Il giorno dell’addio

Oggi, venerdì 14 febbraio 2014, sulla Sesia, il giornale che ho diretto per nove anni (dopo una lunga gavetta) c’è il mio pezzo d’addio ai lettori. Poi si volta pagina.

Dopo 27 anni di lavoro, qui alla Sesia, comprendendo anche gli ultimi 9 anni di direzione, eccomi giunto – è una separazione consensuale, questa, ma la scelta è mia – al giorno dell’addio.
Di tempo ne è passato da quel 23 settembre del 1986, quando mi presentai e, timidamente, dissi: Voglio scrivere, cronaca, sport, politica, va bene tutto.
Tutto iniziò da questa frase.
Dopo una settimana ricevetti il primo rimprovero. Della segreteria. Se vuoi restare qui, devi imparare a essere ordinato. Non ho imparato, chi ha visto la mia scrivania in questi 27 anni lo sa.
Era ancora, il giornalismo degli anni Ottanta, un bel giornalismo. In redazione c’erano solo macchine da scrivere e telefoni. E un fax, avaro di notizie. Se le volevi avere, le notizie, dovevi alzare il sedere più volte al giorno. Era, per la verità, anche un giornalismo senza tanti scrupoli.
Alcuni giornali sbattevano il mostro in prima pagina, alcuni piccoli imitavano.
Facendo danni.
E’ un errore esasperare la nera in provincia. Se scrivi il nome e il cognome di un diciottenne che ha fatto una sciocchezza, un piccolo furto, del fumo proibito, in provincia lo rovini, perché il passaparola, poi, è implacabile. Un piccolo vanto della mia direzione di questi nove anni: nessun nome di ragazzo autore di qualche sciocchezza, nessuna enfasi a certi suicidi dettati della depressione, magari di anziani. Di errori, comunque, ne ho commessi anche io. Spero pochi.
Ho dato voce a tutti, ma questo non è motivo di vanto: questa è la caratteristica principale della Sesia. E ho dato voce a chi non ne ha. Nemmeno questo è motivo di vanto: è il ruolo che ha il buon giornalista. Chi dà voce ai potenti è un servo, punto.
Come direttore, ho cercato di realizzare un giornale per i lettori. Non ho mai pensato di fare un giornale che piacesse a me, o alla proprietà o alla pubblicità.
La mia regola è stata: il lettore davanti a ogni cosa, e così ho fatto o cercato di fare.
Un esempio. La raccolta di firme che promossi nel 2008 per un ospedale Sant’Andrea migliore. Ne raccolsi 5mila in poco tempo. La gente o spediva, con numero telefonico o fotocopia di documento, o consegnava alla Sesia. Molti mi scrissero, anche, per complimentarsi di un’iniziativa politica scollegata da tutti: Sta dimostrando di essere indipendente sia dalla politica che dai ceto alto borghesi che pensano solo ai propri interessi…
Un’altra battaglia che mi è stata sempre a cuore, ma che non son riuscito a condurre come avrei voluto, è quella sull’ambiente. Sono cresciuto andando a fare i bagni al Sesia, io. Forse l’acqua era già inquinata allora. Di sicuro lo è oggi. Sono cresciuto respirando l’aria di Vercelli, come tutti. Un’aria che è sempre più malata.
Sembra (lo sostengono alcuni medici) che ci siano troppi tumori. Più che altrove. Per la prima volta (grazie al direttore dell’Asl Gallo, alla Fondazione e al Fondo Tempia) si farà un registro. Ma è poco. Poche sere fa, tra le 18 e le 19 camminavo in via Dante: ci vorrebbe almeno una mascherina per difendersi dai gas di scarico del traffico imbottigliato. Non va bene.
Io vorrei che questa città fosse per davvero vivibile. Con i piccoli negozi. Con i bagni pubblici. Con un tetto da offrire per le emergenze, con una mensa popolare. Con feste. E musica. E cinema.
E vorrei una città senza privilegi, senza gente di seria A, di serie B, e di serie C.
Fortuna che conosco qualcuno, fortuna che sono amico di questo o di quello sono frasi che dovrebbero sparire se vogliamo essere, per davvero, una città.
Torno a me. In questi nove anni, ma non ho mai dimenticato che prima del giornalismo, dei libri pubblicati, della laurea io sono stato un operaio, un disoccupato anche. Me lo sono sempre ricordato in questi nove anni di direzione. Ho sempre fatto la coda come era giusto che fosse. Pagato i ticket.
Non ho mai fatto richiesta del pass per la ztl. Ce ne sono già troppi.
Sì, me ne vado, ma a testa alta.
E comunque. Ancora pochi minuti e diventerò un corpo estraneo a questo giornale: mi fa effetto dirlo. Mi fa effetto perché, già lo so, mi mancheranno le chiusure, la sera tardi, o il primo caffè, appena arrivavo in redazione. Mi mancheranno anche le notti trascorse in redazione a lavorare. Una volta mi addormentai. Mi risvegliò la luce del sole, era estate. Corsi a casa. E incontrai per la strada i volti assonnati dei pendolari.
Senza pendolari e senza l’azienda più grande che abbiamo, cioè l’Asl, Vercelli sarebbe morta e sepolta, questa è l’amara verità. Ho detto anche cose scomode in questi anni, e quindi qualcuno brinderà. Va bene così.
Lascio La Sesia, ma sono e sarò ancora un giornalista e uno scrittore.
Insomma, scriverò ancora, e magari organizzerò dei corsi di scrittura per insegnare quello che so, e, inoltre, cercherò di aggiornarmi. Sono tempi di profondi cambiamenti, questi.
Saluto tutti ora, il consiglio di amministrazione de La Sesia, i colleghi giornalisti (compagni d’avventura di questi nove anni), le grafiche e la segretaria (che lavorano con professionalità e tanto ma tanto attaccamento al giornale), il personale dei servizi pubblicitari, gli stampatori, e Patrizia della Seal, che sentivo tutte le settimane per la tiratura, i sindacalisti della Subalpina.
E infine saluto e ringrazio i collaboratori – che per un giornale locale sono come il sangue che circola nel corpo umano, e lavorano più per passione che per altro – e saluto e ringrazio i lettori, che mi hanno dato davvero tanto: scrivendomi, venendomi a trovare, mandandomi al diavolo qualche volta, stringendomi la mano. Non dimenticherò mai una telefonata: «Direttore, io prendo poco di pensione, ma per quella brutta querela io sono pronta a darle quello che posso».
Grandi momenti insomma: da incorniciare.
Scusate se mi sono dilungato, ma questo è un addio senza lacrime o rimpianti.
E buona primavera a tutti.