Racconto triste

 

Anni fa. Ogni sabato andavo a giocare la schedina del totocalcio. Ero bravo a giocarla, ho collezionato un bel po’ di 12. La giocavo sul posto, che era anche un bar. Quel tardo pomeriggio di un sabato di sole, dopo averla compilata e dopo aver pagato uscii e mi avvicinai alla macchina.

«Scusi».

Era un uomo più grande di me (io ero sui 40, lui ne aveva almeno 10 di più). Mi colpì il suo sorriso, era il sorriso di un uomo buono ma, pensai, c’è dell’altro. «Mi scusi» disse ancora, «mi darebbe un pasaggio? Non abito lontano». A pelle quell’uomo mi piaceva e quindi, istintivamente dissi di sì per poi pentirmene appena l’uomo si accomodò nella mia Y10: puzzava tantissimo d’alcol, ed erano solo le sei di pomeriggio.

Non abitava lontano. Nel breve tragitto, poco più di cinque minuti, quell’uomo volle raccontarmi di sé. Era un impiegato, un cosiddetto “quadro”, e si era separato da poco dalla moglie perché, così mi raccontò, aveva scoperto che lo tradiva, da anni. Mi disse ancora che non sapeva se gli faceva più male il tradimento o la finzione, «adesso vivo con una ballerina cubana, lei di notte esce e va a letto con chi le pare, ma almeno non mi prende in giro».

Eravamo arrivati. La ballerina cubana ci stava guardando dalla finestra. Ricordo che era vestita di nero, che aveva i capelli neri e che ci guardava con un’aria annoiata. Lui, indicandomela, mi domandò (non ricordo le parole esatte) se volevo salire, «magari le piaci».

La sera raccontai quelo che mi era successo ad alcuni amici. «Voleva farti trombare la sua cubana» disse uno di loro, ridendo.

Non raccontai più, non lo rividi più.

Scrivendo, a volte, diciamo cose che i pensieri non dicono

Scrivere non significa solo raccontare. Scrivendo, spiegava Giuseppe Pontiggia, esploriamo noi stessi.

(Per scrittura intendo la prima stesura. Qello che ci dice di scrivere la mente. e magari non solo).

Ho un esempio. Mio. Una dozzina d’anni fa. Dirigevo un giornale, di notte scrivevo quasi tutti i giorni su un blog la prima cosa che mi veniva in mente, oppure altro (e, sempre di notte, leggevo).

Al giornale dedicavo le mie energie dalle 11 del mattino fino a sera, al blog, alla lettura e alla scrittura quattro ore, da mezzonattore alle 4. Mi svegliavo verso le 9,30, leggevo la posta elettronica bevendo il prima caffè, poi via al giornale.

Del giornale ho questo ricordo: entro, mi dirigo alla macchinetta per il secondo caffè della giornata, sento i telefoni che squillano. Succedeva spesso e sembrava fatto apposta sentire “Remo vogliono te” mentre bevevo il caffè. Del resto me l’ero voluta io. “Se un lettore vuole parlare con me passatemelo”, avevo detto anni prima.

Un giorno, anzi no una notte mi metto davanti al pc per scrivere un post. Ma la formula magica, “scrivi la prima cosa che ti viene in mente”, quella volta non funzionava. Allora mi misi a rileggere vecchi post. Arrivai così a un post che avevo scritto un anno prima.

Raccontavo di un impiegato stressato dal lavoro e che di notte dormiva non bene perché aveva l’impressione che il telefono del lavoro squillasse. Un giorno questo tipo dice: voglio regalarmi una pausa. Così rispolvera la vecchia bicicletta, e al mattino, prima di andare a lavorare, col cellulare spento fa un giro tra la periferia e la campagna. Un’ora di libera uscita dallo stress, insomma.

Lo capii solo un anno dopo, rileggendo. L’avevo scritto per me quel post, solo che non me ne ero accorto, non l’avevo capito.

Scrivendo, a volte, diciamo cose che i pensieri non dicono.

La scrittura è anche mistero

Giuseppe Pontiggia amava raccontare il suo primo incontro con Vittorini, a cui propose un manoscritto.

Vittorini mi fece capire che “bisogna avere la percezione che il testo sia suscettibile di miglioramente, che non sia insomma di qualcosa di misterioso… è anche qualcosa di misterioso e indecrifrabile, ma è comunque qualcosa su cui lavorare”.

L’importanza della riscrittura, certo. Ma a me colpisce la frase “… è anche qualcosa di misterioso”.

Che voleva dire?

Pongo un quesito: vi è mai capitato di leggere un libro e poi di pensare: certo è scritto molto bene e la storia è anche interessante, ma va sapere perché non mi ha preso…

Pontiggia non volle mai scrivere un manuale di scrittura. Diceva: Non do consigli precisi, do tracce che mi auguro feconde, e poi, citando Las Cases (Una buona educazione parte dalla liberazione dell’educazione che abbiamo ricevuto) spiegava che dobbiamo liberarci dai nostri pregiudizi.

Infine, una curiosità (per me importante). Pontiggia fu il primo grade insegnante di scrittura creativa. Fece anche lezioni per radio, la trasmissione, che durava 45 minuti, si chiamava “Dentro la sera”. Durante la prima puntata, Pontiggia spiegò che alla televisione preferiva la radio “perché – disse – c’è più attenzione alla parola”.

Meglio ascoltare la radio, insomma, specie se si scrive.

La gatta Lilli e la pioggia

Piove, e quando piove ripenso a Lilli, che è stata la mia prima gatta, la mia gatta portafortuna,  tutta nera, che mi faceva bestemmiare di notte, solo di notte quando studiavo, erano i primi anni ottanta, e, per tenermi sveglio, andavo avanti a caffè, marlboro e patatine fonzie che lo so, certo che lo so, fanno male, ma le marlboro no?, e comunque Lilli appena sentiva che aprivo un pacchetto di fonzie mi saltava in braccio e miagolava, e io dividevo con lei, però una notte ero di fretta – doveva studiare e poi dormire almeno due ore, che poi sarei salito sul solito treno Vercelli-Torino Porta Susa per andare a sostenere un esame – e così le dissi, basta, e poi le dissi esci, ma dal momento che non mi dava retta la misi fuori sul balcone, e infine, chiusi forte, troppo forte, e il vetro della portafinestra si ruppe, merda, però non andò in frantumi, comunque dovetti perdere del tempo a mettere un po’ di scoth.

La faccio breve. Ha vissuto più di vent’anni, Lilli (nonostante i fonzie). Certi giorni di pioggia vado ancora – siam fatti strani, ci attacchiamo a certe abitudini, va a sapere perché – dove la seppellimo, avvolta in un sacco, io e mia figlia Sonia, e la saluto, Ciao Lilli, dico, poi vado. Anche quel giorno pioveva.

Parlare con i morti

Chi mi conosce sa che ho perso due fratelli. Fabrizio, quando ero bambino, e Moreno, nel 2005.

Nel 2007 ho conosciuto La donna che parla con i morti. Al giornale che dirigevo mi avevano raccontato tre cose tre di lei. Che non voleva farsi intervistare. Che non prendeva soldi. E che una donna, rimasta vedova, si era rivolta a lei perché non trovava degli importanti documenti del marito. La donna che parlava con i morti aveva chiesto alla vedova di portarle un indumento del marito, una camicia, un fazzoletto, qualcosa insomma. E così era stato. Con l’indumento o quel che fosse arrivò anche l’indicazione di dove fossero i documenti. Pensai: è stregoneria. Però volevo conoscerla.

Andai, la conobbi. E le promisi: Non scriverò di te (le dedicai un libro, dove si racconta di una donna che parla con i morti).

Mi parlò del suo mondo per due, tre ore. La donna che parla con i morti mi spiegò che i morti non soffrono, che spesso sono in mezzo a noi; che quando avevano finito di vivere avevano fatto i conti con il bene e con il male che avevano fatto. Meglio vivere nel bene, dunque. E chi si uccide sbaglia, perché va contronatura, mi disse (e a me non piacque questo). E ripeteva che non soffrono (non esiste l’inferno nel mondo del buon dio, cantava De Andrè). Chi soffre è chi rimane in questa valle di lacrime. Le domandai, Ma non hai paura, tu, di morire? Non ti mancherebbe tuo figlio? «No, non ho paura, mi mancherebbe solo di non poterlo più accarezzare». La salutai e poi, una volta raggiunta la macchina, appena infilata la chiave per aprire la portiera mi bloccai, e tornai indietro. Da lei. Devo dirti una cosa. Così le raccontai della morte di mio fratello Moreno. Le raccontai che era caduto dal quarto piano, che mi sentivo responsabile. Quello che mi disse mi colpì profondamente.

Appena le raccontai di Moreno lei mi disse tre frasi. La prima: «Guarda che doveva andare così», che è una frase consolatoria che non mi consolava. Poi però aggiuse: «Questo ragazzo ha proprio la battuta pronta». Ci rimasi. Erano le stesse identiche parole che pronunciava sempre mia mamma. Diceva proprio così: «Questo ragazzo ha proprio la battuta pronta». Certo, a volte diceva anche «Moreno ha proprio la battuta pronta», ma il più delle volte diceva «Questo ragazzo ha proprio la battuta pronta». Pensai: mi sto condizionando, in effetti mi sembrava che mio fratello fosse lì, e fosse anche sereno; ricordo che pensai: non può essere, quella frase è una coincidenza. Poi La donna che parla con i morti mi disse che vedeva una bambina bionda, con i riccioli, di pochi anni, insieme a mio fratello. Disse ancora: «C’è molto affetto tra loro. Mi sembra che si scambino qualcosa, forse una caramella. La bambina adesso lo sta cercando». Allora. Mio fratello badava sovente alla bambina di un suo amico. Badava a lei quando lui e la moglie erano impegnati per lavoro. Quando Moreno era morto, però – e la bimba aveva chiesto di lui – le avevano detto che era andato via.

Quando me ne andai, nella mia mente sfrecciarono due pensieri, come treni in corsa che viaggiano in direzioni opposte:

Non è possibile credere.

E’ impossibile non credere…

Nel libro La donna che parlava con i morti (lo pubblicò Newton Compton, è fuoricatalogo e introvabile, quindi non mi sto facendo pubblicità) il personaggio principale, Anna Antichi, non crede che donna che parla con i morti ci parli per davvero. Fabrizio, il poliziotto di cui è innamorata, invece sì.

Don Luisito Bianchi (non leggete i miei libri, leggete i suoi, leggete “La messa dell’uomo disarmato”, che è un capolavoro) mi scrisse che anche Anna avrebbe dovuto crederci. Era un messaggio rivolto a me.

Dio non ti capisco

Una giovane mamma di 37 anni che muore e che lascia il marito e un bimbo di 11 anni no, non ha senso. Viene solo voglia di urlare contro il cielo, di bestemmiare. Ogni volta che si spezza una giovane vita rivido la morte di mio fratello Fabrizio. Avevo 6 anni, lui 10 mesi. Le suore mi dissero che non dovevo piangerlo, perché era volato sopra una nuvola. E così feci. Smisi di piangerlo e mi misi a correre. Una decina d’anni fa una mia amica, sentendo questo mio racconto, mi disse: devi ancora piangere il fratello che non hai pianto. Piansi. Oggi piango una giovane mamma che non conoscevo e che sicuramente ho incrociato ai giardini di Vercelli. Certo che se esiste un Dio io non lo capisco: come si fa a separare un bimbo di 11 anni dalla sua mamma? Dio no, non ti capisco.

Una recensione inaspettata

Susanna Raule è una giovane, promettente scrittrice  (sto leggendo un suo libro, “I ricordi degli specchi”) che non conoscevo fino a una quindicina di giorni fa quando, sul suo profilo Facebook, scrisse che stava leggendo “La donna di picche”.
Susanna Raule, poi, ha recensito il mio libro su Amazon. Un dono inatteso, insomma.

Ecco cosa ha scritto.
Premetto di non aver letto il titolo precedente (che ora mi procurerò), ma da questo sono rimasta colpita. Bassini usa gli stilemi del giallo per dar vita a una narrazione avvolgente, avvincente, centrata sui rapporti interpersonali e quasi priva di avvenimenti. Detto così non sembra un pregio, lo capisco, ma lo è. Nel libro, all’apparenza, non succede quasi nulla, se uno si aspetta la trama action e adrenalinica di certi gialli americani. Ma in realtà succedono un sacco di cose, che entrano nel cerchio della narrazione in modo naturale, tenendoti avvinto da una narrazione sempre di parte, che non si allontana mai dai personaggi per permetterci di guardare la storia dall’alto. Ed è così che è la vita, no? Non puoi allontanarti e guardare le cose dall’alto, magari. La donna di picche ti rapisce, ti fa venir voglia di continuare a leggere, scorre via e ti trascina nel flusso. Più vai avanti più hai voglia di entrare nell’universo personale di personaggi umanissimi, dolenti, ma anche pieni di una speranza nel futuro quasi recalcitrante. Davvero molto consigliato.

Il libro dimenticato (e la mente)

Succedono cose strane nella nostra mente.

Ero un bambino, e non avevo letto Freud. E quasi ogni giorno mio padre mi mandava in cantina a prendere una bottiglia di vino (che aveva imbottigliato lui, dopo essersi rifornito in Monferrato. Ricordo ancora che il babbo faceva e fa tutto con la luna: le semine nell’orto, il taglio dei capelli, l’imbottigliamento).

Una notte sogno che mentre sto per prendere la bottiglia di vino, alle mie spalle, nella penombra, c’è un topo che mi osserva. Il giorno dopo vado in cantina, e mentre afferro la bottiglia di vino mi ricordo del sogno. Mi giro e sulla parete c’è un ragno dalle proporizioni gigantesche. In un primo momento penso di aver avuto un sogno premonitore, poi però, nei giorni a seguire elaboro un’altra teoria: che io quel ragnaccio l’avessi già visto, ma… diciamo senza accorgermene. Pensai insomma che i nostri occhi vedono e immagazzinano, e non non ce ne rendiamo conto. Ma magari fu un caso.

E c’è la memoria. Più passano gli anni e più si dimenticano nomi e cose.

Una volta, dopo una visita medica (che odiavo fare) mi chiesero l’indirizzo di casa per la ricevuta. Non lo ricordavo, niente, il vuoto; pensai: ho l’alzheimer.

Mesi dopo sono a Marsiglia (vado poco all’estero, ma la città di Izzo dovevo e volevo vederla). A un certo punto mi accorgo di avere finito i soldi. Ho il bancomat nuovo, però. Già e il numero segreto? Me lo avevano dato, lo aveva letto una, due volte, poco insomma. Ho un flash: vado al bancomat e provo. Mi ero ricordato.

Da qualche giorno sto cercando di risistemare i libri del mio studio francescano (scrivania, un mac, un pc, cd vari, una stampante, libri tutto intorno ma con i lego di mio figlio, il tabacco, le foto ricordo… un casino insomma). Italiani da una parte. Americani in uno scaffale. Classici francesi e russi in un altro. Libri della balle in uno scatolone. Libri da sistemare, gettati dove capita. Libri di poesie e psicanalisi spostati altrove, ché non ci stanno (i miei dodici libri sono conservati dentro un mobile, insieme alla tesi e a una decina di libri, quelli di Luisito Bianchi per esempio, a cui tengo maggiormente).

E comunque. Oggi mi torna alla mente un libro. Lo comprai una quindicina di anni fa. Guardai la copertina, lessi a caso alcune righe, lo acquistai. Era un giallo ma non lo sapevo. Allora ne leggevo pochi (oggi invece leggo perlopiù gialli). Lo lessi, mi piacque. Tanto. Un’isola, uno sceriffo, un delitto, la moglie dello sceriffo che va con un altro uomo, i locali, le barche. Quel libro – realizzo oggi – non so che fine abbia fatto. Cerco, macché non salta fuori.

Ma il peggio è questo. Non ricordo né il titolo né l’autore. E mi spiace, mi spiace perché vorrei rileggerlo per rispondere a una domanda che ogni tanto mi sono posto, ripensandoci: perché mi è piaciuto così tanto? O meglio: negli ultimi dieci anni mi è spesso tornato alla mente un giallo che, se non ricordo male, è sì un libro piacevole da leggere ma non è nulla di eccezionale? Fortunatamente è arrivato il flash (in bagno, mentre facevo pipì; e non è la prima volta). Mi sono ricordato il titolo. Alla fine del molo. Vado su internet. Lo ha scritto Martha Grimes, giallista classe 1931. Vedo che è fuori catalogo, forse c’è in giro qualche copia usata. Cercherò ancora in casa, poi magari ne acquisto una copia usata.

La mente, comunque. E la memoria.