Una scrittura distante e i turchi

Sto leggendo un giallo di un autore giovane, molto quotato. Il libro è ben scritto, ma c’è un ma: non mi prende. Ha ritmo, la scrittura è decisamente notevole. Elegante, ma al punto giusto. Insomma è un libro che ha tutto. E piace. Difficile da spiegare perché non mi prenda. Ho la sensazione del libro costruito, di un autore insomma che ha imparato i segreti del mestiere, forse troppo. La mia sensazione? Che il libro lo abbia scritto un robot.

Vado di palo in frasca, ora. Ho appena visto una serie su Netflix. Si intitola Innocent.
L’ho vista con interesse, è un mondo lontano a noi, la Turchia.
Ho un ricordo sulla Turchia e sulla paura di ciò che non si conosce.
Una quindicina di anni fa, quando dirigevo il giornale storico di Vercelli La Sesia, vennero da me alcuni ragazzi turchi, che erano a Vercelli per uno stage. Volevano vedere un giornale da vicino. Li incontrai due volte, poi arrivò il giorno dei saluti. Mi regalarono un tappetino per il mouse (perché lei è un uomo libero, mi disse una ragazzina) e poi mi raccontarono del loro soggiorno vercellese. Mi dissero che la sera non erano mai usciti. E perché?, domandai. Avevamo paura, risposero.

Innocent me li ha ricordati. E comunque: è proprio vero che i turchi fumano tantissimo.

Alla prossima