Donne e la gente giovane, colta, perlopiù di sinistra

Avrò avuto diciassette, diciotto anni. Andai in ferie a Cortona e mi innamorai di una ragazza romana. Perdutamente. Finì tutto a settembre, quando feci il mio primo viaggio da solo per andare a trovarla: i suoi genitori, gente molto cattolica, mi impedì di vederla spedendola da dei parenti, via da Roma, olé.
(Lei comunque, anni dopo, ripagherà tante amorevoli attenzioni: fuggendo con un quasi cinquantenne, padre di famiglia…).
Anche il mio Amico migliore di quel periodo, lui di anni ne aveva tre più di me, la stessa estate si innamoro perdutamente: di una ragazza del suo paese, mogli e buoi dei paesi tuoi sembrava la formula fortunata.
Passammo l’autunno, io e questo Amico migliore, a fare le ore piccole raccontandoci.
Lui toccava il cielo con le dita e la mano tutta: aveva trovato la ragazza della sua vita, perché era bella, la più bella del suo paese, perché era intelligente; lo avrebbe raggiunto, sarebbero andati a vivere insieme o a Milano o a Torino, avrebbero lavorato e studiato.
Poi, questo mio Amico migliore, da quella ragazza aveva ricevuto un gran regalo: c’era stato insieme, una notte intera. Per lui era la prima volta, per lei no, ma chissenfrega diceva lui, e chissenefrega dicevo io, eravamo gente che ascolta gli Intillimani e i Genesis mica Orietta Berti.
Chissenefrega un cazzo. Perché quando questo mio Amico migliore, a Natale, andò a trovare la sua ragazza, tutto andò all’aria.
Quando tornò mi disse: L’ho scopata per l’ultima volta.
Sembrava una scena di c’era una volta in america (per la colonna sonora c’era il juke-boxe del bar).
Che è successo di tanto grave da mandare all’aria tutto?, domandai io.
E lui mi spiegò: in paese gli amici (gente giovane, colta, perlopiù di sinistra) e i parenti (borghesi fin che vuoi, ma in certi casi vanno rivalutati) gli avevano fatto notare che la ragazza più bella del paese se l’era fatta tutto il paese.
Io gli dissi, Magari stai facendo una cazzata, ma lui ormai ci aveva messo una pietra sopra.
Gli dissi anche: E perché non te l’hanno detto prima?
E lui: Pensavano che lo sapessi e che per me non fosse una cosa seria.
(Per la ragazza la cosa era seria: dopo l’estate si erano sentiti al telefono tutti i giorni, si erano scritti anche tutti i giorni. Mica c’era la chat di google allora).
Io un po’ ci restai male. Perché quella ragazza bella e intelligente, e che non conoscevo, mi stava simpatica.
Lui perse un sogno e io un Amico migliore: perché da quel giorno s’incattivì.
Si è trasferito, lui. Ha moglie, figli, una bella casa mi dicono. In vent’anni l’avrò visto tre, quattro volte. Pochi minuti. Un viso insoddisfatto.

E comunque. Questo mio Amico migliore di tanti anni m’è venuto in mente tre anni fa, a capodanno. Un brutto capodanno. Invece di girare senza una meta, aspettando che passi, come piace a me, avevo detto sì a un invito. Gente simpatica,giovane (dai trentancinque ai quarantacinque) colta, di sinistra (moderata).
Va di noia fino alla mezzanotte. Poi, complice il vino buono e gli spumanti e i liquori, le lingue si sciolgono e perdono inibizioni e freni, altrimenti che capodanno è, giusto?
E qualcuno comincia a parlare dei bei tempi della scuola e delle mele, insomma. Di quello che andava con quella che poi però ha sposato quell’altro.
E va bene.
Di quella che nei bagni faceva i pompini a questo e a quest’altro. Di quella poi che è stata con quello e con quello e poi con quello ancora, e con quello ancora una volta l’hanno vista in pieno giorno dietro la chiesa di…: i maschi raccontavano e le femmine ridevano.
Io quella notte di capodanno pensavo al femminismo e a quel mio Amico migliore. E alle voci: di gente giovane istruita, perdipiù di sinistra.