Pagine e incipit di Bastardo posto (pubblicato, amato, dimenticato)

Bastardo posto, un mio libro fortemente amato, dimenticato. Mille copie, pubblicato da PerdisaPop e dal sui direttore Luigi Bernardi, anni fa. Alcuni “brandelli” del primo capitolo

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda.
È una notte di marzo. Sta diluviando.

In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fis- sando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del mani- chino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.
Non vuole guardare, Limara, né il tombino traballante né la strada riflessa sul vetro. Preferisce star lì impalato, davanti al manichino senza sesso del negozio, che è chiuso da quat- tro anni, con l’insegna spenta.

Certe notti, di nebbia o senza luna, sotto i vecchi portici vanno a braccetto il buio e la paura; basta un fruscio, un rumore, un’ombra, e dallo spavento vien voglia di scappare, ma non a Limara, non al manichino; sono come spenti, entrambi.
Chiude gli occhi, Limara, vorrebbe il buio assoluto, lui.

Ma è stato maldestro, non doveva chiuderli, i colori sono più vividi, ora, come illuminati da un potente riflettore: dietro le sue spalle ricurve, dall’altra parte della strada, Limara adesso immagina la vetrina con l’insegna rossa del Piccolobar; la serranda è abbassata, l’interno è buio; ma fuori, davanti all’ingresso, Limara, con gli occhi chiusi, è come se vedesse, anzi no, vede un fantasma, e per non vedere, li riapre subito, gli occhi, spalancandoli come chi è spaventato.
Meglio guardare il manichino, così il fantasma va via, si dissolve, scompare.
Vattene Marina.

Eppure Paolo Limara venticinque minuti fa è uscito di casa senza ombrello, e uscendo non ha certo badato alla pioggia, con l’intenzione di rivedere il posto in cui, cinque mesi prima, quasi sei (era una notte di ottobre), aveva visto Marina. Saranno state più o meno le tre, e lei era dentro la sua auto, parcheggiata dove non si dovrebbe, c’è il di- vieto di sosta permanente lì, a due metri dall’ingresso del Piccolobar.
Con la testa reclinata a sinistra, un po’ sul finestrino un po’ come inghiottita dalle spalle, stava dormendo Marina: nemmeno questo si dovrebbe.
Soprattutto lì.

Né si dovrebbe – perché poi andò così, come non doveva andare – parlare per ore e ore con una donna sola, e poi invi- tarla a casa per un caffè. Non si dovrebbe perché parlando- le, col passare dei minuti, si potrebbe desiderare sempre più intensamente il suo corpo esile, con la voglia di stringerlo, possederlo, farlo tremare. Tremando.

Dopo il matrimonio, Paolo Limara, giornalista in una città né troppo grande né troppo piccola, non aveva mai baciato o abbracciato una donna diversa da sua moglie, fino a quella notte d’ottobre. Ed era, Paolo Limara, un giornalista dalla carriera assicurata prima che, sciagurato, incontrasse Marina. Era il vicedirettore de “La Civetta”, quotidiano cittadino fondato nel dopoguerra da un gruppo di borghesi illuminati, alcuni liberali, alcuni socialisti, altri, come il padre di Paolo Limara, vicini al Partito d’azione.

rima di Marina, Paolo Limara era quello che, lo dicevano tutti, sta per diventare direttore de “La Civetta”. E tutti – ma durò poco, iniziò col sole di luglio e si dileguò con la nebbia a novembre – tutti, monsignori, politici e gente che conta, avevano fatto a gara nel sorridergli e nell’invitarlo a cena.

Ora è cambiato tutto. Ora lo scansano.
È stanco, a pezzi. Al punto che pensa di cadere, a volte. Fatica a camminare, sente i piedi pesanti, li trascina; ma non ha voglia di fermarsi a riprendere fiato. E non ha voglia di rientrare, né si preoccupa di guardare l’orologio: a casa sua, pensa per un attimo Limara, staranno dormendo, e gli sembra quasi che il silenzio, ritmato dai respiri leggeri di Graziella e Matteo, sia il silenzio di un mondo lontano, non suo.

Arriva un pensiero impazzito, uno dei tanti che galoppano, senza briglie, nella sua mente. “Metti”, dice il pensiero impazzito, “che muoiano, metti che Matteo muoia. Ne sof- friresti?”, si domanda Limara come niente, senza sorpresa. Non si spaventa, ci sta facendo l’abitudine, ogni giorno di più, ai pensieri impazziti.

E pensare che uno, due, tre anni fa, in redazione, soprattutto a Paoli, ripeteva sempre che la felicità di suo figlio era la cosa più importante. Che più gli premeva.
Suo figlio Matteo, così gracile, timido, fragile.
Come me, pensava Limara prima di conoscere Marina, debole come me, sebbene non sembri, sebbene non si sappia.
Adesso pensa poco a Matteo, e poi Matteo lo guarda male, del resto pure lui sa, tutti sanno.

Si sta accendendo un’altra sigaretta, ora. Ha ripreso da qualche mese. Prima aveva smesso, proprio per Matteo. “Dovessi morire”, aveva pensato, “soffrirebbe come ho sofferto io, o forse di più, quando ho visto la bara di mio padre chiudersi per sempre”.
Così senza dire nulla, senza dirgli che non sarebbe stato giusto (“lo faccio per te”), Limara aveva smesso di fumare. Da quaranta a zero sigarette nell’arco di una sera, il tempo di prendere una decisione, tornando a casa dal lavoro.
Avrebbe rimesso una sigaretta in bocca la prima notte con Marina. Prima di averla. Son diventate sessanta, ormai, le sigarette.

E comunque: più che un pensiero, l’ipotesi di morire, adesso, è un auspicio.
“Dio, ti prego, se esisti, fammi dormire per sempre, ma…”.
Ma il problema, per Paolo Limara, sono i ricordi: morendo, ce li portiamo appresso?

E comunque. Meglio Marina a pezzi, dilaniata dalle lamie- re, che l’altra immagine, mostruosa, che ha squartato Limara: Marina nuda che ride, sguaiata, e fa l’amore con altri due uomini.
No, ora a quell’immagine che lo ha invaso per giorni e notti non vuole ripensare, se ripensa la vede, ri-ve-de. Eppure la mente la proietta ininterrottamente, quell’immagine, ricordo velenoso. E rischia il corto circuito, la mente di Li- mara. Alterna Marina e lui, Marina e loro. Poi le immagini si fondono, si confondono, si sovrappongono: lui, i due che la prendono come una cagna in calore, dandosi il cambio, uno davanti e l’altro dietro, Marina, di nuovo lui, lui e loro e Marina, tutti e quattro, ancora e ancora.
“Divento pazzo divento pazzo”, pensa Limara.