Inizia così

Vegan. Le città di Dio”, allora
La vera protagonista è Anna Antichi, la commessa di libreria anarchica che, ne “La donna che parlava con i morti“, diventa un’investigatrice. Vegan, le città di dio non è tanto un attacco al pensiero comune che si affida alla medicina ufficiale: è un invito a riflettere. Ma è anche e soprattutto un giallo.

Vegan. Le città di Dio inizia così:

La pioggia e il vento che fanno sbattere le finestre l’hanno svegliata. Sono le tre passate da quattro minuti. Luca si sarà addormentato davanti al computer. Deve svegliarlo, avrà la schiena a pezzi. Lo chiama. Niente.

Il computer è acceso, ma Luca non c’è. E non è in bagno, non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto (ogni tanto lo fa, come se lei fosse fessa). Purtroppo non può essere nemmeno fuori con Fosca, pensa Andreina, ma è un pensiero da gettare via altrimenti piange, perché Fosca è stata soppressa; inutile quindi andare in balcone a controllare se c’è il guinzaglio. C’è. Quando va a stendere la biancheria non ha il coraggio di guardarlo. Rimarrà lì, crocefisso sul muro. “Il guinzaglio dell’unico cane della mia vita”.

E comunque. Non è da Luca uscire a quest’ora, senza un biglietto. Per essere uscito è uscito: mancano i jeans e le scarpe nere di cuoio, che alterna con quelle da ginnastica. Ha preso l’ombrello verde; diluvia, adesso. Prima pioggia di settembre.

Non sa che fare Andreina. Da tre, quattro mesi, Luca non è più Luca. Si è messo a rincorrere il fantasma del padre, che fino a qualche mese prima era un ricordo da due soldi.

Un giorno mio padre mi disse che la voce di dio si sente solo quando la notte è fonda: è l’acqua del fiume che scorre.

Una scrollata di spalle, una smorfia come a dire: che cazzo di padre mi è capitato; e poi parlava d’altro. Ora invece è un padre-chiodo-fisso.

[…]

Ha pochi ricordi, lei, del suo defunto suocero. Era una ragazzina quando lo trovarono morto per un infarto, incagliato come una vecchia nave tra le pietre del ume. Faceva caldo, forse voleva rinfrescarsi. O lavarsi, chissà.

L’è mort ‘l fol… È morto il pazzo del fiume… È morto il guaritore… Sono passati dodici anni, e dodici anni non è un’eternità: eppure la città non parla o parla poco di lui. È un ricordo tossico nocivo. Da incenerire.

Adriano Bronzelli era andato a vivere al fiume. Affari suoi e tanta comprensione per la signora Noemi, persona squisita, e per il piccolo Luca, scolaretto alle elementari: «Perché tuo papà non viene mai a prenderti?».

L’è gnì fol, dissero di lui e della sua fuga. Ben presto si sparse la voce che dava indicazioni su come curarsi da tutte le malattie. Tutte o quasi. La città avvolse quel piccolo peccato tra le sue nebbie generose; in fondo, di gente a cui si fulmina il cervello ce n’è sempre di più, uno più uno meno.

Quanti clienti, quanti malati andarono dal fol? Saperlo.

E comunque. Al fol fu permesso di partecipare a dibattiti, tavole rotonde, convegni medici nell’Aula Magna dell’ospedale. Sembrava quasi che, da un regista occulto, arrivassero precise direttive sul comportamento da tenere con lui. Non cacciarlo, anzi, dar da mangiare ai barboni e ai fol come lui durante i coffee break, concedergli perché no, “sia gentile… non più di cinque minuti”, la facoltà di parola. Ma controllarlo, anche. Con attenzione.

[…]

Durante un convegno sul cancro alla mammella, proprio un giovane collaboratore di “Nel segno”, uno di quelli pagati pochi euro al pezzo, nel resoconto scrisse alcune righe che sfuggirono alla censura del direttore.

Poche le domande del poco pubblico presente. Solo un signore di mezza età, trasandato, ha chiesto: «Ma perché nessuno parla dei grandi risultati che furono ottenuti negli anni Cinquanta dal dottor Ettore Guidetti, dell’università di Torino, che con altri medici, in tutto il mondo, sostennero e sostengono che alcune sostanze contenute nei semi di albicocca sono un chemioterapico naturale? Perché nessuno parla della Fondazione Pantellini e dell’ascorbato di potassio che è stato somministrato ai bambini dopo la catastrofe di Chernobyl? Perché nessuno dice che una corretta alimentazione, senza carni rosse, cibi lavorati e latticini, rappresenta la vera strada per prevenire e, spesso, per curare il cancro?» Domande, queste, a cui nessun relatore ha dato risposta.

Pur relegato all’interno del giornale, in taglio basso, l’articolo non sfuggì all’ira di medici e farmacisti.

«Quando si dà spazio a qualcuno, si deve veri care che sia una voce autorevole. Tu invece hai fatto parlare un emerito coglione», sentenziò il direttore, dando il benservito al suo inesperto cronista. Cacciandolo, e facendo sapere che lo aveva cacciato, ipotecava futuri introiti pubblicitari per convegni organizzati dall’ordine dei medici.

La voce di Adriano Bronzelli, insomma, andava tappata.

Sette mesi prima di morire – mica stupido ‘l fol aprì un blog: La voce di dio.

Sembrò strano, perché no ad allora aveva ri utato il computer. «Né computer, né telefonino, né macchina: si vive meglio senza», aveva sempre detto. Chiaro: qualcuno gli aveva spiegato l’importanza della rete. Firmandosi “vegAn”, nel primo post scrisse:

Internet non deve sottrarre il tempo che possiamo vivere all’aria aperta. Ma la rete è libertà, è anarchia, è un campo di battaglia di una guerra senza fine. Le banche e le multinazionali, insomma i padroni del mondo controllano la rete con lo scopo di confondere, annebbiare le menti. La loro voce è potentissima.
La nostra piccola voce è la voce della verità, della libertà. Dobbiamo combattere, senza paura, su internet e sulle strade. Qualcuno ci ascolterà.

Ad ascoltarlo, tra boschi e sabbie umide, melmose, vicino alla capanna, andava sempre qualcuno, adepto, malato o curioso che fosse. Proprio lì, una domenica, davanti a una trentina di persone, compresi due infiltrati, un brigadiere e un ispettore di polizia, Bronzelli disse queste precise parole: «Non andate a curarvi negli ospedali, state alla larga dalle medicine, perché sono veleni, e dai bisturi, che diffondono le cellule malate. E imparate a curarvi da soli con la respirazione, il silenzio, e poi con il cibo sano, le erbe, lunghe camminate dove l’aria è meno corrotta. Mangiate solo frutta, verdura, legumi, e dite addio al latte industriale, alla carne e allo zucchero ra nato, e se potete fuggite dalle vostre case, e portate i vostri gli dove non ci sono fumi, pesticidi, cibi in scatola, conservanti, veleni…»

Nella relazione dell’ispettore di polizia, risultava che Bronzelli avesse detto: «Il progresso ci sta uccidendo, fermiamolo a tutti i costi».

 

 

Autore: remo

Scrivo, ma in vita mia ho fatto di tutto: cameriere, operaio, portiere di notte. Sono stato anche disoccupato. Mi mi sono laureato lavorando. Poi ho fatto il giornalista e scrivo anche libri

3 pensieri riguardo “Inizia così”

  1. Ho letto di recente il romanzo di Remo Bassini, VegAn, le città di dio. Fossi stato però nei suoi panni , e se avessi dovuto proporre un estratto significativo dell’opera, mi sarei orientato sul dialogo fra il borghesissimo Dottor Averini, specialista rampante in odore di primariato e Anna Antichi, sul confronto cioè fra medicina ufficiale e medicina alternativa a pag. 76

  2. fra medicina ufficiale e medicina alternativa non c’è proprio confronto: vince la seconda

  3. Gentile @VegAnna, per la verità a me (e non solo) sembra che il confronto non abbia sancito alcun vincitore, casomai due sconfitti, visto che da ambo le parti non vi siano mezzi, competenze, strumenti cognitivi, argomenti e professionalità all’ altezza per sbloccare un indecoroso zero a zero che inchioderà entrambi nel limbo della zona retrocessione: retrocessione dei valori deontologici , retrocessione dell’innovazione e delle potenzialità terapeutiche, retrocessione nella crescente sfiducia della gente comune nella medicina. Nel libro di Remo Bassini vi è un punto in cui sarebbe bastata una semplice battuta a distruggere completamente l’edificio di ipocrisia e scarsa credibilità edificato dal dottor Averini.

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