Rifiuti editoriali

Tra le cose più belle della mia vita c’è anche la scrittura, certo. Senza scrittura non so che farei. C’è sempre stata. Dalla prima poesia scritta a undici anni, al romanzo interrotto quando lavoravo in fabbrica e soffrivo di crisi epilettiche, alle migliaia di pagine scritte e poi bruciate nel camino, che ho avuto per un certo periodo della mia vita. Poi sono arrivate anche le pubblicazioni dei miei libri.

Ecco, pubblicare. È un bel sogno. Poi pubblichi e il sogno svanisce. Se vendi niente sei distrutto, se vendi poco o così così avresti voluto vendere di più, se vendi abbastanza non è mai abbastanza, se ti criticano ti rovinano la giornata, allo stesso modo in cui la giornata era rovinata quando ricevevi un rifiuto da qualche case editrice.

Ho fatto la raccolta, io, di rifiuti (oltreché di non risposte). Ne conservo alcuni, che sono motivati (come Einaudi, Gallimard). Oppure che fan pensare. Di un libro, Vicolo del precipizio, una casa editrice mi scrisse che funzionava, ma il finale no, assolutamente, un’altra casa editrice, invece, mi scrisse che non era convincente ma che aveva un punto di forza: il finale (poi è uscito, grazie a Luigi Bernardi, con quel finale)

C’è però un rifiuto che non dimenticherò mai. Allora, in genere io vado a dormire alle 3 di notte, poi dormo dalle 4 alle massimo massimo 6 ore. E una notte inviai in lettura un manoscritto a un editore. Il mattino mi sveglio, saranno state le 9, guardo la posta elettronica, c’è già la risposta. Leggo.
Non mi interessa. Tre parole, poi, al posto di crepa un punto esclamativo. Non mi interessa! Quel libro, anni dopo, sarà pubblicato da un editore più importante, ma il ricordo amaro di quel risveglio e di quella mail restano. (Avesse scritto: Mi spiace, ma al momento non sono interessato… Avrei comunque apprezzato il “mi spiace” perché ci sta che un editore legga un titolo, le prime righe e pensi che no, quel libro non fa per lui. Ci sta. Ma un pizzico di gentilezza pure, ci sta.)