Novembre, che non ho dimenticato

Gémmea l’aria, il sole così chiaro
Che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore.

Inverno del 1982 e del 1983. Sono sul treno, linea Torino-Milano. Sto tornando a Vercelli, mi attendono 8 ore di fabbrica. Mangerò un boccone, prenderò l’autobus, lavorarerò. Porterò con me Mirycae. Se avrò qualche minuto lo sfoglierò. A Torino, a Palazzo Nuovo, sto seguendo le lezioni di Stefano Jacomuzzi, su Pascoli appunto. E senza nemmeno accorgermene, Novembre l’ho imparata a memoria.

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate,
fredda, dei morti.

La fabbrica ogni pomeriggio, cinque giorni siu sette. Facoltà di Lettere sei giorni su sette, prendendo il treno all’alba.
Studiare, ripassare quello che sentivo al mattino era diventata un’ossessione. Ogni momento era buono. Il treno. Il bagno. Cinque qualsiasi minuti.
Mi servirà questo allenamento, anni dopo, nello scrivere…
Non l’ho dimenticata, Novembre. La fredda estate dei morti, insomma.

Autore: remo

Scrivo, ma in vita mia ho fatto di tutto: cameriere, operaio, portiere di notte. Sono stato anche disoccupato. Mi mi sono laureato lavorando. Poi ho fatto il giornalista e scrivo anche libri

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