Dello scrivere oscuro

Ho scelto alcuni passi tratti da “Dello scrivere oscuro” di Primo Levi.

Non si dovrebbero mai imporre limiti o regole allo scrivere creativo…. a mio parere non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche.

E’ evidente che una scrittura perfettamente lucida presuppone uno scrivente totalmente consapevole, il che non corrisponde alla realtà. Siamo fatti di Io e di Es, di spirito e di carne, ed inoltre di acidi nucleici, di tradizioni, di ormoni, di esperienze e traumi remoti e prossimi; perciò siamo condannati a trascinarci dietro, dalla culla alla tomba, un Doppelganger, un fratello muto e senza volto, che pure è corresponsabile delle nostre azioni, quindi anche delle nostre pagine.

Come è noto, nessun autore capisce a fondo quello che ha scritto, e tutti gli scrittori hanno avuto modo di studiare delle cose belle e brutte che i critici hanno trovato nelle loro opere che loro non sapevano di averci messo

… la scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo, e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto.

Le cose si sanno

Le cose si sanno.

E’ il 1987, mi pare. Sto imparando a fare il cronista di provincia. Una domenica mi mandano in un centro del vercellese, Livorno Ferraris. Inaugurano una piazza, che viene intitolata al colonnello Enrico Possis, che era stato sindaco di Livorno Ferraris per 15 anni.
Leggono alcune pagine del suo diario.
Mi resta impressa una frase: Fa che ogni tuo giorni conti.

E’ una frase semplice e incisiva al tempo stesso.
Ci ricorda che chi odia, chi prova invidia, chi insegue il successo perde solo tempo.
Fa che ogni tuo giorno conti.
Noi sappiamo bene cosa conta.
Ci dice anche, quella frase, che siamo fottuti, se non riusciamo almeno un po’ a farla nostra.

Quelli importanti e quelli no

Quelli importanti-indaffarati non hanno mai tempo per rispondere a una mail o al telefono, giustappunto.

Ad A. dissero che aveva un tumore maligno alla tiroide. Pianse disperata. Non è giusto a neanche trent’anni.
Un mese dopo, in un altro centro, ad A. dicono che dovrà operarsi, certo, ma non si tratta di un tumore: è solo un gozzo che va asportato. A. era felice.
Giorni dopo A. è in crisi: e se avessero ragione quelli che mi han fatto la diagnosi peggiore?
E’ ora di cena, A. vorrebbe parlare con qualcuno. Così prova, e telefona a due medici del primo ospedale; è un piccolo ospedale di una città dove tutti si conoscono, fa in fretta a farsi dare i numeri. Ma i due cellulari non rispondono.
Provo a sentire qualcuno dell’Altro Ospedale, dice A. Sa che non sarà facile. L’altro ospedale è un grande ospedale di una grande città. Con l’aiuto di un amico giornalista A. recupera il numero di casa dell’oncologo dell’Altro Ospedale. Lo chiama, risponde il figlio: Mio padre sta mangiando, ma ora glielo chiamo.
A. tenne l’oncologo dell’Altro ospedale più di mezz’ora al telefono, poi sorrise e andò a dormire tranquilla.
Certe storie hanno un lieto fine, e ci insegnano che ci sono quelli importanti che non valgono niente e quelli importanti per davvero.
(E io sono convinto che anche il medico dell’Altro Ospedale andò a dormire sereno quella sera).

PS Questa è una storia vera. Ed è vera anche l’iniziale A.

Videointervista

Si chiama Rosanna Lia, legge brani di libri e intervista scrittori. Si interessa di audiolibri ed è mossa da una grande passione per la lettura. Ha un suo canale youtube. Ora ci sono anche io (noterete il guancione gonfio: ero reduce da un intervento chirurgico alla bocca).

Buona visione

Gentaglia di cuore

Disse: “E adesso che mi si è rotta la macchina come faccio ad andare a lavorare? Non posso fare venti chilometri più altri venti ogni giorno”.
Le braccia a penzoloni, gli angoli delle labbra in giù, come i bambini quando stanno per piangere o si sentono offesi.
“Ma vaffanculo, ti do la mia no? Dovevo darla dentro perprendere un altro usato, ma se ti serve una macchina te la regalo a te”.

Non sto inventando. Sto raccontando qualcosa di vero, che ho visto.

Anni fa, frequento un bar di periferia. Il peggio del peggio del peggio. Nomadi, figli di puttana poiché hanno la mamma che la puttana la fa per davvero, figli di papà quarantenni magari disoccupati ma che prima di andare a dormire si fanno una canna. Tanti ragazzi, dediti anche al piccolo spaccio. Senza cultura, senza futuro. Io ero il giornalista con cui scherzavano. Quando ci arrestano ci metti in prima pagina?
Qualcuno lavorava.
“Mi hanno assunto in una concessionaria, faccio i tagliandi, Pressione delle gomme, olio, poi mi hanno insegnato a fare finta di controllare con il computer, che non so nemmeno usare”.
Mi ritrovavo lì perché lì andava mio fratello Moreno, mi ritrovavo tante sere lì perchè vedevo cose.
Ragazzi dai quindici ai vent’anni senza cultura e senza futuro, certo, che andavano nelle sale da ballo a provocare risse e vendere pastiglie. Gentaglia. Ma che credeva nell’importanza di una stretta di mano. E che aiutava un amico con una generosità inimmaginabile per noi, persone per bene.

(A questo periodo della mia vita durato circa due anni ho dedicato un racconto, che è stato pubblicato su un libro. Un racconto che avevo scritto con troppa rabbia e troppa fretta… prima a poi lo correggo e poi lo posto qui, nel blog)