piccoli poi vecchi

Giorni grigi, quasi neri, questi. Eppure è Natale e Natale, per quelli nati poveri come me, significa ricordare i giorni più belli: di quando in casa c’era l’odore di cose buone, di quando la mamma non avrebbe controllato se avevi preso brutti voti, di quando lo aspettavi con ansia il Natale, perché sarebbe arrivata una pistola o un libro, per sognare altri mondi andavano bene entrambi.

E mi son detto ieri sera, rincasando (ero in macchina, guido sempre meno e faccio bene, ché quando guido sono badato e penso), mi son detto che insomma sono quello che immaginavo sarei diventato quando ero piccolo, no?
Immaginavo di fare lo scrittore, e infatti scrivo. Immaginavo di fumare la pipa, e infatti la fumo (alternandola coi toscani). Immaginavo di avere la barba bianca alla George Moustaki (oddio, non è che avere la barba bianca sia una gran cosa), immaginavo e speravo di diventare uno scrittore (e non è che sia una gran cosa, esserlo).
Oddio, da piccoli si immaginano tante cose, alcune diventano vere altre restano bugie.
La bugia più grande è pensare che i grandi siano grandi.

Da adulti, poi, scientemente, decidiamo di dirci delle bugie: vedendo dei vecchi in un reparto d’ospedale  pensiamo che sia cosa che non ci riguarda. Resteremo giovani sempre: come Berlusconi e certi attori.

Son lì, alcuni vecchi, spaesati. Quelli soli si mettono davanti le mani alla faccia, hanno paura, hanno. Come un bambino senza mamma.