di qua.

Due recensioni in un giorno solo

Su Mentelocale, recensione di Bastardo posto scritta da Alberto Pezzini.
E’ cosa breve.
Dà una lettura diversa sul finale del libro.

E poi, in bouvet et pécuchard, recensioni in disordine sparso, c’è questo su Bastardo posto.
(Scura non più Chiara è un gran bel titolo).

Fortuna che esiste la rete (per me), ché sui giornali ci finisco poco, io. Ma non mi lamento, giuro che non mi lamento. Che poi piove, è Natale quasi, sto lavorando e ho fame…

Il monastero della risaia

Allora, Bastardo posto (Perdisa Pop).
A gennaio faccio due presentazioni in Puglia: sabato 15 gennaio, ore 19, a Martina Franca nella sede dell’università popolare. Mi presenterà la scrittrice Giorgia Lepore.
Domenica 16 invece, a Bari, sempre alle 19, incontro (organizzato dalla Libreria del Teatro di Bitonto) alla Taverna del Maltese.

Oggi intanto SenzaPatria, un nuovo editore che si è già affacciato sulla scena (pubblicando, cito a caso, autori come Luigi Bernardi, Barbara Garlaschelli, Nicoletta Vallorani, Valter Binaghi) annuncia che è disponibile un mio racconto lungo: Il monastero della risaia.

Buona giornata

recuperati in una bancarella

Erano libri, questi, che ho letto da ragazzo; magari di notte, sotto le lenzuola, mia madre durante l’anno scolastico mi proibiva fumetti e certe letture.
Son libri che, poi, nel corso degli anni, tra traslochi e prestiti non tornati, ho perduto.
Ora li ho recuperati in una bancarella, per 4 euro.
(Non mi spiacerebbe vendere libri in una bancarella).

Nascosta nel negozio, di notte

Magari tra un po’, sta pensando Viola Rodesi, davanti al manichino vedrà, per un attimo, la sagoma ingobbita del geometra, un geometra dipendente del Comune, che, da quando è rimasto solo, certe notti le trascorre a passeggiare nervosamente, a testa bassa, avanti e indietro come un ossesso lungo i portici facendo rumore, coi tacchi sembra voler sfondare la pavimentazione di chiara epoca fascista o anche precedente. Era sposato, ha lasciato moglie e tre figli per mettersi con una ragazza giovane, sposata pure lei, non da tanto. La loro decisione di andare a stare insieme aveva provocato clamori, scintille e scandalo. Ma era durato niente, perché lei, dopo nemmeno un mese di vita in comune, l’aveva abbandonato per tornare dal marito, costretto su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa. Il geometra da allora è disperato perché lei, oltre ad abbandonarlo, è arrabbiata con lui. Gli ha detto, urlato, che la deve lasciare in pace, per sempre.
Oppure, da un momento all’altro, può spuntare l’Eugenio, davanti al manichino; stasera potrebbe passare perché l’Eugenio passa solo se non fa freddo e se non piove; passa e canta, ad alta voce; una volta faceva l’idraulico, aveva famiglia. Poi la moglie si è suicidata e i figli l’hanno lasciato solo, e comunque non si sa se la moglie si sia gettata sotto il treno perché lui aveva cominciato a dar di matto o se invece lui ha cominciato a dar di matto e a cantare a squarciagola – ha la fissa del Barbiere di Siviglia – quando è rimasto solo.
Ci sono uomini feriti che passeggiano sotto i portici e le loro crepe. Donne no, non ne ha mai viste. Solo Marina, aveva visto di notte, ma Marina, così aveva saputo Viola Rodesi perché così si diceva in giro, era lì per sfidare Filippo Tuddia.
Le donne, ha pensato spesso Viola osservando passare davanti al manichino quei relitti che una volta erano uomini, le donne i loro peccati e le loro ferite le vivono in clausura; ma non lei, non Viola Rodesi, che da piccola giocava sempre coi maschi, e combatteva quando c’erano guerre con le cerbottane.

Brano tratto da Bastardo posto, Remo Bassini, Perdisa Pop, 2010

come finisce questa storia?

Insomma, erano sette anni, oramai, che non riusciva più a concludere, eppure ci provava tutte le sere, da dopo cena, per l’asattezza dopo il telegiornale su canale 5, fino alle due, anche le tre di notte a scrivere, mettere giù frasi, parole singole o avvinghiate tra loro, con tante virgole oppure ignude, ma niente, niente di niente, quell’ultimo capitolo, sia che scrivesse con il pc sia con la penna stilo che gli aveva regalato suo padre per la prima comunione, quell’ultimo capitolo, si diceva, non (gli) veniva come il resto del libro, ché il resto del libro era buono, lo sapeva lui e glielo avevano detto tutti quelli che l’avevano letto (gente che ne masticava di libri, mica lo aveva chiesto alla mamma e agli amici di infanzia, lui, un parere, che poi, che poi: aveva già scritto due libri, e due libri son due libri).
Poi però, attenzione, una sera incontrò Luisa, grandi tette e un culo ancor più ingombrante di un tir che ti taglia la strada, e fu un bell’incontro, ciao come stai? bene e tu? insomma, e che fai in giro a quest’ora solo? mah guarda, sgranchisco un po’ le gambe, e tu? io sono una golosona di caffè, cazzo anche io…
Alt, importante precisazione. Il fato aveva suggerito quell’incontro avvenuto per caso facendo sì che quella sera lui – dopo la bellezza o bruttezza fate voi di sette anni; e se sette anni vi sembran pochi provate provate… – uscisse disperato di casa dal momento che
a – era rimasto senza inchiostro per la penna stilo.
b – aveva esaurito le bestemmie dopo che un virus gli aveva impiantato il pc.
Fu lei che lo prese per mano, dopo un caffè, una pizza, un altro caffè e un altro caffé ancora, lo prese, dicevamo (no, forse meglio scrivere dicevo, o si diceva, ecco: facciamo si diceva alla toscana, maremma maiala) per mano e gli disse, con una voce attizzante: Casa tua o casa mia?
Mia, rispose lui (attizzatissimo).
E lei, appena entrarono, se lo scopò (diciamolo, perché per onestà si deve dire tutto, facendo anche una certa fatica).
Nacque una storia insomma, tra lui e Luisa e lui, quasi quasi, stava per dimenticarsi del libro perché, cavolo se gli piaceva, perché, diciamolo, a lui ogni sera piaceva strofinare il coso o tra le grandi tette di lei o tra le chiappe ingombranti (mi son sempre piaciute, pensava lui, le chiappe ingombranti) di Luisa…
A Luisa, però, tuttisticazzidipreliminari sminchiavano, sicché una sera gli rimise il coso tra le mutande e gli disse: Parliamo.
Occazzo, disse lui (parzialmente attizzato), vuoi mica metterti a parlare di letteratura?, ridendo.
Luisa seria: E perché no? Anche se ho solo un diplomino pensi che io non sia all’altezza di quei segaioli con cui ogni tanto parli al telefono?
(Oddio, pensò lui, prima che arrivassi tu il più segaiolo del gruppo ero io…).
Sta di fatto che quella notte invece di fottere (dopo tre ore di preliminari sbadigliati da parte di lei) lui le raccontò il libro.
Arrivato al capitolo che mancava le disse, Sai non riesco ad arrivare mai fino in fondo (e Luisa pensando al coso di lui annuì, o se annuì, ma tra sé e sé, ché Luisa era comunque una femmina sensibile sensibile, quasi sensibilissima).
Sta di fatto – il lettore scafato a questo punto se lo immagina, no? – che fu la Luisa che gli disse cosa doveva scrivere nell’ultimo capitolo e, a questo punto, il lettore scafato, ma io stesso che scrivo e non sono uno scrivente scafato, mica so di preciso come va a finire tra i due.
Vediamo un po’: chi muore dei due?
Voglio dire: se muore lei son cazzi per lui, che due tette e due chiappe ingombranti mica si trovano con tanta facilità, che poi, son chiappe pensanti più che ingombranti, oddio, si sa che le chiappe non pensano, va bé chi legge ha capito (Luisa se muore è un casino perché oltre al bendidioedellamadonna che si ritrova è una da ultimo capitolo), e se invece muore lui, bé sì, forse è meglio che muoia lui, magari facciamo un censimento su come farlo morire – morte romantica, morte scema e morte manzoniana, vale a dire bestemmiando per il gran male? – così almeno è uno scrittore in meno e un libro in meno che non se ne può più non se ne può.
PS Però facciamolo morire bene, magari di crepacuore mentre è indaffarato col suo coso tra le cose di Luisa (che sta leggendo, e nemmeno se ne accorge della di lui dipartita). Oppure mentre mangia la Nutella, senza star lì a cercare finali complicati.

sul pubblicare un libro

Allora, uno va nel sito di una casa editrice e legge le indicazioni per l’ìnvio dei manoscritti.
Per esempio.

Il gran numero di romanzi, racconti e poesie che arrivano ogni giorno in casa editrice è per noi motivo di soddisfazione, e ringraziamo gli autori della fiducia che ci dimostrano. Purtroppo però le nostre forze sono limitate e non ci permettono di leggere tutto con la dovuta attenzione né di rispondere in modo adeguato a chi ci scrive, per questo motivo vi preghiamo di considerare respinte quelle proposte che dopo sei mesi dall’invio del manoscritto non avessero ancora ottenuto risposta.
Ci teniamo a sottolineare che un rifiuto da parte nostra non implica necessariamente un giudizio di valore, perché dobbiamo rifiutare anche opere di indubbia qualità letteraria, se non altro per ragioni numeriche: quanti libri nuovi si possono pubblicare in un anno?
Il modo migliore per sottoporci una proposta editoriale è di inviarla in forma dattiloscritta, aggiungendo al testo una presentazione schematica dell’opera e una breve notizia biografica sull’autore. I manoscritti e altro materiale inviato spontaneamente alla casa editrice non verranno restituiti. Grazie della comprensione.

Ma aumenta sempre più il numero di case editrici che di indicazioni non ne danno: far leggere i manoscritti costa. Con gli stessi soldi si possono fare tante altre cose. E la maggior parte dei manoscritti, si sa, o sono scritti male (18 su 20?) o non sono considerati (99 su 100) meritevoli di pubblicazione.

Si dice che le case editrici – vecchio, trito e ritrito lei motiv – pubblichino i raccomandati, e certi autori (politici, giornalistici, cantanti, calciatori, spogliarelliste) già noti al pubblico, ma per altro.
Da quanto ne so io di raccomandazioni magari ce ne sono ma che vadano a buon fine non mi risulta; il personaggio già noto, invece, spesso è pubblicato.
Comunque.
Stanotte, rileggendo il mio vecchio blog ho letto un post di tre anni fa; scrivevo, vantandomene, di aver rifiutato l’invito di un editore a partecipare a una grigliata con qualche altro scrittore.
Altre volte mi pare d’aver scritto che non partecipo mai a premi, salotti, incontri.
Nulla di più sbagliato.
Chi vuole pubblicare deve conoscere, perché spedire un manoscritto senza essere stato segnalato o da un agente o da uno scrittore o, meglio, da un editor, è tempo perso o quasi.
Non sempre, ovvio: io, che ho semplicemte spedito, penso d’essere stato fortunato.

la nostra “cultura”

diceva che la nostra cultura è corruttrice; per questo, sosteneva, le migliori persone son quelle che non hanno fatto la quarta elementare.

Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la ‘cultura’ con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la parola ‘cultura’ nel senso scientifico, 2) che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.

Pier Paolo Pasolini

amica di un anno

La morte c’è, ricordatelo sempre, ma non aver paura di lei, pensa ai tuoi sogni.
Ci sei tu, amica di un anno, dietro a questa frase.

Io avevo ventisette anni, vivevo di fretta, avevo degli obiettivi, una scommessa da vincere. Laurearmi lavorando, laurearmi senza essere mai bocciato a un esame.
Avevo scommesso con me stesso: se mi bocciano a un solo esame prendo il libretto e lo distruggo.
Letteratura moderna e contemporanea, 28.
Psicologia dinamica, 30.
Storia medievale, 27.
Storia romana, 30.
Geografia, 29….
Il primo anno, lavorando in fabbrica, non c’è male, no?

Tu avevi diciannove anni.
Tutti trenta e lode il primo anno.
Latino, Greco e non ricordo.
L’anno successivo (per te il secondo) seguimmo un corso insieme, Glottologia.
Ricordo la prima volte che ti vidi. Pensai: cazzo ha questa da ridere sempre?
Non sapevo: avevi scommesso anche tu.
Che saresti vissuta, sopravvissuta.
Ma lei signorina, ti aveva detto l’oncologo, è sicura di arrivare a questa estate?
Eri sicura: volevi andare in Olanda e ci andasti.
Mi portasti un aquilone.
Ma restiamo a quell’anno, quando ti conobbi.

Un giorno a Torino, abbiamo un’ora buca.
Prima ci compriamo una focaccia, poi.
Che dici, facciamo due passi al Valentino?, mi dicesti.
E così fu.
Era primavera.
Mi domandasti, mentre raccoglievi un fiore: Ma tu li senti questi profumi?
Mica li sentivo.
E poi mi dicevi di quel che avresti fatto dopo la laurea (e io che pensavo al tuo medico, alla tua felpa, ché sotto c’erano i lividi per via delle flebo).
Hai vinto una grande scommessa amica che vedo raramente, a distanza di anni.
Ma mi insegnasti tanto, sai?
A pensare alla morte, sempre, e a non pensarci.

(Ma a quel medico hai raccontato che dopo 25 anni hai sempre voglia di andare in Olanda?)