La donna che parlava con i morti e la ragazza che piange per strada

Prima cosa.
Una bella recensione su La donna che parlava con i morti, Newton Compton.
E’ un libro fuori catalogo, uscito cinque anni fa.
E’ anche il mio libro che ha venduto di più (dopo la prima tiratura di 4mile copie ci fu una ristampa, di 1500) ed è un libro a cui sono particolarmente affezionato.
La recensione: http://www.thrillercafe.it/la-donna-che-parlava-coi-morti-remo-bassini/#more-7003

Da la donna che parlava con i morti alla donna, o ragazza che piange per strada.
Ho appena riletto i commenti al predente post. Ed è tornto un ricordo.
Estate del 1976, sono a Celle Ligure, ospite di un mio compagno di scuola.
Lui è in spiaggia, io in giro, da solo. Mi fa compagnia un libro: Il profeta armato, di Isaac Deutsher.
E’ un pomeriggio noioso e senza fine, sto camminando.
Vedo una ragazza che piange, una bella ragazza. Piange ed è agitata.
Nnn so che fare. Maledico la mia timidezza.
Maledico due, tre, cinquanta volte la mia timidezza quando vedo che un ragazzo, che avrà più o meno vent’anni come me, sta facendo quello che forse avrei dovuto fare io.
Si è avvicinato alla ragazza, e le sta parlando.
Lei continua a piangere, però.
Lui insiste: parla e le posa, ma con dolcezza, anche una mano sulla spalla.
La ragazza, improvvisamente, lo guarda: poi gli molla un ceffone e se ne va.
Andai a comprare un gelato, mi pare.

Immagini da ricordare

Quattro ore a Firenze per il mio compleanno numero 56, ieri (proveniente da Cortona).
La prima tappa è pratoliniana: “La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce”.
Poi piazzale della signoria. Poi… Firenze.
Una cena da Mario o Marione, due passi per la città che ho sempre sognato: fin da ragazzo, per me Firenze è la più bella di tutte.
Stiamo tornando alla macchina, io Francesca e il piccolo. Alle spalle ci sono gli Uffizi, sulla destra il Ponte Vecchio, a sinistra, in alto, domina San Miniato.
Il cielo è senza stelle, di un blu che comunque sa ancora di estate.
Gli Uffizi, San Miniato, l’Arno.
Immagini da ricordare.
Qualcuno guarda l’Arno.
Una ragazza guarda l’Arno. Improvvisamente, scoppia a piangere. Si copre il volto con le mani, appoggiandosi al parapetto, mentre le passiamo accanto.
«Perché piange la ragazza?» domanda il piccolo Federico Libero.
«Nono lo so», rispondo.
«Perché piange la ragazza?» richiede il piccolo, più volte.
«Non lo so». Penso alle immagini da ricordare.

Le 25 lezioni di scrittura di Giuseppe Pontiggia

Prendiamo gli avverbi.
Urgentemente. Ovviamente. Diligentemente.
Quando si scrivono, di getto, un libro o un racconto possiamo sbizzarrirci, quando invece rileggiamo e correggiamo (è buona regola farlo ad alta voce) dobbiamo interrogarci su ognono di loro, chiedendoci: serve?
Al quesito è facile rispondere. Si prende la frase e si toglie l’avverbio: se la frase lo reclama, significa che è necessario, se invece la frase corre bene così è meglio farne a meno.
Poi.
Come si diventa dei bravi scrittori? Sull’argomento ci sono un sacco e una sporta di risposte, non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Certo, di sicuro serve leggere tanto, di autori e stili diversi.
Ma un trucco per scrivere meglio c’è, uno almeno?
Ricopiare: ricopiare pedestremente dei brani di bella scrittura può servire.
Ma il grande, continuo, estenuante esercizio lo scrittore deve farlo con l’obiettivo di arrivare a una scrittura incisiva.
Questo – e molto altro – lo disse Giuseppe Pontiggia, nel corso di 25 trasmissioni radiofoniche, condite con un po’ di jazz (di cui era un grande intenditore) e da domande finali dei radioascoltatori.
Quell’appuntamento serale si chiamava: «Dentro la sera».
Sulla scrittura, non poteva esserci un miglior titolo: alcuni suoi aspetti sono chiari, come la luce del giorno, altri, invece, profumano di mistero (la puntata sulle sinestesie e su Rimbaud è, credo, una delle migliori).
Costano niente, e servono quanto o forse più di un, magari costoso, corso di scrittura creativa (un docente di questi corsi, recentemente mi ha confidato che le riascolta, periodicamente).
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Presentando «Dentro la sera», in un’intervista al Corriere della Sera, Pontiggia disse: L’ ascoltatore radiofonico è più concentrato di quello televisivo. E’ un pubblico attento alla parola, è un pubblico che non è distratto dalla cornice dell’ immagine. Per questo non ho mai voluto fare programmi in televisione