“Quasi diario” di uno scrittore di serie D: scrivere per fuggire lontano (2)

Prima di parlare di libri miei ed esperienze editoriali e altro, una premessa.

Una donna di 37 anni. Ha due figli. Uno di sette, l’altro è appena morto, aveva solo dieci mesi. Non è mai stata una donna allegra. Sorride per buona creanza. Dopo la perdita del figlio si chiude in se stessa, sempre più.
Un uomo, anche lui di 37 anni. Lavora in fabbrica, ma la odia. Tornerebbe a fare il contadino. È forte, ma il nervoso è più forte di lui, così gli viene l’ulcera, va avanti a pastiglie Roter e riso in bianco, che odia. Non salta mai un giorno di lavoro. Quando torna a casa, si copre con una coperta e si corica sul divano, raggomitolato.
Insomma, i miei genitori quando ho sette anni. Vado a scuola e a scuola vado male, così, per punizione, mamma mi manda all’oratorio solo mezz’ora al giorno. Se tardo di cinque minuti il culo è assicurato. Soldi per comprare i fumetti non ce ne sono, nemmeno la tivù c’è. Però c’è la radio. Gracchia, ma per me è tanta roba.
La tivù la guardiamo al bar, due volte a settimana: il giovedì e il sabato. Nel bar le donne stanno davanti, appunto a guardare la tele, gli uomini in fondo, a giocare a carte. Se fanno baccano le donne li sgridano.
Io mi arrabbio sempre: se c’è un western le signore chiedono al padrone del bar di cambiare canale.
Mi fanno odiare Nilla Pizzi, Morandi e il festival di Sanremo, la mamma e le altre signore.
Ma ho comunque un ancora di salvataggio. Quando fingo di studiare, quando fingo di dormire, la sera. Ho un mondo dentro, tutto mio, inventato. Di cowboy ed eroi. E cavalli. Cani. Praterie. E una casa di legno…. che ricorda tanto la baita di Romolo Strozzi, protagonista del mio ultimo libro, La Suora.
C’è anche un angolo della memoria per Fabrizio, il mio fratellino morto… C’era e c’è, ancora oggi.
Ma torniamo ad allora.
Il poco che vedo in tele oppure al cinema (grande concessione di mia madre, ogni domenica potevo andarci) mi basta per tessere altre trame, altre storie. Che poi mi piace raccontare agli altri. A scuola racconto film che non ho mai visti. Girati nella mia testa. Gli altri mi ascoltavano rapiti. Solo una volta – e ci rimasi male – un mio compagno mi disse: Non ci credo che hai visto questo film.
Anni grigi insomma, però c’era l’estate. Che ad agosto, significava tornare a Cortona. La mamma e il babbo, lì, erano diversi, e io a Cortona stavo all’aria aperta dal mattino alla sera. Sempre in mezzo ai cani. Non avevo bisogno di fughe. Mio zio mi svegliava alla tre di notte per andare a caccia, oppure mi faceva vedere come confezionava le cartucce per il suo sovrapposto calibro 12. Mi piaceva sparare ai barattoli, mi piaceva mio zio cacciatore. Ci rimasi male, però, quando vendette per 100mila lire il cane Battaglia, il mio preferito. Mio zio, a Battaglia, aveva insegnato ad arrampicarsi sugli alberi, come un gatto. Un giorno un signore di Roma, passando con l’auto vide. Accostò, bisbigliò qualcosa allo zio, aprì il portafoglio…

Cortona e i miei libri appaiono spesso sulla mia pagina Facebook. Storia di oggi, storia di ieri, di sempre.
In quegli anni, i miei libri erano le mie fantasie, Cortona era invece il posto più bello al mondo. Bella come Mompracem. Non m’importava se i miei parenti, mezzadri e poveri, non avessero nemmeno il bagno: certo, un po’ di schifo nell’andare a fare la cacca in un fosso e pulirmi il sedere con le foglie l’avevo, come no.
Perché scrivo? Forse cominciai allora… e in effetti i miei libri prima che su carta io li scrivo dentro la mia testa, passeggiando (La donna di picche per esempio è nata così).
Quel periodo nero durò poco. Quattro anni.
Quando avevo undici anni nacque mia sorella Silvia e i miei comprarono la televisione. Mia mamma, rinacque. La vidi allegra, la vidi contenta forse per la prima vera volta. Grazie alla mia sorellina. Non solo. A undici anni entrano nella mia vita i libri. Fino ad allora solo Tex e libri per bambini, come Il gatto con gli stivali, oppure Cuore, letto e riletto, Pinocchio.
Una ricca signora, compaesana dei miei, un giorno dice alla mamma: Ma Remo, legge? Mi sommerse di libri. Salgari. Verne, Dumas. Tom Hill (dieci libri su David Crockett). Dagli undici, dodici anni fino ai diciotto, diciannove ho passato ore e ore e ore a leggere, rinunciando, spesso, a uscire con gli amici.
A 17 anni, faccio la mia prima taglia da scuola. Vado in un bar, il cameriere è un mio amico, Mi rintano in un angolo a leggere L’inverno del nostro scontento, di Steinbeck.
Steinbeck, Remarque, Berto, Pratolini… Poi Marx, Engels, Trotsky soprattutto.
«Mamma, domattina svegliami alle 6 che così ripasso». Mi svegliava, mi portava il caffè a letto e io, mentre ascoltavo una trasmissione radiofonica intitolata “Caffè, canzoni e poche righe” leggevo di tutto, tutto ma non i libri di scuola (fui rimandato due volte: in prima media e quarta agraria. Il mio voto preferito era dal cinque al sei).

Sognavo di scrivere, allora? Forse.
Ricordo una sera. Io e mamma guardavamo un film in bianconero. Lei stirava. Era la storia di uno scrittore. A me non colpì il finale, che nemmeno ricordo (comunque diventò famoso). A me colpiva il quotidiano di questo scrittore. Chino sulla macchina da scrivere fino a notte fonda e poi, al mattino, una corsa alla cassetta delle lettere per vedere se ci fossero risposte positive, oppure no, di qualche editore.
La prima risposta negativa io la ricevetti nel 1997. Fu come un pugno allo stomaco. Dalla casa editrice Frassinelli, a cui avevo mandato il manoscritto del mio primo libro: Il quaderno delle voci rubate, che poi è diventato Il bar delle voci rubate e di cui parlerò nel prossimo post.

E scusatemi se l’ho fatta lunga…

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