La foto che non dimentichi

Era l’autunno del 1991. Forse inverno. Ricordo bene l’anno: il 1991, quello della mia (sofferta) laurea in Lettere, a Torino. Volevo tornare a scrivere articoli, raccontare.

Raccolsi così l’invito di un dirigente del Pci, che avevo conosciuto quando lavoravo in fabbrica. Mi disse: vVieni con me, ti faccio vedere in che condizioni vivono gli ospiti e il personale del manicomio di Vercelli.

Andai, ne scrissi una pagina.

Conservo due ricordi. Il locale dove il barbiere tagliava capelli e faceva barbe. Lui, il barbiere, tossiva. Era attorniato da pazienti che fumavano in continuazione, una sigaretta dietro l’altra. Questi mi ammazzano, diceva.

Poi, il ricordo più toccante. Gli infermieri vollero che conoscessi una paziente, una donna di ottant’anni, forse più. Aveva sempre con sé una bambolina di pezza. Gli infermieri le volevano bene, le sorridevano. Mi dissero: “Chissà perché è finita qua. Ce l’hanno portata che era bambina… una volta succedeva.”

Una vita vissuta dentro il manicomio di Vercelli, con dolcezza però.

La foto che non dimentichi.

La grande fuga: il titolo giusto

Succede di scrivere un libro e di sbagliare il titolo. Anni fa scrissi il giallo Vegan. le città di dio.

Avrei dovuto intitolarlo “La grande fuga”.

Un personaggio del libro scrive questa qua:

Stanno per sorgere tante nuove e piccole città, fuori dal tempo, con alberi, fiori e orti dovunque. Saranno senza plastica, senza veleni, senza fretta. Le case saranno di legno, con i camini di pietra dove fa freddo. Verranno costruite dovunque, queste città: vicino ai monti, nelle piane, davanti al mare o ai laghi.

Non ci saranno automobili; solo biciclette, e qualche calesse trainato da un cavallo o due, dove saliranno i bambini. I computer verranno usati in spazi appositi e per poco tempo, perché il tempo, in queste città, verrà vissuto soprattutto all’aria aperta, tra viali, piazze e parchi. E poi, in queste città ci saranno tante sale: sale cinematografiche, di lettura, dove giocare a scacchi, tombola e dama; sale da ballo, dove suonare e ascoltare la musica. E ci saranno ‒ questo è certo ‒ sale per piccoli e grandi: saranno le prime a essere costruite. La spesa si farà con le borse che si usavano una volta; i rasoi avranno le lamette intercambiabili; le penne saranno o stilografiche o matite. Torneremo a scrivere lettere e biglietti. Torneremo, in queste città, a conservare gelosamente lettere e biglietti, come fossero gioielli. E ci saranno, insieme ai falegnami, le botteghe che c’erano una volta: quella dell’arrotino, quella dell’aggiustatore di ombrelli e di orologi.

C’è tanta gente che sta chiedendo di queste città: gente che vorrebbe incontrarsi in piazza, per decidere cosa fare la sera. Studiare. Raccontare storie. Pensare alla città. Accarezzare il proprio cane o gatto. Ascoltare il canto degli uccelli. Guardare le stelle. Nessuno, in queste città, mostrerà i propri muscoli o il proprio sapere agli altri. Si cercherà, in queste città, di discutere e parlare e decidere di argomenti scabrosi magari organizzando una festa. Cercheremo di imparare ‒ e poi lo insegneremo ai nostri bambini – a sorridere a chi non la pensa come noi. E i vecchi saranno i re. Avranno rispetto e compagnia. Così che gli ultimi capitoli lascino un buon ricordo.

E i malati non saranno più chiamati malati: dovranno solo ritrovare l’equilibrio perduto, magari nel silenzio, sicuramente con cibi che cacciano via le malattie e rinvigoriscono. Per vivere, quindi, serviranno le sementi sane di una volta; serviranno tanti orti di frutta e verdura. Saranno città accerchiate dagli orti: si chiameranno Le città di dio, o degli orti, non importa. Saranno i semi le monete di queste città.

La porta della sfortuna

Sono superstizioso. Sto alla larga dai gatti neri che incrocio per strada, ho dei rituali miei. Interpreto dei segni.

Sono superstizioso forse perché sono nato a Cortona, chissà.

A Cortona c’è una porta chiamata bifora. Una doppia porta etrusca. Da una parte si entrava e da una si usciva.

Nel 1258 un cortonese traditore apre la porta d’ingresso e fa entrare gli aretini, che occupano così Cortona per sei mesi.

Una volta che Cortona è liberata il Capitano del Popolo ordina che la porta etrusca e doppia venga murata. E – così vuole la leggenda – lancia l’anatema: chi varcherà la porta morirà.

Nel 1950 a Cortona si decide di riaprire Porta Bifora. Sembra (perché così è stato raccontato e scritto) che il titolare della ditta incaricata dei lavori morì poco prima della riapertura della Porta.

Si procede con un’altra ditta, ma al momento della riapertura un operaio, nel tentativo di spostare una pietra, si frantuma la gamba.

Altro stop, poi la saggia decisione: si consulta un etruscologo affinché sappia indicare qual è la porta di uscita e qual è quella di entrata, insomma quella maledetta. L’etruscologo dà le indicazioni e viene così aperta solo quella di uscita. Senza toccare una pietra di quella d’entrata, naturalmente.

PS Ne ha scritto Ivo Camerini su L’Etruria

https://www.letruria.it/attualit%C3%A0/la-vulgata-sulla-riapertura-della-porta-bifora-a-cortona-5705?fbclid=IwAR1JXVjh4g1xZKhVVeg4E_GMwUVw1E97yZ3mbAkmzH-pUsW–rcbUEJKsGM

Incipit del mio secondo libro

Nel 2006 l’editore Fernandel mi pubblicò Lo scommettitore, che a luglio divenne il libro del mese di Fahrenheit (radio tre rai).

L’incipit

L’origine di tutto si perdeva lontano.
Scommetto che da qui alla scuola riesco a correre senza respirare. Scommetto che se la mamma me le dà col battipanni io non piango. Scommetto che se il maestro mi guarda cattivo io non abbasso gli occhi. Scommetto che se me lo tocco, poi, quando mi piace tanto tanto, riesco a fermarmi.
Scommetto che nessuno ci riesce a fare questo.
Scommetto che se ho sete resisto senza bere. Scommetto che se ho mal di pancia non lo dico a nessuno.
Scommetto che gli altri non sono così bravi.

Capitolo 1

Dieci euro, neanche tanto tempo fa, li aveva regalati alla bambina che aveva aiutato i nonni a portare le posate in tavola. Aveva arrotolato, piegato e pigiato la banconota così da farla sembrare un bastoncino, in modo da ritardare la sorpresa: Guarda, ho un bigliettino per te.
In quella trattoria di un paesino isolato, di bassa collina, lambito dalla nebbia della vicina pianura, aveva incontrato per la prima volta Carmen Severi, la candidata. Un anno e quanti mesi prima? Preferiva non pensarci, lui, meglio perdere il conto del tempo che ti separa da un ricordo che fa male, quasi un incubo.
A scegliere il posto era stata Carmen; era la trattoria dei suoi zii che, nell’occasione, avevano chiuso il piccolo locale ristorante, così da evitare occhi indiscreti, ma tenuto aperto il bar, per i vecchi incalliti giocatori di scopone scientifico.
La bambina gli aveva detto che faceva la terza elementare. Faceva pure tenerezza, per via della macchinetta ai denti e della montatura degli occhiali, rossa su grosse lenti. Restò sorpresa, finita la cena, quando ricevette la banconota travestita da bigliettino; non disse nulla, andò in cucina, poi tornò, opportunamente istruita: La ringrazio signore, non doveva.
Era dolce, la cuginetta di Carmen.
Già: dieci euro. E neanche tanto tempo fa. Un anno e qualche mese. Per lui era normale lasciare dieci euro di mancia al ristorante.
Ora invece con dieci euro ci campava. In un discount aveva fatto la spesa come minimo per due giorni: una confezione con quattro würstel, due scatole di fagioli, due mezzi litri di latte, due bottiglie d’acqua, tre scatolette di tonno, una scatola grande di carne in gelatina, un litro di succo di frutta al pompelmo, del pan carrè, un paio di calze di spugna grigie. Totale otto euro e ottantun centesimi.

Il grande cuore della fabbrica (un ricordo)

Questa cosa qui la scrissi nel vecchio blog nel 2006. L’ho riletta dopo anni, ma non l’avevo dimenticata

Non lo potrai mai dimenticare quel gesto collettivo, di, come lo chiamiamo, coraggio? Correttezza? Solidarietà? o che altro?
E’ il 1976. Tu, neodiplomato, sbarbatello di neanche 20 anni in una fabbrica, multinazionale giapponese.
Ad aprile la prima busta paga, come operaio di terza categoria: 79mila 500 lire.
Quattro, cinque mesi dopo avevi due ambizioni: imparare a fare il meccanico, forse per dimostrare a tuo padre e a te stesso che anche tu nelle “cose pratiche” sapevi cavartela, e bene; batterti, come delegato sindacale per gli altri, specie per quelle operaie che, quando ti eri proposto nel consiglio di fabbrica, ti avevano votato, perché “ha studiato”, “sa parlare”, “è un bravo ragazzo”.
Ti votarono in massa: mai nessuno aveva preso così tanti voti (echisseneimporta se tu era della Cisl di Carniti e loro quasi tutte della Cgil di Lama…).
Ma i tuoi due scopi, imparare a fare il meccanico a delle macchine che cuciono il nylon a un nastro di cotone così da sputare fuori cerniere lampo, il primo, condurre le tue battaglie sindacali in fabbrica (orari umani per le ragazze madri; carta igienica su appositi contenitori anziché per terra; 10mila lire di aumento per tutti, senza distinzioni di inquadramento), il secondo, erano aspetti incompatibili tra loro secondo la grande multinazionale giapponese.
Nessuno te l’aveva detto, perché avresti dovuto capirlo da solo: vuoi fare il meccanico e, quindi, guadagnare di più? Bene, lascia perdere le tue battaglie del cavolo, ché tanto il mondo non lo cambi, tu.
E un bel giorno arriva il giapponese, responsabile del reparto. Tu pensavi: magari ora mi nomina meccanico, ho imparato, l’altro meccanico ha insegnato a me e tutti gli altri operai del reparto sono d’accordo.
Il giapponese, invece, va dagli altri. E a tutti chiede: Vuoi fare il meccanico?
E’ un colpo basso, tu e i tuoi idealismi delle balle.
E invece tutti, meno uno, al giapponese dicono di no, che non gli interessa.
Come, non interessa guadagnare di più? Domanda lui.
Non ci può credere.
Uno degli operai arriva al punto di dire al giapponese che deve nominare te.
Certo, resta una soluzione, quel tizio, uno solo su dodici, che si è detto disposto a farti le scarpe, ma il giapponese non se la sente. Non se l’immaginava lui una solidarietà così.
Non gli resta che prendere il carrello con gli attrezzi, portartelo, e dirti, guardando un punto indefinito: Tu da domani meccanico.
Il grande cuore della fabbrica.
Che fa da contraltare, a volte, a grandi cattiverie che la fabbrica nasconde, come tutti i posti di lavoro, del resto.
Ma il grande cuore della fabbrica, degli operai, di gente semplice che legge solo la Gazzetta dello Sport e parla di gnocche e automobili, tu comunque, un giorno l’hai provato.
Ed è cosa che ti piace raccontare.

Decisi di scrivere mentre guardavo un film

ho scritto un commento su un post scritto da Monica Rossi (è un uomo, non si sa chi sia, scrive cose interessanti di editoria) su facebook. A volte ci siamo scritti. Ma mai per questioni editoriali. Ecco il commento

Mi chiedo spesso: se invece di vendere 500 copie ne vendessi 50000 cosa cambierebbe? Di scrittori, editori, editor che mi potrebbero dare del tu e che ora mi ignorano vorrei continuare a farne a meno. Ecco, magari non sarei in bolletta o semibolletta come lo sono spesso. e sono d’accordo con te (Monica Rossi) sul libro che è un prodotto. L’unica volta che ho venduto qualcosina è stato con un editore che mi disse: la fortuna di un libro la fanno tre cose. Titolo, copertina, distribuzione. Non è una verità assoluta ma c’era del vero in quella frase.

chiudo su di me. perché scrivo. tanti motivi, ma ho un ricordo. io e mia madre guardavamo la televisione, c’era un film americano sulla vita di uno scrittore che diventa famoso. a me colpì una scena, che non ho mai dimenticato. quando non era famoso, appena si svegliava andava a controllare la cassetta delle lettere, nella speranza di una riposta positiva di una casa editrice. ricordo che pensai: voglio fare anche io così, scrivere, poi aspettare. ci son riuscito, anche se non venderò mai 50mila copie e anche se il mio nuovo libro non se lo filerà nessuno, io ci sono riuscito. sono contento di aver visto quel film, quella sera. (mio commento a un post di Monica Rossi)