Raccontati una storia

Scrivo perché mi piace raccontarmi storie. (Camilleri)

E’ la mia frase. Allora, 23 anni fa. Mi ero arreso. Anche se è stato il grande sogno di sempre, non scriverò mai un libro, pensavo. Tutto quello che avevo scritto fino ad allora lo avevo poi distrutto. Racconti, inizi di romanzi, poesie, testi teatrali.
Uscivo tutte le sere, 23 anni fa. Dopo la laurea conseguita lavorando (operaio, portiere di notte, infine giornalista) avevo deciso di non trascorrere più le mie notti tra libri e macchina da scrivere, più l’inseparabile radio. E mi ero messo seriamente, molto seriamente a giocare a bowling, a livello agonistico. Non ero un campione, ma ero un serie A, facevo tornei anche iun Francia e Svizzera.

Una sera, però, non me la sento di uscire. Ho mal di denti. E ho un bloc notes, di quelli formato a4, nuovo nuovo. Invece di mettermi davanti al mac, prendo il bloc notes, mi siedo su uno sdraio, decido di scrivere qualcosa con la certezza che, tanto, poi, avrei distrutto, come sempre.
Prima di iniziare a scrivere dico a me stesso: “Raccontami una storia”.
Scrissi. Poi misi in un cassetto. Mesi dopo rivedo il bloc notes. Penso: ci sono della pagine da distruggere, quelle insomma scritte la sera del mal di denti.
Leggo. E per la prima volta, dopo anni e anni, quello che leggo non mi dispiace. Erano le prime pagine de IL quaderno delle voci rubate, libro ora introvabile e che ho riscritto, intitolandolo Il bar delle voci rubate.

Le pagine che scrissi quella sera (viste e riviste mille volte) son queste:

Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comperare i dolci della pasticceria Delrosso.

Qui agli inizi del Novecento c’era la bottega di un falegname. La rilevò mio nonno, nel 1927: facendo il cuoco in Valle d’Aosta e in Francia era riuscito a mettere da parte il denaro sufficiente per trasformare la falegnameria in taverna. Il soffitto coi mattoni a vista avrà più di cent’anni, ma la gente s’incanta ancora a guardarlo. Gli affari, al nonno, non andavano male. Il vino che vendeva era buono e genuino, e poi non costava troppo. Ma soprattutto la locanda del Merlo divenne celebre per i suoi salami, che indiscutibilmente erano di qualità superiore: ma nessuno, me compreso, riuscì mai a sapere chi fosse il fornitore segreto del nonno.

Anche i fascisti non potevano fare a meno di riconoscere che per una merenda a base di pane con il salame più gustoso della zona c’era un’unica soluzione: la taverna di un vecchio socialista un po’ balordo.

Il nonno, comunque, non ebbe la vita troppo complicata per via delle sue idee. Qualche minaccia neanche troppo seria, insulti sporadici di qualche camicia nera particolarmente esaltata, o magari anche solo annebbiata dal troppo (buon) vino, un paio di volte i vetri infranti da una pietra, e uno schiaffo.

Fu mio padre a darglielo.

Era il 1939 e io avevo solo tre anni. Mia mamma era morta da due anni e lui si era messo con la figlia del podestà Tenconi, la Maria Giuliana. Non vivevano insieme, ma pare fossero diventati inseparabili. E al nonno non stava affatto bene che il suo unico figlio avesse perso la testa proprio per la figlia del fascista più odiato del posto.

Comunque la Maria Giuliana era bella. Bella e strana.

E una sera, di sua iniziativa e senza che mio padre ne sapesse nulla, per la prima volta in vita sua mise piede alla taverna. Quando comparve si azzittirono tutti. I clienti del locale – qualcuno era socialista ma i più erano amanti del quieto vivere, quindi fascisti – sapevano bene che l’incontro fra due teste matte e ricce, bianca quella del nonno, rossa quella della Maria Giuliana, non poteva portare a nulla di buono.

I due non si conoscevano. Ognuno sapeva dell’esistenza dell’altro. Probabilmente, si erano già incrociati nella piazza del paese, che allora avrà avuto sì e no novemila abitanti, perché la piazza era vicina tanto alla taverna quanto alla grande villa dei Tenconi. Forse non si sarebbero mai rivolti la parola se mio padre non avesse smarrito il cervello per la Maria Giuliana. O se alla Maria Giuliana quella sera d’inverno non fosse venuta la balorda idea di varcare la soglia della taverna del Merlo.

«E’ vero o non è vero che voi ieri sera in mezzo a tutti avete detto: io a quella lì, se la vedo in piazza gli piscio in culo?».

Quando la Maria Giuliana strillò questa frase il nonno, intento a spolverar bottiglie dietro il banco, le dava le spalle: non aveva fatto caso al silenzio improvviso provocato dall’inaspettata apparizione della figlia del podestà Tenconi.

Del resto lui era sempre stato un po’ sbadato. Ma era anche un tipo incredibilmente calmo. Focoso ma calmo. Uno di quelli che invece di farsi prendere dal panico, perché magari c’è un problema urgente da affrontare, si siedono, tirano fuori una sigaretta, l’accendono lentamente, e poi, mentre gli altri sono lì che smaniano, pare quasi che se le gustino più del solito quelle boccate piene di fumo.

Ma quel vecchio apparentemente mite non impiegava più di tanto a esplodere, a sfidare con un «ti piscio in culo» chiunque lo indispettisse. Lo sapevano tutti che era un po’ pazzo, e tutti sapevano che anche la Maria Giuliana non era tutto nel suo.

Il nonno senza fretta si girò a guardarla. Mentre quella fremeva lui, come al solito, tirò fuori dalla tasca del grembiule trinciato forte e una cartina, quindi, meticolosamente, si confezionò una sigaretta. Gli venivano alla perfezione, tonde tonde. L’accese.

Dopodiché pronunciò una sola parola, un nome: «Giacomo».

La donna trasalì. Chi era Giacomo? Come mai mio padre non le aveva mai parlato di questo Giacomo? Probabilmente ipotizzò che si trattasse di un amico del nonno. Poi vide che il nonno le andava incontro, seguito dal suo splendido cane, un bastardo di mezza taglia a pelo bianco. Lei comunque non poteva essere messa in soggezione da quel vecchio: era o non era la figlia del fascista più temuto nel raggio di chilometri e chilometri? Per cui, alzò ancor di più la sua bella testolina rossa e riccia come per dire «vecchio non mi spaventi».

Il silenzio totale, assoluto di prima però stava scomparendo: la Maria Giuliana percepì, ma fu solo un attimo, dei veloci bisbiglii e, ma non era del tutto sicura, anche qualche risatina repressa a stento.

Il sospetto non impiegò molto ad assumere le sembianze della certezza: quando il nonno, puntando l’indice sul bel cappotto di lei, disse, con voce autoritaria, «vai con Dio», tutti scoppiarono a ridere. Come matti. Giacomo, oltreché bello, era un cane molto sveglio: quando sentiva l’ordine «vai con Dio» guardava la mano del nonno per capire dove doveva farla.

Autore: remo

Scrivo, ma in vita mia ho fatto di tutto: cameriere, operaio, portiere di notte. Sono stato anche disoccupato. Mi mi sono laureato lavorando. Poi ho fatto il giornalista e scrivo anche libri

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