scrittura e politica

Mi hanno chiesto di “fare politica”. Lasciando, magari, il giornalismo. O la direzione del giornale, che essendo bipartizan non potrebbe avere al timone una persona comunque schierata. In un primo momento ho detto ci penso, in un secondo momento ho detto no, ultimamente ho detto ancora no, lasciando aperto un piccolo spiraglio.
Avrei voglia di fare politica: contro la casta, gli sprechi, le mafiette, le raccomandazioni, contro la malasanità.
Ma son cose, queste, che in parte posso fare anche da giornalista (ricordo una bellissima lettera che mi scrisse un collaboratore, anni fa. Era un collaboratore che in passato aveva militato, ottenendo anche incarichi, in un partito di sinistra. Mi scrisse: mi sento più libero con te…), ma il giornalismo, oggi più che mai, è in crisi nera, per tanti motivi.
Di identità, in primo luogo.
Perché ho detto più no che sì a un mio eventuale impegno in politica: perché in primo luogo io non saprei vivere senza scrittura, mi sentirei orfano della cosa più importante, a cui tengo di più.
Io credo che l’impegno politico preso per davvero sottrae e succhia forze ed energie. Già adesso, ci sono giorni che non riesco né a leggere né a scrivere.
Io di giorno vivo aspettando la notte: per poter scrivere, o anche solo pensare alla scrittura.
E questo prescinde dal riconoscimento o meno nell’editoria. Può darsi che io pubblichi ancora qualche libro, ma può anche darsi che Vicolo del precipizio sia stato l’ultimo atto, chissà.
Però uno spiraglio, piccolo piccolo, su un mio eventuale impegno in politica c’è ancora nella mia testa.
Oddio, si può fare politica anche scrivendo storie, no? Mal che vada si pubblicano in rete, su un blog.
E buona giornata

PS Mi han detto che sabato, per la presentazione di Vicolo del precipizio a Sermide, ci saranno pochi libri. Diciannove per l’esattezza. In magazzino non ce ne sono più. Buon segno.