Stupirsi (quello che è giusto)

Domenica 9 agosto, verso le 18, passa da Vercelli Freccia d’Europa, iniziativa di cui potete leggere
qui
e qui.
Mi telefona Giovanni Giovannetti, raggiungo il gruppo di camminatori che, prevenienti da Mantova, stanno facendo tappa da Vercelli (destinazione Strasburgo).
Saluto Giovanni, faccio un pezzo di strada con lui, parliamo. Poi succede che mi raggiunge mia moglie Francesca col bimbo. Continuiamo a camminare finché non arriva un violento acquazone. Saluto Giovanni, prendo il bimbo in braccio e cerco un riparo mentre Francesca va a prendere l’auto, così da raccattare me e bimbo.
Succede che come riparo trovo la tettoria di un capannone, che vale un po’ poco come riparo: prendo il bambino in braccio perché comunque ci stiamo bagnando, vuoi perché la tettoia protegge poco, vuoi perché dalla strada arrivano schizzi di auto che nemmeno rallentano.
Ne passano di auto nei venti minuti di attesa sotto la pioggia (e la tettoia che sporge poco).
Ne passano almeno venti-trenta, forse quaranta.
A un tratto mi stupisco.
Un’auto si ferma, a bordo ci sono due donne, madre e figlia. Mi sorridono, mi chiedono se ho bisogno di un passaggio.
No grazie, tra un po’ arriva mia moglie.
Mi stupisco e ringrazio.
Mi stupisco, ho detto.
Mi stupisco di un gesto normale. Non mi hanno stupito quelli che hanno visto un uomo e un bambino senza ombrello, bagnati, protetti da un pezzo di tettoia.
Ripenso alle due donne. Ai loro volti.
Erano in un’utilitaria.
Come la 500 del babbo, quando ero piccolo.
Lui si sarebbe fermato. Non ha fatto le scuole il babbo, ma si sarebbe fermato. (Ricordo che una volta ci fermammo, c’era stato un incidente. Si fermava nessuno. Noi ci fermammo, c’era gente insanguinata, fu il babbo a chiamare l’ambulanza…).
E a fermarmi non me l’ha insegnato l’università o leggere, ma un padre e una madre che hanno fatto la terza elementare mi hanno insegnato che quando è necessario si deve dare una mano, perché è giusto così.

Una volta era un paese: il libro di Stefano Tallia sulla ex Jugoslavia

Chi conosce la città e la sua storia, racconta che pro-
prio nelle vie del centro i serbi uccisero decine di perso-
ne incendiando il quartiere prima della fuga. Da allora
sono passati dodici anni ed è come se la scena si fosse
cristallizzata, come se nessuno avesse più avuto il co-
raggio di occupare quelle case, abitate per sempre dalle
anime delle vittime. A ben vedere, la sola cosa nuova è
il monumento in memoria dei miliziani dell’UÇK eretto
nella piazza tonda poco distante dalle case incenerite:
vedetta del nulla.
Ma a martirizzare Gjakovë non sono stati solo i ser-
bi. Quando la Nato iniziò a cannoneggiare con le bom-
be all’uranio impoverito le milizie di Milošević in fuga,
questa fu una delle regioni più colpite. Chiunque si fer-
mi in Kosovo per un lungo periodo sa bene quanto al-
cuni comportamenti alimentari siano sconsigliati: bere
acqua corrente, utilizzare il latte di produzione locale e
cibi che possano avere in qualche maniera assorbito la
radioattività che si presume esista sul terreno.
I kosovari tutto questo lo sanno, anche se nessuno
pare avere voglia di affrontare il problema. Lo sa bene,
ad esempio, il signore che a Gjakovë ci affitta la casa e
che gestisce un piccolo negozio di alimentari.

tratto da “Una volta era un paese”, un libro sulla ex Jugoslavia del giornalista Stefano Tallia.
La casa editrice è nuova, anzi neonata: Scribacchini editore.
Giovedì 6 alle 18 verrà presentato alla libreria Sant’Andrea, a Vercelli.

Furia, non solo amarcord

Mangiando pane e Nutella, oppure pane con l’olio buono fatto arrivare dalla Toscana, oppre pane e stracchino vedevo la tv dei ragazzi.
Arrivò che avevo 11 anni, la televisione, quando nacque mia sorella. Prima d’allora, la vedevo solo la sera, al bar. Raramente c’era qualche western: me lo divoravo con gli occhi.
Mio figlio Federico Libero, 3 anni e 4 mesi, non guarda la tv. Non la guardiamo io e Francesca, non la guarda lui. Vede qualcosa quando va dai nonni.
Però c’è youtube, e su youtube al mattino quando si sveglia e la sera prima di andare a letto vuol vedere Peppa Pig, Sam il pompiere, Lego City.
Son le cose più gettonate oggi dai bambini, sia in tv che su youtube.
Stasera però l’ho stupito.
Gli ho detto guarda. E ha guardato senza fiatare Furia prima puntata e poi Furia seconda puntata. In bianco e nero. Senza effetti speciali. E non mi ha chiesto di vedere Lego City, no, avrebbe continuato a vedere Furia quando sua madre è venuto a sottrarmelo, davanti al pc, per portarlo a letto.