Il lockdown per le scale

Dalla mia bacheca facebook:

Ricordo una casa popolare. La padrona di casa chiamò alcuni giornalisti. Casa infestata da non ricordo quale schfoso parassita, quattro figli (mi pare) tutti assiepati nella sala cucina di pochi metri, con la tv poco distante dal frigo. Problemi vari, di mancanza di lavoro, per la madre, e di salute, per una figlia mi pare. Ho ancora le foto ma non è il caso. Poi ricordo l’umidità, la mancanza di igiene. In questi giorni ho pensato al lockdown e alle scale di quelle case popolari. Ascensore o mancante o guasto o comunque sporco. E le scale, appunto. Strette. Dove la gente si incrocia, in tanti senza mascherina, immagino, per andare a lavorare, dal dottore, a fare la spesa, a gettare l’immondizia, a respirare una boccata d’aria sana. Chiudere i parchi era giusto. Forse. #lororestanoacasa

Prete per vocazione partigiana

Prete per vocazione partigiana. Per lui il 25 aprile era un giorno santo. Don Luisito Bianchi (1927-2012) merita di essere ricordato.

L’ultima volta che presentai un suo libro disse: «Se fossi Papa brucerei il Vaticano affinché rifulga la luce di Cristo». C’erano un po’ di suore in sala. Continuarono ad ascoltare.

Ordinato  sacerdote  nel  1950,  negli  anni  Sessanta,  dopo  un’esperienza  romana  alla  Pastorale  del  lavoro,  si  domandò:  “Cosa  ho  imparato?  Io, veramente, cosa so del lavoro?”. A trent’anni decide così di andare a lavorare in  fabbrica,  alla  Montecatini  di  Spinetta  Marengo  (Alessandria),  esperienza  che  racconterà  nel suo libro “Come un atomo sulla bilancia”.  Rifiuterà, comunque, l’etichetta di prete-operaio. «In fabbrica – spiegava – un prete non serve, perché le virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, sono già parte  del  lavoro  duro,  da  operaio.  E se un intellettuale si sente a corto di argomenti – diceva ancora – vada in fabbrica: perché lì il terreno è fertile».

Al centro della sua esistenza e del suo essere prete don Luisito poneva la gratuità.

«Ma cosa credete – diceva – un prete è anche un uomo e non è indifferente alla bellezza della donna: ecco, il mio primo atto come prete, la prima gratuità, fu rinunciare a questo»,

Il suo libro – per molti un capolavoro – fu pubblicato da Sironi nel 2003. Si intitola La messa dell’uomo disarmato. Parla di resistenza e di gratuità. Fu un successo di vendite e di critiche. I proventi del libro li donò alle missioni. A lui che viveva tra Vescovato, suo paese natale,  e  Viboldone,  dove  era  cappellano,  bastavano  i 600  euro  di  pensione,  frutto  dei  contributi  versati  come  operaio,  inserviente, benzinaio, insegnante. Era un mite, ma insieme all’amore per il prossimo insegnava la ribellione.

«Quando Gesù Cristo si è fatto uccidere in croce non l’ha fatto in cambio di uno stipendio… e quando i giovani partigiani andavano a combattere e a morire l’hanno fatto con gratuità…. io non li ho seguiti, non andai a combattere e mi spiace».

Don Luisito non volle mai la “paga” del Sostentamento del clero.

Raccontami una storia

L’ho raccontato e lo racconto ancora. Avevo 39 anni e mi ero rassegnato: tutto quello che scrivevo non mi piaceva. Rileggevo e distruggevo. Una sera presi un bloc notes e pensai: Inutile che scrivi, poi, tanto, non ti piacerà. Arrivò un secondo pensiero, diverso dal solito. Era una richiesta che facevo a me stesso: Raccontami una storia. Mesi dopo, quando rilessi queste righe volli continuare. Quella domanda – raccontami una storia – c’è sempre, solo che spesso la storia non viene.
 
Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.
 
È un bar d’altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo eu n vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me, i tavoli e le seggiole son tutti di noce. (Il bar delle voci rubate)
Il bar delle voci rubate uscì nel 2002 con il titolo Il quaderno delle voci rubate. La nuova edizione è stata pubblicata da I Buoni cugini editori
Gli occhi della copertina sono tratti da un’opera di Lorena Fosanto

Un mondo nuovo e uno distrutto

Questa cosa qua la scrissi nel 2008, mi pare. Non c’è nessuna previsione di quanto accade oggi.
Le Repubbliche della vita nuova hanno mezzo secolo di vita. Stiamo rinascendo, poco a poco. Poco a poco stiamo ricreando semi incontaminati, un’acqua meno impura, l’aria no: anche nelle nostre Repubbliche, tutte in alta montagna, dobbiamo usare la maschera: le chiamiamo maschere, perché ci mascherano il volto sempre, sono il simbolo della maledizione. Sono speciali, bloccano alcuni veleni, non tutti. Una manciata di secondi d’aria impura significherebbe morte. Qualche vecchio racconta ancora di quando si faceva l’amore senza maschere, guardandosi in faccia, baciandosi, lingua contro lingua, lingua contro denti. I denti li abbiamo persi ormai. I nuovi nati nascono e vivono senza, ormai.
Del resto ci servono a poco, ché non possiamo mai – è vietato dalle nostre Leggi – toglierci le maschere.
Per mangiare usiamo delle cannucce sottilissime, che passano sotto. Il cibo, infatti, è solo liquido: quello solido è leggenda, è passato, è storia, è rabbia contro chi ha avvelenato tutto il pianeta, ridendo.
Mio padre fu uno dei primi a scappare. Fuggirono, derisi da tutti. Ora quelli che non credevano che il progresso non era progresso ma la fine di tutto o sono morti o ci assediano. Vivono nelle colline o in bassa montagna, sono destinati a estinguersi. Se si accoppiano nascono mostri.
Sono le repubbliche degli Esclusi: pagano per non aver capito, o per aver capito troppa tardi.
Il Comitato della mia Repubblica ha scelto me, vent’anni fa.
Le missioni di giustizia.
Siamo i missionari, noi. Sì lo so, una volta significava altro, essere missionario.
Oggi significa trovare i colpevoli, rinchiuderli, processarli.
Sono peggio dei nazisti del processo di Norimberga, quelli che cerchiamo noi.
Sono vecchi, hanno i giorni contati, ma si nascondono: non vogliono arrivare al processo; il processo, certo, si svolge in teleconferenza. Tutti vedono. Ma il Comitati hanno deciso, anche, che i comitati si celebrino come una volta. Con i giudici e una giuria: di bambini.
Ho arrestato ministri, un capo di stato, grandi industriali, scienziati e giornalisti prezzolati. Agenti segreti. Soprattutto all’inizio è stato facile: c’era sempre qualcuno che mi diceva dove scovarli, a volte li trovavo già morti o mezzi morti.
Il difficile, ora, è cercare le seconde linee, colpevoli come i primi.
Il mio compito non è facile: devo arrestarli prima che muoiano.
Prima che muoiano devono sopportare lo sguardo dei nostri bambini.
Sguardi. Sguardi uguali a quelli di quei bambini morti, per colpa loro.
Nelle Repubbliche ne abbiamo portati tanti.
Non crediamo alla nemesi, noi.
Crediamo alla Giustizia. La nostra.

La città è deserta. Vedo le ultime automobili. quando si accorsero che i bimbi nascevano con i polmoni malformati e con una trachea piccola come una cannuccia finalmente si fermarono. Solo auto elettriche. Le altre, piangendo, le distrussero. Ma non tutte: con le più belle fecero dei musei. La grande malattia non era ancora arrivata. Cominciarono a distruggere i ripetitori, cominciarono a spaventarsi dei telefonini, cominciarono a ridurre la plastica quando era troppo tardi, prima della grande malattia.
Che stupida che era l’umanità. Beveva acqua e latte in contenitori di plastica, velenosi, puzzolenti. Non si erano accorsi che anche la plastica, per il troppo calore e per i veleni sospesi nell’aria, si stava deteriorando e stava diventando veleno. Gli Esclusi ci chiesero vetro e ferro e terracotta e legno e juta e tutto ciò che noi avevamo da tempo sostituito perché nelle nostre repubbliche la plastica è bandita. Dal primo giorno. Non fu facile realizzare computer di lega leggera.
La città è deserta, ma sacchetti di plastica incancreniti ogni tanto spuntano, e io e i miei uomini dobbiamo fare attenzione a non restare contaminati.
Ecco la biblioteca. Cerchiamo la carta, la carta.
Quando fondammo le nostre Repubbliche cercammo i colpevoli, usando la rete. Ma anche loro erano bravi, così i loro pirati cancellarono le prove di tante malefatte. Pensavano di farla franca.
Quando scendiamo in missione, noi comunque, cerchiamo la carta. La poca rimasta. Certo, si sbriciola, è gialla, ma a volte resiste. I vecchi codici medievali sono ormai una leggenda: perché oggi sono polvere, solo polvere.
A noi basta un vecchio giornale che ha resistito al tempo per trovare una prova. Servono ai nostri giudici bambini che, con la bombola a ossigeno e occhiali spessi spessi, leggono e si informano prima di giudicare i Grandi Colpevoli.

Non sappiamo se ce la faremo a sopravvivere, ancora.
Non sappiamo, ormai, che mondo è questo.
La sera, quando ci troviamo tutti insieme e tutti insieme leggiamo i ricordi di quando gli uomini e le donne potevano correre liberi sulle spiagge e nei boschi, la sera, dicevo, chiudiamo gli occhi, oppure guardiamo intensamente le stelle, perché ci manca il coraggio di guardarci in faccia.
In faccia portiamo, e i nostri figli la portano, appena nati – siamo costretti a fare così – l’ultima maledizione: una maledetta maschera. Lascerà il nostro volto insieme all’ultimo respiro.