Milano. Ambrosoli. Maria Lucia.

Martedì 22 presento Bastardo posto a Milano, libreria Centofiori.
O meglio: sarò presentato. Leggete qui, se vi va, ovvio.
Su Bastardo posto, presto, ci sarà un booktrailer veloce e sintetico. Me lo sta confezionando un giovane regista vercellese, Davide Celoria, che di mestiere fa il cameraman, che da grande vuole fare il regista (ha già un film al suo attivo) e che ho conosciuto pochi giorni fa.

Ha ripreso me, nel ruolo di giornalista mezzobusto, mentre intervisto (meglio: dialogo con) Federico Grassi, attore di mestiere (si è fatto le ossa alla bottega di Gassman), che il primo aprile, sempre a Vercelli, reciterà Un eroe borghese, ispirato alla vita e alla morte di Giorgio Ambrosoli.
Su Giorgio Ambrosoli e sullo spettacolo sto scrivendo un pezzo, che posterò.

A proposito di booktrailer: vi segnalo questo (è cosa che faccio raramente).
Ma l’autrice e il libro valgono la mia piccola pubblicità.

Buone cose.

appunti sparsi sul pubblicare un libro

Se andate a leggere il primo post del blog che vi ho segnalato ieri (La vera editoria) e se avete un romanzo nel cassetto vi verrà la depressione.
L’autore del post (uno scrittore, ex editor, ora free lance) dice che gli scrittori che hanno pubblicato non la contano giusta.
Non la conta quasi mai giusta, per esempio, chi dice di essere stato scoperto grazie al proprio blog, non la conta quasi mai giusta chi afferma di avere inviato il manoscritto, e basta.
Dice, l’editor ora free lance, che su 10 manoscritti:
3 sono consigliati dalla agenzie letterarie;
6 vengono pubblicati tramite conoscenze di editor o scrittori o amministratori di una casa editrice;
uno solo viene pescato tra i manoscritti inviati.

Non so dire quanto siano giusti questi numeri; le case editrici, si sa, fanno leggere, meglio, fanno sfogliare i manoscritti e, a volte, ne scelgono qualcuno.
Ma la mole dei manoscritti fa anche sì che le case editrici preferiscano leggere quelli segnalati (o raccomandati, fate voi).
La mia esperienza, che è piccola, che è poca cosa, è questa:
si può arrivare alla pubblicazione inviando un manoscritto; certo occorre farne cento di invii.
si può arrivare alla pubblicazione se si conoscono editor o scrittori, insomma se si sgomita; i timidi (e io son tra questi) sono fottuti o quasi; per esempio c’è chi arriva a pubblicare facendosi notare in un corso di scrittura creativa.
si può arrivare alla pubblicazione se si lavora in una casa editrice, magari comne editor (magari poco pagati).
si può arrivare alla pubblicazione inviando il proprio manoscritto a un agenzia letteraria?
da quanto ne so io no; non conosco uno scrittore esordiente, dico uno, che sia stato scoperto da un agente.
Ma magari mi sbaglio, ce ne saranno.
(Piuttosto. Conosco una persona che ha lavorato per un’agenzia, doveva proprio leggere i manoscritti degli esordienti. Il suggerimento che le davano era: dì a tutti che hanno potenzialità. Chiaro: così avrebbero rispedito altro, a pagamento).

E comunque: la logica del “se conosci è meglio, così almeno ti leggono” a me non piace.
Ho scritto un romanzo, due anni fa. L’ho spedito a trenta case editrici. In venticinque non mi hanno risposto. Quattro han detto che no, non interessava. Di queste quattro due mi hanno mandato il parere dei rispettivi editor.
Allora, l’editor numero uno dice per esempio che il punto forte del libro è il finale; l’editor numero due, invece, dice che il finale è il punto più debole…
Mentre attendo che si facciano vivi i venticinque che non mi hanno risposto mi accingo a firmare per Perdisa pop, che pubblicherà il romanzo (Vicolo del precipizio) a fine anno.
Sinceramente: nei giorni pari penso di essere stato fortunato, come scrittore (la Newton Compton che nel 2007 mi contattò dopo aver letto sul mio blog che stavo scrivendo un libro penso sia fortuna, no? Aver conosciuto ed essere stimato da Luigi Bernardi, invece, è sicuramente un evento fortunato); nei giorni dispari no; ma penso anche che la mia “non propensione” a sgomitare, a insistere con editor o critici, non mi favorisca di certo. Ma piangersi addosso non va bene. Va bene leggere, scrivere, studiare, insistere. Informarsi, anche.
Buon sabato
(per ora non piove, a dispetto degli stregoni delle previsioni del tempo. Ora che ci penso: avevo una gatta che non sbagliava mai: quando si grattava le orecchie in un certo modo sicuramente stava per arrivare la pioggia; il gatto che ho ora no: si gratta in continuazione, perché è sporco, perché combatte).

domani forse piove

C’è un bel sole oggi ma quelli che lavorano con me dicono che domani piove, perché così dicono le previsioni del tempo. E domenica pure (e pensare che io domani volevo fare un salto a Genova).
Non le guardo mai le previsioni del tempo, non le sopporto. Mi piace svegliarmi, sentire la pioggia e cristonare perché chissà dove ho messo l’ombrello, oppure sorridere come uno scemo in direzione del cielo.
Comunque le previsioni del tempo a volte non ci azzeccanno e quando non ci azzeccano ne son contento.
Poi.
Tramite fecebook (dal profilo di Antonio Prudenzano) ho appena scoperto un blog che, punto primo, non conoscevo, punto secondo, mi pare interessante, punto terzo, segnalo a tutti coloro che si cimentano con la scrittura.
La vera editoria, si chiama.
Leggete questo post, per cominciare.

Aggiornamento: il blog in questione è per davvero interessante.
Leggete anche questo post (intanto il sole è andato via…).

L’indiano e la cosa bruttissima

Vita di redazione / 2
Una mia vicina di casa nei giorni scorsi mi dice: Alcuni miei parenti ospitano un indiano, che per la prima volta è qui a Vercelli, le interessa per il giornale? Magari un’intervista…
Vede, la signora, che non sono troppo entusiasta della cosa: di indiani, magari interessati alle risaie del vercellese, ne vengono spesso.
Poi. Sempre nei giorni scorsi un collaboratore del giornale mi aveva chiesto un incontro.
Ho un problema, mi aveva detto, ho invitato dieci indiani e loro vorrebbero tanto andare a Roma a vedere il Papa, è la prima volta che vengono in Italia, forse l’ultima. Il mio collaboratore mi aveva quindi domandato se ero disposto ad aprire una sottoscrizione per pagare l’aereo da Milano o da Torino per Roma, così da pagare il viaggio ai dieci indiani.
Gli avevo detto di no; spiegando che le sottoscrizioni sono quasi sempre mirate a bimbi malati, o a casi disperati.
Il mio collaboratore (scrive da un paesino , deluso, aveva aggiunto: Ho provato a chiedere anche in Vaticano, mi dice, ma mi hanno risposto picche.
Te pareva. dico.
Ma torniamo all’indiano della mia vicina di casa. Stamani vengo a sapere che effettivamente è un indiano: un capo della tribù dei Piedi Nero, un pellerossa insomma.
Cazzo, ed è già partito.
Certo che lo avrei fatto intervistare. Gli avrei fatto chiedere cosa pensa di film come Balla coi lupi o, meglio, come Soldato blu.
E magari gli averi fatto chiedere (ma forse forse avrei voluto intervistarlo io) se ha letto il bellissimo libro di Vittorio Zucconi dedicato a Crazy Horse, Gli spiriti non dimenticano.
Del libro ricordo un particolare: che la Chiesa smise di mandare missionari tra i Sioux perché succedeva che invece di convertire si convertissero alla religione del Grande spirito.
Ero dalla parte dei pellerossa, io, da ragazzo. Sempre. E lo sono ancora.

Ieri sera mi arriva un SMS. E’ di uno dei sette giornalisti della redazione, “lo sportivo”.
Leggo: è successa una cosa bruttissima…
Vado avanti a leggere: è morta una bimba di due anni, quando aveva due mesi le avevano diagnosticato un tumore al cervello; le cure al Meyer di Firenze non sono servite.
Il giornalismo di provincia è (anche) fatto di queste così.
Sei “più dentro”.