gabbiani, strega, piccoli editori

Su Facebook, la mia amica argentina Mirta Giordanengo ha postato questa poesia, che mi sempre piaciuta

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
…Com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina ,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca. 

Vincenzo Cardarelli-Gabbiani-“Poesie”, del 1942.

Su Facebook, da tempo, Luigi Bernardi ha creato un gruppo affinché un libro Perdisa Pop, Tutto deve crollare, di Carlo Cannella, possa partecipare allo Strega.
Ho aderito, anche se non l’ho letto. Ho aderito perché penso che la cosa possa dar lustro alla casa editrice con cui io pubblico, ho aderito (al gruppo su Facebook, intendo) perché a lume di naso – conoscendo tanto Bernardi quanto Cannella – il libro deve essere un buon libro.
Su u’altra pretendente alla partecipazione allo Strega, Veronica Tommasini, che, ha scritto Sangue di cane, romanzo Laurana di cui si dice un gran bene, Giulio Mozzi (su Vibbrisse e poi su Face) ha scritto:
Sto facendo in queste ore una cosa che non ho fatta mai. Sto scrivendo a un po’ di persone che, per quello che ne so, fanno parte degli Amici della domenica, l’associazione che riunisce coloro che votano per il Premio Strega (…).
Demetrio Paolin ha commentato scrivendo:
Io credo invece che sia importante pensare che uno ha scritto una storia, l’ha scritta bene e la gente l’ha lette e amata. Il resto, i premi, la gloria, ecco sono cose veramente vane. come è vana la letteratura: ciò che conta è se ciò che hai scritto ha avuto un senso minimo di salvezza per qualcuno. Se sì, questo è bene.
Condivido quello che ha scritto Paolin, ma mi fa comunque piacere che si parli di piccola editoria valida (che c’è anche la piccola editoria non valida, purtroppo).

E a proposito di libri pubblicati dalla piccola editoria vi segnalo queste segnalazioni di Loredana Lipperini. Libri che non conosco, anche editori che non conosco (eccetto Il Maestrale): ma quanto scritto dalla Lipperini mi sembra convincente.

Infine, chiudo con altri due consigli di lettura, per due scrittrici che – è giusto dirlo – conosco e a cui sono legato.
Piera Ventre e Maria Lucia Riccioli.
Piera ha pubblicato la raccolta di racconti. Alisei, per le Edizioni Erasmo di Livorno.
Maria Lucia il romanzo Ferita all’ala un’allodola per Perrone Lab.

Buona giornata (e magari buona lettura)

Buona giornata

così stranieri, così gentili

Ieri sera ho presentato Bastardo posto a Santhià, 20 chilometri da casa mia. Quaranta persone, una quindicina di libri venduti, e un sonno della madonna mentre facevo i 20 chilometri, all’andata.
La notte precedente, infatti (sto scrivendo un racconto lungo che non mi convince), dal momento che non ho l’orologio né al polso né sul pc ho perso la cognizione del tempo (colpa dell’ora legale oltreché del racconto) sono andato a letto prima dell’alba, giusto il tempo di dormire due ore e mezzo.
Allora, alle 20 e 30 mi metto in macchina e vado a Santhià, arriverò puntuale penso, certo, non so bene dove sia la biblioteca ma, cavolo, ho il navigatore.
Oddio, il navigatore. Non l’avevo mai usato prima. Per me, prima di ieri sera, il navigatore è un aggeggio con cui mia moglie Francesca parla e litiga (mi dice di svoltare a destra, ma cosa dice questo cretino, a destra è senso vietato) ma ti permette di arrivare a destinazione.
Quando sono entrato a Santhià, però, l’ho spento: pensando che la biblioteca fosse vicina al Municipio, ben indicato dalle frecce.
Arrivo quindi nella piazza del Municipio, posteggio, poi però ricordo di aver presentato già un libro a Santhià qualche anno fa, e nulla, nelle strade vicine, mi ricordare quel posto.
Vedo un uomo giovane, meno di quaranta. Ha un giubbotto di pelle o simil pelle, sta attraversando la piazza.
Gli chiedo se sa dirmi dov’è via Dante Alighieri.
Mi spiega – e appena “spiega” capisco che non è italiano (aveva un modo di parlare che mi ricordava un mio amico egiziano) – mi spiega, stavo dicendo, che via Dante Alighieri è da tutta un’altra parte. E con calma e con il suo italiano strampalatoi mi dà le indicazioni.
Io però, che non ho l’orologio al polso e quella della macchina segna… le quattro di notte, penso che per non far tardi devo: uno, mettermi nelle mani del navigatore, reimpostandolo, due, telefonare agli organizzatori. Eseguo, mi rimetto in macchina, con una certa fatica raggiungo la biblioteca: sono in ritardo di cinque minuti, mi scuserò.
Prima di arrivare in biblioteca, però, rallento, anche se ho fretta devo far attraversare la strada a un uomo che, guardacaso, è lo stesso uomo che pochi minuti prima mi aveva dato le indicazioni. Perché?, mi sono domandato, non mi ha detto, Caricami, così ti ci porto io, devo andare anche io in via Dante Alighieri.
Perché sanno che siamo diventati insofferenti e razzisti.

Al giornale, tra i miei collaboratori, c’è una giovane donna di nazionalità marocchina. Per vivere fa la badante. Guadagna uno sputo, insomma. Scrive pezzi per la comunità marocchina (ma dio interesse generale). E’ carina, soprattutto gentile. Appena tornata dal Marocco mi ha portato un regalo. Tempo fa mi ha chiesto se sapevo dove procurarle una tastiera “araba”, per il pc. Mi son dimenticato di farlo. Ha provveduto lei, quanto hai speso, le ho detto, guarda che ti faccio rimborsare. Non ha voluto, mi ha detto, sorridendomi, Ho speso pochissimo (e io ho pensato, ma guadagni pochissimo).
Quando la vedo io penso all’educazione e all’educazione, sembra li abbia nel dna.
Mi vien da dire, un’educazione di altri tempi.
(E di questo suo bel modo di fare e di porsi son colpiti anche gli altri, in redazione, soprattutto la redattrice che ha a che fare con lei).
Anche l’uomo incontrato ieri sera, a Santhià, che mi ha spiegato il tragitto.

Anni fa pubblicai una lettera toccante sul mio giornale. Una testimonianza. Una donna, malata (è poi morta) raccontò, appunto scrivendo al giornale, dei suoi due vicini di casa, marocchini. Questa donna, che viveva sola (perché sua figlia Sara era andata a vivere in Spagna) ringraziava i suoi due vicini. Quando hanno saputo che ero convalescente – scrisse – si sono offerti di farmi la spesa, mi portano in casa la posta, si occupano anche della mia spazzatura, e io non mica gliel’ho chiesto… Eppure sono così: stranieri e gentili.
Uno dei due venne a rigraziarmi quando pubblicai la lettera della mamma di Sara. Alla fine si commosse e pianse, ma solo un attimo.
In quel pianto m’era parso di vedere anche uno sfogo.
Di lui me ne sono ricordato ora, mentre scrivevo di Santhià, ieri sera.

(Al ritorno il sonno era andato via; sono stato bloccato però: trasporti speciali. Chissà di che cosa).

annunciazioni

Il primo aprile al teatro civico di Vercelli va in scena Un eroe borghese, lavoro ispirato alla vita e alla morte dell’avvocato Giorgio Ambrosoli.
E’ la prima volta che il teatro “pensa” ad Ambrosoli.
Il merito è della compagnia degli Anacoleti (bella realtà che esiste a Vercelli) e dell’attore Federico Grassi: ha voluto lui questo spettacolo che si ispira al libro di Stajano, lui interpreterà l’avvocato Ambrosoli.
Nei prossimi giorni posterò un mio articolo su Ambrosoli e sullo spettacolo.
Informazioni, comunque, ne trovate qui.

Piera Ventre ha questo blog: biancamara.
Ha anche partecipato a tutte le edizioni dei racconti a quattro mani (organizzati da questo blog) e sempre, devo dire, quello che ha scritto è stato notato. Questo perché Piera Ventre – almeno – non fa il verso a nessuno. Ha un suo registro, un suo orginale modo di scrivere, un modo personalissimo, insomma, di intendere la scrittura.
Piera non racconta solo storie; cerca di farti sentire il suono delle parole.
Della sua scrittura, tempo fa, avevo scritto questo.
Ti prende e – se ti lasci prendere – ti porta via e ti incanta la scrittura, sospesa tra l’onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, di Piera Ventre.
Una scrittura che ammalia e un po’ fa male, certo.
Adesso voglio leggere il suo esordio narrativo, che si intitola Alisei ed è pubblicato dalle Edizioni Erasmo (piccolo, ma serio, editore di Livorno).

Poi. Dopo Reggio Emilia, Vercelli, Alessandria, Roma, Torino, Livorno, Trino Vercellese (queste nel 2010), Martina Franca, Bari, Sermide, Bologna, Milano, le presentazioni di Bastardo posto proseguono martedì a Santhià, ore 21 in biblioteca. Sono ospite della Compagnia dell’Armanac e di Luigi Zai (che del mio libro ha scritto questo).

Il 7 aprile, invece, sarò io a presentare un libro: E’ solo l’inizio Commissario Soneri, di Valerio Varesi (Frassinelli). Al bar Cavour, in piazza Cavour, praticamente davanti al monumeto di Cavour a Vercelli.
Varesi, giornalista di Repubblica, scrive gialli sociali.
(E non so ancora la data ma fine maggio inizi giugno conto di presentare anche l’ultimo libro di Luigi Bernardi, Niente da capire).

botte e povertà

Sono cresciuto in mezzo ai figli – come me – degli operai della grande industrializzazione, ora defunta. Negli anni Sessanta, mi raccontano, Vercelli dava il suo benvenuto, Lavoro per tutti, Case per tutti, a meridionali (terun), veneti (ruigo o rovigo), sardo e toscani e calabresi.
Montefibre, Montecatini, Pettinatura Lane, Faini: era una fabbrica di sirene, Vercelli, allora.
Ora spente.
Tanti di quei figli di operai crescevano tra la merda – magari una sola stanza umida dove viveva un unico nucleo familiare – e gli schiaffoni.
Le case popolari erano poche, o in costruzione, e i più poveri vivevano in vecchie case, nel centro della città, ora diverso da allora, rifatto e restaurato.
Era così, allora.
Questo per dire: sono cresciuto in un ambiente violeno che mi fece diventare violento.
Facevo a botte tutti i giorni o quasi, l’importante era che mia mamma non lo sapesse. Il motto della mamma era: Se torni a casa e mi dici che hai preso delle botte te lo do col battipanni; se so che hai picchiato qualcuno… te le do col battipanni.
Già ne prendevo col battipanni: per via delle note, per via dei brutti voti.
(In prima elementare avevo un maestro che, così, per dimostrarsi “aperto” verso i figli della grande industrializzazione parlava spesso in dialetto vercellese).

Avrò avuto sei, sette anni, la prima volta che feci il mio primo incontro con la violenza che ti fa piangere, perché non la capisci.
Dove oggi a Verecelli c’è la Camera di Commercio, negli anni Sessanta c’era un cantiere abbandonato. Avevano scavato per costruire le fondamenta di qualcosa, e avevano lasciato “la buca”, così noi ragazzini, figli di operai, ma c’erano anche figli di prostitute e figli di gente per bene, ci davamo appuntamento lì.
Quella sera avevamo appena fatto un funerale a un gatto. Trovato morto.
Gianna (nome di fantasia), che era figlia della buona borghesia, lo avvolse in una coperta, facemmo un piccolo corteo, qualcuno lo sotterrò, ci facemmo il segno della croce.
Gianna era l’unica bambina. Parlava poco, e noi avevamo una certa soggezione di lei. Ma forse solo perché parlava poco.
Giorni prima, il fratello di Gianna, ci aveva invitati a vederle la patatina, ma a pagamento. Per cinque lire lei si alzava la gonnellina, senza mutandine. Qualcuno – i più arditi, i più grandicelli – oltre a guardare si sbottonavano e si toccavano.
Insomma, giorni prima il mio vocabolario si era arricchito di una parola nuova, perché qualcuno diceva “che bello, mi faccio una sega” prima dell’esibizione di Gianna.
Torniamo al funerale. Alla fine giochiamo, chi al fazzoletto, chi a far la lotta. Io, che dovevo rientrare, guardo un ragazzo più grande di me, incuriosito. Non avrei dovuto.
Cazzo hai da guardare, e arrivò il primo ceffone, forte, in faccia. Cercai di non piangere, ma non ci riuscii. Accadde però che arrivò un vendicatore solitario. Un ragazzo ancora più grande di noi, che non conoscevo. Lavorava già. Al funerale non c’era, lui. Quando vide che mi ero beccato uno schiaffo venne in mio soccorso: mollò un calcio al mio aggressore, e poi mi consolò con una caramellone verde che aveva dentro… il suo fazzoletto. Un fazzolettone che pulito, certo, non era.
Mi rivedo che piango e mangiò il caramellone.

Imparai a darle. Se le dai ti rispettano. Pugni, testate, morsi. A volte esagerai, credo.
Una volta feci a botte contro un’intera squadra di calcio. Io e i miei amici dell’oratorio (ma mica eravamo amici) avevamo perso, punteggio umiliante: dieci a zero. Ci sta. Ma non ci sta che alla fine ti prendan per il culo. Feci a botte contro undici, prima da solo e poi in due contro undici, perché uno della mia squadra, almeno uno (era quello che aveva arricchito il mio vocabolario della parola “sega”), venne in mio soccorso. Che strani che sono i ricordi, però: non ricordo affatto se quelle botte facevano male.

Dieci anni dopo.
E’ una bella sera d’estate, vado a cercare gli amici dell’oratorio. Non li trovo. A un certo punto sono investito da un getto d’acqua, forte, e, subito dopo, sento delle risate, sguaiate. Tre ragazzi che conoscevo si erano introdotti in una villa, approfittando dell’assenza del proprietario, e con la gomme che serviva per innaffiare il giardino avevano innaffiato me, protetti da una cancellata.
Non mi piacque quello scherzo. Li insultai, volevano fare a botte con tutti e tre. Macché: più li insultavo e più ridevano.
Due di loro erano siciliani. per cui sapevo bene come farli uscire allo scoperto: dicendo male della loro mamma.
Figli di troia, dissi io.
Cazzo credi di fare paura, dissero loro.
Mi ritrovai a fare a botte con tutti e tre, e andava bene così: le prendevo e le davo, le davo e le prendevo. La zuffa però degenera: perché vedo che sanguino, perché sento che mi hanno strappato la camicia, la camicia nuova, a righe sottili verdi, appena comperata da mia mamma alla Upim, cazzo.
Divenni una furia. Mentre due continuavano a mordermi e tirare calci, io, con il braccio sinistro affrerrai la testa del più grande, e con la mano destra, gli diedi dei pugni, che non erano solo pugni: perché per fare male – erano cose che facevamo – il mio pugno chiuso comprendeva anche una pietra.
Furono cazzi amari quando tornai a casa.
Ma soprattutto: per la prima volta capii che dovevo avere paura di me stesso.
Fu l’ultima volta che feci a botte.
Nei giorni successivi, la mamma del ragazzo tempestato dai miei pugni rafforzati da una pietra disse a mia madre che a suo figlio erano pure caduti i capelli.

Lo vedo ogni tanto, quel ragazzo. Andiamo a prendere un caffè insieme, parliamo o di Vercelli o dei vecchi tempi. Uno di quei ragazzi che quella sera d’estate mi aveva annaffiato ero suo fratello, che è morto pochi anni fa. Io e A. abbiamo in comune quindi tante cose: le botte che ci siamo dati, due fratelli più giovani di noi morti, i ricordi.
Non gli ho mai detto che se ho imparato a controllarmi, che se non ho più fatto a botte lo devo a lui (però appena lo incontro, è più forte di me, gli guardo i capelli: è stempiato, ma ne ha, ne ha…).

Erano brutte la case a ringhiera, non c’era che un cesso per più famiglie, fuori, erano umide.
Io sono cresciuto in un bel condominio, certo la casa era piccina perché i miei erano portinai, ma avevo la vasca da bagno (anche se l’acqua calda c’era solo la domenica, costava troppo averla tutti i giorni).
Mesi fa è venuto a trovarmi un ragazzo di quegli anni. Viveva in uno stanzone con la madre, prostituta, la nonna, i fratelli.
Lui scappò via da Vercelli. E’ diventato qualcuno. Tornò, quando sua madre si ammalò. Gli ho comperato una casa, è morta serena, mi ha detto.
Pure lui, ricordo, faceva spesso a botte. Ora si interessa di”cose artistiche”, a volte so che è anche in televisione, solo che io la televisione non la guardo.
Mica erano belli quegli anni. C’erano maestri che ci crescevano a calci in culo, c’erano gli ospizi, c’era tanta povertà.

Il ricordo più brutto è l’ospizio dei poveri. Ci andavo la sera, a prendere un mio amico, lo caricavo in bici e poi saremmo andati all’allenamento della squadra di calcio.
Vedeo i più piccoli, bimbi tra i sei e i dieci anni: per mano, che facevano il giro del cortile prima di andare a letto. Se penso alla parola “triste”, io, rivedo i loro volti.

Libreria Centofiori: le foto di Marina Magri

Annarita Briganti, io, Laura Bosio

Dovrei dire troppe cose, della presentazione di Bastardo posto, martedì a Milano. Dico grazie a tutti.
Le presentazioni o vanno così così o un po’ peggio di così così. A volte vanno benissimo (mi succede a Sermide) a volte vanno bene (ma il merito non è tuo): ecco a Milano è andata bene. Forse di più. Dovrei dire troppe cose (sull’amica che non vedevo da vent’anni, su Mirta e della lettera che ha postato su Face, su Sarah, Sandra, Margherita, Cristina, Annamaria, Donatella, Massimo). Lascio le foto di Marina Magri.

No, una cosa la racconto. Alla fine viene da me una signora anziana, ma giovanile e sorridente. Mi porge il libro da firmare poi mi fa: Sa, vivo a Milano ma da ragazza ho fatto il Classico a Vercelli.
Sa signora che io abito proprio a due passi?, le ho risposto.
Credo,a ma me lo immagino, che lei a Vercelli non sia più tornata (l’avrà saputo che Pavese aveva fatto supplenze proprio al Classico?)

Federico Libero, stufo di star fuori, mi sta chiedendo: come è andata la presentazione?

A proposito di Yates

Quando posso parlo e scrivo di libri, ma con cautela: perché per me il libro è un incontro di chi lo legge con chi lo ha scritto.
Dal linguaggio al contenuto a quello che un libro trasmette: chi siamo noi? (chi io?) per entrare nella testa di un altro?
(Quindi quando parlo di un libro, per esempio al bar o in ufficio, faccio sempre attenzione a ripetere per me. E ricordo con piacere le letture degli articoli di Beniamino Placido: mi faceva capire se quel libro e quell’autore potessero avere affinità con me.)
E parlo poco di racconti: ne leggo, ma non mi entusiasmano. Al massimo dico di aver letto un bel libro di racconti.
Ma quando ho chiuso l’ultima pagina dell’ultimo libro letto, Bugiardi e innamorati, (racconti appunto) di Richard Yates (Minimum Fax, 13,50 euro), ho pensato d’aver letto il più bel libro di racconti della mia vita (se non sbaglio il primo fu I quarantanove racconti di Hemingway). Oddio, non penso d’essere in grado né penso che si possa raffrontare, per esempio, Yates a Gogol, ma nemmeno Yates a Calvino, o forse sì, si può tutto, invocando il diritto del lettore a scegliere: tu dovessi portare un solo libro di racconti su un’isola deserta… o anche solo in vacanza, che porteresti?
Allora torno a Yates. Aveva un chiodo fisso: la famiglia, l’unica cosa, diceva (la sua vita era stata segnata dalla separazione dei genitori), che meritava d’essere raccontata. Ma sarebbe riduttivo definire Yates come lo scrittore della famiglia, penso sarebbe meglio definirlo lo scrittore che sa scavare – e a volte volutamente si ferma – sui rapporti umani delle persone del suo tempo.
Ma a me è piaciuto soprattutto come è scritto il libro Bugiardi innamorati: è un libro di racconti che sembra scritto come un romanzo.
Provo a spiegarmi. Sarà una tara mia, ma spesso (quindi non sempre) lo scrittore di racconti, mentre lo leggo, è come se mi dicesse, Questo è comunque un libro di racconti, devo sintetizzare, sorvolare, ridurre.
Insomma: il romanzo è un’altra cosa. Non meglio o più facile o difficile o complesso: è altro (il cosidetto “respiro lungo”, forse).
Ho scritto non sempre e ribadisco: magari è una tara mia (trovo frettoloso Calvino e per niente frettoloso il meno elegante ma pungente Piero Chiara), sta di fatto che mentre leggevo il suddetto libro di Yates mi son trovato a pensare (pensiero bislacco, succede a tutti, no?), questo sembra scritto come un romanzo.
Anche perché la bravura di Yates – la cui scrittura a mio avviso è semplice – è di saper mettere tanta ma tanta carne al fuoco – personaggi, incisi, flash back – senza però che il lettore se ne avveda: e questa per me è una sorta di magia della sua scrittura.
Yates, che insegnò scrittura ma che sostenne che la scrittura non si insegna, diceva d’essere diventato scrittore grazie alle letture di Flaubert e Scott Fitzgerald.
Io dico che anche Yates può insegnare.
Di più: penso possa piacere anche a chi legge poco, e non è da tutti.
Prendetele come impressioni, comunque, ma se siete o aspiranti scrittori o estimatori di racconti e non avete letto Bugiardi e innamorati magari dategli un’occhiata quando andate in libreria.
(Che poi a me la casa editrice Minimum Fax non sta nemmeno particolarmente simpatica. Non mi ha mai bocciato un manoscritto, ma da un po’ di tempo, mi pare, ha deciso di non leggerne più, affidandosi quindi ad agenti o chissà che; e questa non è né cosa buona né giusta. Anche se io, di manoscritti, ora, non ne ho).

PS Ottima anche la prefazione di Giorgio Vasta su Yates: bella come un racconto.
Prossimo libro di racconti da acquistare: Andre Dubus, Voci dalla luna, dal 20 aprile in libreria per Mattioli 1985. Dubus, un amico di Yates, nella sua vita (a quanto ne so) scrisse solo sceneggiature e racconti. E, a quanto pare, era bravo come Yates.

Fa’ che ogni tuo giorno conti

Credo, ma dovrei andare a verificare e su internet non c’è nulla (perché su internet non c’è il mondo), credo dicevo che il colonnello Possis sia stato un comandante dell’esercito che combattè la guerra di liberazione contro i tedeschi.
Il ricordo è vago, risale, addirittura, al 1987, quando iniziavo a imparare il mestiere di giornalista.
Mi chiesero la disponibilità per una domenica mattina: a Livorno Ferraris, centro lontano da Vercelli una ventina di chilometri, c’era, appunto, l’intitolazione di una piazza al colonnello Possis.
Andai, arrivando presto (un bravo giornalista arriva sempre prima), scattai qualche foto, presi appunti (ma un bravo giornalista poi difficilmente ne ha bisogno, ché il pezzo lo scrive mentre vede), scrissi il pezzo.
Nel bloc notes degli appunti, però, ce n’era uno sottolineato, che mi colpì. Durante la cerimonia di intitolazione il sindaco di Livorno Ferraris lesse alcune pagine del diario del colonnello Possis. Pensieri, più che altro, cose veloci.
Fa’ che ogni tuo giorno conti.
Mi piacque, fu amore a prima vista, perché mentre prendevo appunti mi chiedevo: come sono i miei giorni?
Fa’ che ogni tuo giorno conti.
Da allora ho preso l’abitudine, qualunque cosa mi stia capitando-succedendo e dovunque io sia, di leggere almeno qualche pagina di un libro e di fare due passi guardando il cielo. Ci riesco nove giorni su dieci.
Fa’ che ogni tuo giorno conti.
(E’ il segreto – credo – per non vivere da moribondi).

ricapitolando

Ricapitolando (in una bella giornata primaverile ma, per me, infestata da dolori alla testa e alla schiena e da noptizie punto belle arrivate per posta ordinaria): martedì con Laura Bosio, alla libreria Centofiori di Milano, presento Bastardo posto. La notizia è anche su Corriere.it. Introdurrà Annarita Briganti.
Su Bastardo posto è apparsa questa lusinghiera recensione, apparsa su Libri consigliati, l’ultima in ordine di tempo.
Quest’anno è uscito anche Il monastero della risaia: e questa è la prima segnalazione.
Altro da dire, al momento, non ho.

formaggino Susanna, credo

Un formaggino, oggi, mangiato più per curiosità (che gusto hanno queste cose qui?) che per fame (dopo l’insalata d’ordinanza) m’ha riportato alla mente i tristi panini al formaggino della mia infanzia, che per fortuna si alternavano a quelli con l’olio (buono di Cortona) dal sapore punto triste, anzi mi rivedo che mangio pane o olio davanti alla tv, ed è una bella giornata, di sicuro sto guardando o Furia o Rintintin o Lassie, poi esco, vado a giocare, son giorni belli anche quando mangio pane e Nutella, tanta Nutella, tantissima Nutella, “Remo guarda che ti casca dal panino da quanta ne hai messa” diceva la mamma, ché infatti la Nutella e l’olio li dosavo io, a mio piacimento, mentre il formaggino (ricordo la marca Susanna, confezione verde, e il Mio) no,  la porzione quella era, e pioveva sempre quando lo mangiavo, di sicuro, la mamma (sempre lei) me lo faceva mangiare perché ero in castigo dal momento che (sai che novità) o avevo preso un brutto voto o di matematica (che odiavo) o di inglese (odiavo la professoressa: cazzo aveva da urlare, e perché quando interrogava partiva sempre dalle prime lettere dell’alfabeto?, ché io ero sempre, ma non potevo chiamarmi Vassini anziché Bassini?, ero sempre, dicevo, o il secondo o il terzo, così avevo più voti io di tutta la classe dalla lettera effe alla zeta), oppure, peggio, ero in castigo perché avevo preso una nota, ché se avevo preso una nota non c’erano né santi né cazzi, in casa per una settimana, niente tv, niente Nutella e niente pane e cacciatorino Citterio (che sarà sì un salame del cazzo ma a me piaceva, qualche volta ho quasi la tentazione di comperarlo; per esempio ho comperato del Vov, il mese scorso, ché da ragazzo il Vov andavo a berlo di nascosto, altrimenti erano scapaccioni, ma mica mi piace più il Vov, adesso), niente Citterio dicevo, ma solo panini, così voleva lei, la mamma, al formaggino, formaggino Susanna credo, però il primo primo, confezione da tre, deve essere stato il Mio, boh.

Don Milani e Ambrosoli

Su Carmilla un articolo di Girolamo Di Michele su don Lorenzo Milani.
(apprendo leggendo il blog della Lipperini).

Sul sito di Federico Grassi una mia video intervista allo stesso Grassi che, il primo luglio a Vercelli, con la compagnia degli Anacoleti, propone la versione teatrale di Un eroe borghese, il celebre libro di Stajano dedicato a Giorgio Ambrosoli diventato anche film (stesso titolo) per la regia di Michele Placido.
Di Giorgio Ambrosoli riparlerò, postando un mio articolo.

Don Milani e Giorgio Ambrosoli: due eroi isolati, a mio modo di vedere

buona giornata

Il manichino che è in noi

Uno scrive un libro, inizia a scriverlo, magari sa già come finirà e che ci metterà ventisette personaggi, nel libro.
Io, più o meno, sapevo come sarebbe andato a finire Bastardo posto. Molto più o meno.
Di sicuro non sapevo dove stavo andando a parare.
Mentre lo scrivevo, ancor di più mentre lori scrivevo,e  ancora di più dopo averlo scritto ho capito una cosa: che è un libro contro.
Contro il male. Contro la vigliaccheria. Contro la politica. Contro tutti, insomma.
Anche contro di me.

Paolo Limara, il mio protagonista, fissa un manichino: il manichino che è in noi.