“cose” al salone

Ho salutato gente, non ho salutato gente che dovevo vedere, perché il salone del libro, specie se ci si va per due mezze giornate, è un gran casino. Peggio, poi, se ci si va con un bimbo piccolo da inseguire perché non vuol dare la mano e strilla.
Alla stand di Perdisa, comunque, ho rispettato il mio turno (dovevo firmare copie di Bastardo posto dalle 10,30 alle 13 di domenica).
Sabato, il piccolo, proprio nelle vicinanze degli stand di Marcos y marcos e Perdisa, dove io stazionavo, ha dato spettacolo. Sento che qualcuno dice: Guarda quel bambino, pazzesco, non ha paura.
Alzo lo sguardo e vedo Federico Libero che sta giocando con gli attivisti di Greeen Peace travestiti da scimpanzé; a differenza degli altri bambini che fuggono lui ci gioca, li tocca, e la gente lo fotografa.
Mi avvicino, veglio fargli anche io una fotografia con il mio iPhone. Mentre lo sto par fare una signora, da dietro, mi tocca la spalla e, seria in viso, mostrando la sua macchina fotografia, mi fa, Si sposti che devo fotografare il bambino.
Se permette signora, dico, quel bambino sarebbe mio figlio.
Oh mi scusi, dice…

Gente che incontri, al salone. E discorsi che senti. Per esempio mentre mangio sento che al tavolo vicino tre uomini stanno parlando male di alcuni scrittori che io conosco. Dei tre, si dà il caso, ne conosco uno, che non mi ha visto: è uno scrittore pure lui.

Oppure.
Una giornalista (brava) di una radio locale (molto quotata) mi dice: Gli scrittori italiani? Be’, tanti se la tirano, devi fare le acrobazie per intervistarli. Con gli stranieri è tutto diverso, dicono sì e si rendono subito disponibili.
Non mi ha stupito sentire questo.

Vado di corsa, ora. Stasera il giornale lo chiudo tardi tardi, causa elezioni. Cenerò, se va bene, attorno all’una di notte.